La Stanza delle Meraviglie di Todd Haynes | Recensione in anteprima

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Il nuovo film di Todd Haynes arriva in Italia da giovedì 14 giugno.

Dopo che lo scorso dicembre Woody Allen ci ha portato a fare un giro sulla Ruota delle Meraviglie insieme a Kate Winslet, il regista di Poison e Velvet Goldmine Todd Haynes ci mostra la Stanza delle Meraviglie (Wonderstruck in originale): il film arriva in Italia più di un anno dopo la première al Festival di Cannes 2017, dove aveva strappato più di un consenso senza però aggiudicarsi alcun premio.

Dopo lo splendido Carol, che nel 2015 era arrivato addirittura agli Oscar con sei nomination, Haynes porta sullo schermo un altro romanzo (la sceneggiatura di Carol era tratta da The Price of Salt della scrittrice statunitense Patricia Highsmith, Wonderstruck ha origine dall’omonimo romanzo grafico di Brian Selznick, lo stesso autore de La Straordinaria Invenzione di Hugo Cabret dal quale Scorsese aveva tratto il suo film del 2011) e prosegue il suo sodalizio artistico con l’attrice Julian Moore, iniziato ai tempi di Safe (1995), e proseguito con Lontano dal Paradiso (2002) e con quello splendido e geniale film che è Io Non Sono Qui (2007), in cui la figura di Bob Dylan diventava quasi mitologica e che resta indiscutibilmente il migliore della carriera del regista di Los Angeles.

La Stanza delle Meraviglie mescola il mystery al dramma nel raccontare la storia, ambientata in due epoche diverse, di due bambini sordi. Entrambi sognano una vita diversa da quella che gli è capitata: Rose, nel New Jersey del 1927, fugge dal padre eccessivamente protettivo nella speranza di trovare il suo idolo di sempre, l’attrice Lillian Mayhew. Nel 1977, invece, Ben rimane orfano di madre e dopo aver scoperto un segreto sulla propria famiglia decide di lasciare il Minnesota dove è nato e cresciuto per mettersi alla ricerca del padre che non ha mai conosciuto.

Nonostante la distanza di epoche e confini geografici che li separa, i due sono misteriosamente collegati tra loro e la città di New York sarà la cornice del magico incontro.

Sicuramente il maggior pregio del film è la sua capacità di farci affezionare ai due protagonisti, giocando con un’inventiva manipolazione sensoriale di suoni e immagini: la continua alternanza fra bianco e nero senza suoni e immagini a colori con dialoghi diventa anche un viaggio cinefilo attraverso le varie epoche del cinema, ma soprattutto a sorprendere è la volontà di catturare l’attenzione di chi guarda attraverso l’enfatizzazione di quello che, fra i cinque, è il senso più difficile da trasmettere sullo schermo: il tatto.

Disegni a matita, polpastrelli che si sporcano di colla diventando appiccicosi, mani che sfogliano libri con vorace curiosità, che sfiorano vetrate impolverate e sudice, Haynes costruisce un immaginario comunicativo potente che riesce a collegare i personaggi al pubblico trascendendo i limiti del genere giallo: nel film non c’è un crimine da risolvere, un assassino da svelare, l’unico mistero è capire cosa leghi i due protagonisti così diversi e lontani fra loro, tanto nello spazio quanto nel tempo.

Dopo l’impeccabile ricostruzione degli anni ’50 vista in Carol, Haynes chiede ai suoi collaboratori di fiducia (il direttore della fotografia Edward Lachman e la costumista Sandy Powell) un doppio lavoro per mettere in scena la vivacità monocromatica degli anni ’20 e l’eleganza sporca dei ’70. Il gusto visivo è senza dubbio abbacinante, e meritava uno sforzo in più nell’accompagnamento musicale, con la scelta delle tracce (vedi Space Oddity per sottolineare la passione per le stelle di Ben) un po’ troppo banale.

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