Loro 1 di Paolo Sorrentino | Recensione

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La prima parte del nuovo film di Paolo Sorrentino è in programmazione nei cinema italiani.

Autore di uno dei peggiori film mai concepiti (This Must Be The Place), il regista partenopeo (so che fra qualche giorno sarò ospite del Comicon, quindi Napoli per favore abbi pietà di me e ricorda che la libertà d’espressione è ancora in vigore su territorio italiano) attraverso il suo cinema artificiosamente elaborato,  inutilmente barocco, stolidamente auto-celebrativo e soprattutto assolutamente banale, non è mai riuscito a comunicarmi altro se non profondo fastidio e viscerale rigetto.

Dopo L’Uomo in Più – il suo miglior film insieme a Le Conseguenze dell’Amore, anche se il secondo ha decretato l’inizio della parabola discendente – la carriera di Paolo Sorrentino si è trasformata in una lunga passerella di egocentrismo e auto-glorificazione, attraverso la produzione di una sequela di spot pubblicitari camuffati da lungometraggi cinematografici da due ore e mezza circa l’uno, popolati da personaggi non solo detestabili ma proprio incommensurabilmente odiosi, che davanti alla cinepresa fastidiosamente vorticante non fanno che impartire lezioni di vita, umiliare le donne e sciorinare aforismi estratti da libretti ammuffiti trovati al mercatino dell’usato.

“Ma i suoi soggetti sono metaforici, i suoi personaggi delle maschere da denuncia sociale”, diranno i sorrentiniani incalliti. Questo, amici miei, lo capiscono pure i bambini di cinque anni. Se per profetizzare la decadenza della città di Roma e l’insorgere del problema dell’emergenza rifiuti mi inquadri un camion dell’immondizia che si ribalta per colpa di un ratto inondando la strada di sporcizia, non mi stai mettendo in scena una metafora chissà quanto genialmente allegorica, mi stai  semplicemente dando del deficiente (ci saranno altre due metafore in Loro 1, ugualmente idiote, ma ne parleremo più avanti). Il cinema, per fortuna di tutti quelli che amano il cinema, è un’altra cosa.

Personalmente ho una grande stima dell’autore Sorrentino, il cui timbro nel bene e nel male è assolutamente riconoscibile e unico (per quanto 50 per cento Scorsese, 35 Fellini e 15 Lynch, e assolutamente indegno di tutti e tre) ma reputo i suoi film estremamente punitivi, ottusamente ricercati a livello visivo (la forma deve incontrare la sostanza altrimenti si è punto e accapo), per giunta con cadute di stile aberranti (di tanto in tanto la notte vengo ancora perseguitato da orribili giraffe in CGI e ciccioni vestiti da Maradona che fingono di palleggiare con finte palline da tennis, il tutto narrato dall’insopportabile voce dell’insopportabile Jep Gambardella, del quale mi sbarazzo ogni volta più sadicamente un attimo prima del risveglio) e soprattutto intellettualmente e narrativamente vuoti: La Giovinezza  mi era piaciuto (per quanto possa arrivare a piacermi un film di Sorrentino, riuscito nell’impresa impossibile di far sembrare brutta Rachel Weisz) perché, stranamente, ero riuscito a connettermi con i due protagonisti, e nel loro attendere la morte ci avevo visto un po’ una simpatica metafora per questo tipo di cinema (naturalmente ai sorrentiniani il film non era piaciuto, forse perché parlava di un sentimento vero riconducibile a tutti gli esseri umani comuni).

Ecco, dopo questo preambolo sorrentinamente pedante (perché la sorrentinianità è una malattia estremamente contagiosa)  dovreste aver ben chiaro da quale punto di vista il sottoscritto vi stia parlando (scrivendo). Quindi che Loro 1 mi sia piaciuto (nel senso che nell’uscire dal cinema quanto meno non volevo suicidarmi buttandomi nel traffico) dovrebbe darvi da pensare, soprattutto se avete amato La Grande Bellezza (se quello è un capolavoro, vi prego, spiegatemi che cos’è La Dolce Vita, qui citata esplicitamente).

Si tratta di un film molto meno sorrentiniano di quanto fosse lecito aspettarsi (innanzitutto è una commedia, e per fortuna: quando prova a fare dramma c’è da desiderare di non essere mai nati) capace di –  udite udite – avvicinare i protagonisti al pubblico: quanto è dolce il Silvio del sempre incredibile Toni Servillo, che vuole riconquistare la donna che sente di essere sul punto di perdere (c’è una scena identica ad una già vista ne Il Divo); quanto è facile immedesimarsi, o per lo meno comprendere l’arrivista Gianpaolo Tarantini di Riccardo Scamarcio (anche se la prima parte del film è la più debole, e tutto cambia quando entra in scena Berlusca, maschera grottesca per eccellenza che sembra un po’ il pupazzo di Dead Silence di James Wan e un po’ un personaggio di 8 e mezzo – tra l’altro è geniale come ci viene presentato il suo personaggio, vestito come l’Odalisca felliniana).

Il brutto titolo risulta comunque azzeccato, perché non è tanto un film su Lui (anche se si parla sempre di “lui” nella prima ora, è una delle parole che viene ripetuta più volte) ma è proprio un film su “loro”, sugli altri, sui comuni mortali che vogliono ascendere alla vetta della Torre d’Avorio nella quale Lui vive e dalla quale emana la Sua aura trascendente e ammaliante. Certo, la sceneggiatura – come accade spesso con Sorrentino – non è altro che una sequela di scene attaccate una all’altra senza che ad accompagnarle ci sia un minimo di senso logico-narrativo, e il film sembra la versione di The Wolf of Wall Street (tanta droga, tanto sesso, tante feste) diretta da un regista che ha il mordente e la verve di un novantacinquenne (Scorsese ha 75 anni, Sorrentino 47, ci tengo a precisarlo) ma in questa prima ora e mezza per lo meno c’è anche un po’ di sentimento. E poi si ride, per quanto incredibile possa sembrare, si ride tantissimo (soprattutto dall’arrivo di Silvio).

La scelta divisoria di proporre l’opera in due pellicole separate la comprendo e la ammiro (nell’epoca del franchise il cinema si fa così) ma io per scrivere queste baggianate vengo pagato, a differenza del pubblico che fra quindici giorni dovrà sborsare altri quattrini per finire a vedere lo spettacolo. Soprattutto perché in Loro 1 non c’è un inizio, uno svolgimento e una fine, ma solo l’inizio di un qualcosa che vedremo in seguito.

Non è Kill Bill Vol. 1, per intenderci. Non  è che ci venga raccontata una storia che poi si espanderà e proseguirà nel vol. 2. Non è neppure il detestabile Lo Hobbit: La Desolazione di Smaug, col suo coito interrotto che rimanda al capitolo successivo. Loro 1 non è un capitolo, ma un estratto. Che è anche difficile giudicare, perché il prossimo estratto, Loro 2 (in uscita il 10 maggio) potrebbe cambiare radicalmente rispetto a Loro 1 per toni e direzione (è probabile che il lato amabile di Silvio venga abbandonato per mostrarci i giorni del tracollo).

Insomma un film diviso in due parti, la cui prima parte è divisa a sua volta in due sezioni: la prima, che gira intorno a Scamarcio (sempre più bravo), ci mostra il solito Sorrentino, di una banalità disarmante quando si getta nel surrealismo (con le metafore cui accennavamo prima: un’orribile pecora che rappresenta il popolo imbambolato alla televisione e Veronica Lario inquadrata in un trampolino elastico che assomiglia ad una gabbia … capito?, il grande regista ci dice che la donna è intrappolata dall’ego di Silvio, wow); la seconda, stupenda, dove arriva Silvio. E meno male che Silvio c’è.

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