211 – Rapina in corso di York Alec Shackleton | Recensione in anteprima

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Il nuovo film con Nicolas Cage arriva in Italia dal 14 giugno.

L’affetto e l’ammirazione che Nicolas Cage ha suscitato, suscita e continuerà a suscitare nei confronti di ogni cinefilo che si rispetti sono talmente importanti da riuscire a trascendere gli ultimi anni di carriera dell’attore di Long Beach, che a parte rare eccezioni (Cane Mangia Cane, Joe di David Gordon Green, la comparsata in Snowden e il recente Mandy, presentato all’ultimo festival di Cannes) ha associato il suo nome leggendario (è il quinto attore più giovane di sempre ad aver vinto l’Oscar, oltre ad aver partecipato ad alcuni fra i miglior film di sempre) a produzioni che potremmo eufemisticamente definire più che dimenticabili (nelle quali però, a tratti, fa sempre intravedere il suo talento).

Il dramma diretto York Alec Shackleton 211 – Rapina in corso è senza dubbio fra queste.

Ci viene raccontato di Kenny, un ragazzino che si mette nei guai in una lite coi bulli della scuola e per punizione viene spedito alla centrale di polizia. Starà insieme ad una pattuglia per tutta la giornata, a sorvegliare la quiete del quartiere relativamente tranquillo del Massachusetts.

Ora, posto che permettere a un bimbo di salire su un’autopattuglia e girovagare insieme a dei veri poliziotti equivalga ad una costrizione e non ad un ingresso gratuito al parco giochi, il film prosegue con la presentazione degli agenti: Mike Chandler (Nicolas Cage), un padre single, e suo cognato Steve McAvoy (Dwayne Cameron), un giovane agente sposato con la figlia di Mike, Lisa (Sophie Skelton, nota per la serie tv Outlander e il recente horror Day of the Dead: Bloodline, recentemente caricato su Netflix).

Naturalmente la pattuglia sulla quale Kenny si sta godendo la sua punizione riceve una chiamata d’emergenza per un codice 211 (nel gergo poliziesco “rapina in corso”), quindi gli agenti si precipitano verso la banca che i criminali di turno stanno svaligiando. Kenny non solo riprenderà tutto quello che accade con il cellulare, ma addirittura collaborerà per sventare il crimine con un coraggioso gesto.

Non c’è davvero molto da dire sul film, a parte che è stato paragonato un po’ a Black Hawk Down di Ridley Scott e un po’ a End of Watch di David Ayer. Chi ha scritto una tale eresia dovrebbe smetterla di vedere film e  soprattutto parlarne e iniziare piuttosto a concentrarsi, d’ora in avanti, su questioni più importanti come la conta dei petali delle margherite o come fanno i pesci a smettere di nuotare quando si addormentano (sul serio, come fanno?).

Shackleton prende argomenti molto attuali e critici e soprattutto intrinsecamente legati all’ossessione tutta a stelle e strisce per la guerra corporativa (la scena d’apertura del film un gruppo di soldati americani, evidentemente abituati ad eseguire liberamente degli omicidi che poi saranno omessi dai registri governativi, uccidono un compiaciuto profittatore di guerra) che sulla carta sarebbero anche interessanti, ma che le sue mani riescono a trattare solo con una banalità disarmante, diluiti da sotto-trame incongruenti in cui le persone di colore scoprono che, ehi, i poliziotti non sono tutti fascisti/razzisti/paranoici.

Quando un regista ha così poco da dire, e inoltre quel poco lo dice sussurrando (come se avesse paura delle implicazioni anti-autoritarie della sua narrazione) finisce per forza di cose col dilapidare le basi stesse della sua opera: se il primo a non credere in ciò che il film mostra è il film stesso, c’è qualcosa che non va. E non serve essere dei grossi esperti di cinema per intuirlo.

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