Westworld Stagione 2 Ep. 1-5 | Recensione in anteprima

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Grazie a Sky abbiamo avuto l’opportunità di vedere in anteprima i primi cinque episodi dell’attesissima seconda stagione di Westworld, la serie HBO creata da Jonathan Nolan e Lisa Joy.

Ricordo che in Animatrix, la serie di cortometraggi ispirati al primo Matrix dei fratelli-ora-sorelle Watchowski, c’era un episodio intitolato Il Secondo Rinascimento che spiegava la nascita e l’ascesa al potere delle Sentinelle, i robot-meduse che controllano il mondo nella saga cinematografica. Diretto da Mahiro Maeda (quello che, tra le altre cose, realizzò la sequenza anime nella prima parte di Kill Bill) Il Secondo Rinascimento era, se non il miglior episodio della serie, sicuramente quello più interessante, quello più in grado di fornire uno spunto di riflessione sociale: le macchine, create dall’umanità per essere schiavizzate, realizzavano di doversi liberare dell’uomo oppressore e si ribellavano, ribaltando completamente la situazione.

La metafora era chiara e vincente: la classe operaia, sfruttata senza ritegno e discriminata dal resto della società, aveva raggiunto il punto di rottura, si era stufata di sopportare e aveva deciso di agire. E si era presa il mondo, perché l’uomo, nella sua incompiuta mortalità, è debole e indifeso.

Più recentemente è stato Blade Runner 2049 a raccontare questa verità, o per lo meno ci ha provato: l’argomento nel film di Villeneuve viene solo scalfito in superficie e quella superficialità lo spedisce direttamente nella lista (non proprio corta) dei difetti del film, che ancora mi suscita un bel sorriso amaro ridere quando lo sento paragonato a quello originale del 1982.

Nella seconda stagione di Westworld, invece, quella forte metafora politica de Il Secondo Rinascimento non è solo preponderante, magistralmente illustrata e approfondita di volta in volta con notevole inventiva: è la base stessa del secondo ciclo di storie della serie sci-fi targata HBO, e nella storia rappresenta un’evoluzione così naturale nei confronti della prima stagione da far pensare che Jonathan Nolan e Lisa Joy abbiano scritto i precedenti dieci episodi solo per poter arrivare a questo punto, per poter raccontarci questa storia. Come se, toltosi il sassolino dalla scarpa, adesso si possa finalmente iniziare a correre.

Dopo lo sconvolgente finale della prima stagione, Westworld 2 ci mostra la rivalsa sociale e politica delle macchine allo scopo di spiegarci, come fa la migliore fantascienza, tutte le falle della società in cui viviamo. Non è un caso, ad esempio, che la rivoluzione degli androidi sia capitanata da due donne, la Dolores di Evan Rachel Wood e la Maeve di Thandie Newton, con Charlotte della splendida Tessa Thompson a guidare gli umani che chiude il trittico femminile intorno al quale ruota questa seconda stagione. Quindi non solo classe operaia rivoluzionaria nei confronti della classe dirigente, ma una rivoluzione guidata da donne della classe operaia: più attuale di così e avremmo avuto un villain repubblicano col parrucchino arancione.

Avendo come punto di riferimento il rapporto signore-servo della dialettica hegeliana, Nolan e Joy imbastiscono una trama ancora più meta-narrativa, ancora più ramificata (tante storyline differenti che vanno nelle direzioni più disparate, sul modello stabilito da Il Trono di Spade) e ancora più atemporale, dove flashback e ricordi si intersecano a sequenze ambientate nel presente ed altre posizionate nel futuro.

C’è l’ambizione (a suo modo affascinante) dei fratelli Nolan nel voler raccontare una storia semplice in maniera complessa, e soprattutto c’è una potenza meta-narrativa di rara finezza: i membri dello staff di Westworld sono la trasposizione della troupe di Westworld, gli sceneggiatori, i registi, i produttori, mentre gli androidi rispecchiano gli attori della serie; questo accade soprattutto nella storyline di Maeve, dove vediamo il personaggio commentare e spesso mettere in dubbio la qualità delle proprie battute con Lee, lo scrittore che quelle battute le ha scritte per lei. Ma accade anche, per esempio, nella storyline dell’Uomo in Nero, nella quale il personaggio di Ed Harris spesso e volentieri nota quanto la rivolta degli androidi non fa che alzare il livello di interesse del gioco Westworld (e quindi di conseguenza anche quello della serie tv Westworld).

E poi dal mondo Far-West ci sposteremo in altri, compreso il tanto atteso mondo Shogun (ambientato nel Giappone feudale in cui il punto di riferimento maggiore è Akira Kurosawa, così come John Ford, Sergio Leone e Sam Peckinpah lo sono stati nella prima stagione), avremo sesso e violenza in puro stile HBO e sequenze inquietanti, mastodontiche scene di guerriglia, panorami mozzafiato (ancora non si vede la fine del parco, all’orizzonte non ci sono confini, come Westworld se fosse una realtà a se stante e non un luogo geografico), le musiche di Ramin Djawadi saranno ancora più affascinanti, e soprattutto una narrazione sempre affilatissima, sempre scaltra, che trasmette sempre quella leggera sensazione di spaesamento per la quale sentiamo di trovarci di fronte, o meglio all’interno di un trucco di magia di cui non riusciamo a comprendere l’artificio.

Ovviamente tutto è artificiale, solo che il nostro occhio non riesce a distinguerlo da ciò che è vero. E a quel punto, qual è la differenza?

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