ODY-C Vol. 2 – Figli di lupa | Recensione

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Torniamo nella versione della Odissea di Fraction e Ward, che però in questo volume abbandonano il testo omerico come base.

Dopo un anno di guerra contro Troiia le Achaee sono riuscite ad espugnare la città e Odyssia continua il suo viaggio verso la sua Terra, Ithicaa, a bordo della sua trasnave, Ody-C. Nel frattempo spostiamo la nostra attenzione su un mondo in cui regnano la follia e la violenza, Q’Af, un mondo governato da Hyrar e Zhaman, figli di Lupa, la donna che si sacrificò alla violenza per salvare la sua tribù da Herakles. E’ in questo mondo abitato da uomini che finiscono Ene (Menelao) e He (Elena), che devono trovare il modo di fuggire, separandosi. Mentre He resta in questo mondo, abbandonato dalla sua amata, Ene con un equipaggio di uomini cerca una strada per sfuggire al destino degli abitanti del pianeta, ma non farà altro che scoprirne i terribili segreti.

In questo secondo volume Friction decide di discostarsi dal testo omerico nettamente (non c’era abbastanza materiale di valore?), cercando in altri lidi ispirazione: Le mille e una notte, la celebre raccolta di novelle orientali di varia ambientazione storico-geografica e composta da differenti autori. La raccolta è incentrata sul re di Persia Shahriyār che, tradito da una delle mogli, uccide sistematicamente per vendetta le sue spose al termine della prima notte di nozze. Però un giorno Shahrazād, la figlia maggiore del gran visir, decide di offrirsi come sposa del sovrano, avendo escogitato un piano per placare l’ira dell’uomo contro tutte le donne. Dall’altro lato, tuttavia, Fraction decide di abbandonare anche il mito come narrato nell’Odissea, rifacendosi a miti minori: nell’Odissea, infatti, Elena appare riconciliata col marito e torna a Sparta per regnare insieme a Menelao, anche se malvista comunque dai sudditi. Secondo altre versioni, invece, la bella regina ebbe una fine misera: e questa sembra la sorte che Fraction ha usato per giustificare la sua sceneggiatura, con un He costretto ai lavori più umili.

Fraction come nel primo volume si rifà allo stile di prosa della poesia epica, cercando di emulare il poetico esametro dattilico. Ma l’effetto è ovviamente quello del primo volume, ovvero creare frustrazione nel lettore, che deve essere sempre particolarmente attento alla lettura. Dato che il metro poetico era necessario per una trasmissione orale dell’opera originale, in questa versione futuristica direi che se ne poteva anche fare a meno, con grande gioia del lettore. Ma vi è comunque un miglioramento nella trama generale, che ha costruito una storia più fluida e coerente, senza quegli stacchi che caratterizzavano il primo volume rendendolo meno approcciabile.

Di fondo rimane questa scelta di Fraction di invertire gli universi maschile e femminile, anche se in questo volume mi sembra che alcune epressioni, a differenza che nel primo, tradiscano un certo risentimento verso il genere maschile (“una volta finito, il figlio di Zeus accanto a lei si sedette, sproloquiando come gli uomini fan dopo il coito”); è da sperare che almeno gli uomini tentino di togliere questi patetici luoghi comuni.

L’opera di Ward usa colori primari, acidi che si sposano perfettamento con un layout ricercato, che in alcune pagine, infatti, rende non necessari i dialoghi, lasciando ai soli disegni ed alla impostazione delle tavole la narrazione. Il che, considerato il difetto della ricerca metrica, avvantaggia certamente il volume. Anche in questo volume il charadesign dei personaggi si conferma come ricercato, cercando di inserire un elemento arabesco nelle vesti.

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