End of Justice – Nessuno è innocente di Dan Gilroy | Recensione in anteprima

Pubblicato il 28 Maggio 2018 alle 20:00

Il nuovo film di Dan Gilroy con Denzel Washington e Colin Farrell arriva nelle sale italiane dal 31 maggio.

Era lecito aspettarsi molto ma molto di più da End of Justice – Nessuno è innocente, secondo lungometraggio del regista e sceneggiatore Dan Girloy.

Il fratello di Tony Gilroy e sceneggiatore di Real Steel, The Bourne Legacy e Kong: Skull Island tornava a dirigere dopo l’incredibile successo di critica ottenuto nel 2014 con Lo sciacallo – Nightcrawler, ma se dopo il noir con Jake Gyllenhaal, Riz Ahmed e il compianto Bill Paxton si poteva guardare a Dan Girloy come prossimo astro nascente della regia statunitense, il suo nuovo film purtroppo ne ridimensiona non poco la figura.

Ripescato fra le nomination degli Oscar 2018 dopo che i membri dell’Academy finsero di non aver mai sentito parlare di The Disaster Artist e di James Franco (accusato di comportamenti illeciti e molestie dopo la vittoria come miglior attore ai Golden Globe), End of Justice – Nessuno è innocente è l’esempio perfetto di un brutto film la cui unica ragion d’essere è apparentemente la performance da one-man-show dell’attore protagonista. Il problema (uno dei tanti) è che neppure mister Denzel Washington riesce a salvare un film così imperfetto e problematico che addirittura la sua versione cinematografica è radicalmente diversa rispetto a quella presentata durante il Toronto Film Festival: in quell’occasione il film fu odiato praticamente da tutti, e così il regista si è visto costretto a ridurre la durata del film (tagliando circa un quarto d’ora dal montaggio iniziale) e anticipare un momento fondamentale della sceneggiatura dal terzo al primo atto (a dimostrazione di quanto la trama sia confusionaria e totalmente raffazzonata).

Per quanto possa essere difficile crederlo, il film è peggiorato.

Nel nuovo montaggio la decisione del protagonista di voltare le spalle alla propria morale e soprattutto all’etica della sua professione perde ogni minimo di senso dato che ora, arrivando nel primo atto (nel montaggio originale arrivava nel terzo atto) l’offerta di lavorare per il prestigioso studio capeggiato dal personaggio di Colin Farrell rende totalmente inutile il crimine commesso dal personaggio di Denzel Washington, crimine che dovrebbe essere il perno intorno al quale ruotano trama principale e trame secondarie: Roman J. Isreael è in difficoltà economica e quindi decide di aggirare la legge (in un modo che non sveleremo) per intascarsi 100.000 dollari e togliersi qualche soddisfazione personale, come rifarsi il guardaroba o trasferirsi in un appartamento che non cada a pezzi.

La domanda a questo punto sorge spontanea (vi farete tante domande durante la visione del film, ma questa è la principale): qual è la necessità di arrivare a violare la legge sapendo di rischiare la galera pur di riuscire a rimpinguare il salvadanaio, se due scene prima hai firmato un ricchissimo contratto con uno dei migliori studi legali della città, che ti offre giornalmente la cifra che prima guadagnavi in un mese?

Il film diventa incomprensibile e la performance di Washington – che raramente è stato così sbagliato in un film – sembra riassumerne alla perfezione tutti i difetti: goffo, improbabile, vestito peggio e pieno di tic nervosi così evidenti da spingere a distogliere lo sguardo.

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