The Silent Man di Peter Landesman | Recensione in anteprima

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Il nuovo film di Peter Landesman arriva in Italia il 12 aprile.

Durante la visione di The Silent Man, nuovo lavoro di Peter Landesman con un grande Liam Neeson nel ruolo del protagonista, mi sono ripetutamente chiesto a chi fosse indirizzato il film, a quale pubblico volesse rivolgersi, e soprattutto chi avrebbe avuto voglia di vederlo.

Le risposte più scontate, in ordine decrescente di ovvietà, sono tre:  tutti coloro che si sentono traditi e/o sfiduciati dall’attuale situazione politica statunitense (e/o quella del proprio paese: noi italiani, nel nostro piccolo, non siamo da meno); gli appassionati di film biografici, e ben venga se la biografia raccontata dal film è quella di un pezzo grosso dell’FBI, numero due al tempo dell’a dir poco tribolato secondo mandato del trentasettesimo presidente USA, Richard Nixon; infine tutti i fan di Liam Neeson, che a sessantacinque anni d’età sa ancora giostrarsi ottimamente fra film d’azione di serie b e drammi più seri in cui smette di ammazzare a colpi di pistola milioni di persone (cosa che sa fare) e torna a recitare (cosa che sa fare molto bene, e The Silent Man ne è l’ennesima dimostrazione)

Purtroppo al momento in cui questa recensione viene scritta, la conta al box office segna un deprimente 1.2 milioni d’incasso: digito purtroppo perché The Silent Man non è solo un buon film (tutt’altro che perfetto ma sicuramente buono, e sicuramente capace di soddisfare ampiamente tutte e tre le categorie di pubblico di cui sopra), ma è soprattutto un film per cinefili, legato a doppio filo tanto al recente The Post di Steven Spielberg quanto (e ancor di più) al capolavoro della New Hollywood firmato Alan J. Pakula, Tutti gli Uomini del Presidente, con i tumultuosi Robert Redford e Dustin Hoffman.

Perché l’uomo silente del titolo italiano (in originale Mark Felt: The Man Who Brought Down the White House) altri non è che Gola Profonda, l’informatore misterioso che nel film di Pakula aiutava i giornalisti del Washington Post Woodward (Redford) e Bernstein (Hoffman) a svelare al mondo le magagne del presidente Nixon, quel Gola Profonda che recitava una delle battute più famose della storia del cinema: “Segui i soldi”.

Il ruolo che in Tutti gli Uomini del Presidente fu di Hal Holbrook, in The Silent Man diventa di Liam Neeson, praticamente perfetto nei panni dell’agente FBI Mark Felt (alias Gola Profonda), uomo austero dalla voce tonante e particolarmente rigido di fronte agli ideali di dovere, giustizia e fedeltà, fedeltà non tanto alla nazione e ai suoi politici quanto alla causa e al buon nome dell’FBI.

Dopo il mediocre Zona d’Ombra con Will Smith, Peter Landesman torna ad analizzare le pagine nere della storia americana (come aveva fatto nel suo film d’esordio, Parkland, incentrato sulla morte di Kennedy), che evidentemente lo interessano e lo affascinano non poco: prima di entrare nel cinema, guarda caso, è stato un giornalista importante del New York Times e di altri quotidiani americani, reporter d’inchiesta come erano reporter d’inchiesta i protagonisti di Tutti gli Uomini del Presidente (come se non bastasse, Landesman è anche l’unico autore della sceneggiatura de La Regola del Gioco di Michael Cuesta, altro film in cui un reporter d’assalto mette in luce i giochi oscuri delle istituzioni americane)

Prodotto da Ridley Scott, The Silent Man è un thriller politico di buonissima fattura, la cui ragion d’essere travalica l’intrattenimento cinematografico e va ad intersecarsi con la storiografia della settima arte: se The Post è da considerarsi come un prequel diretto del film di Pakula (Spielberg lo fa finire con la stessa identica inquadratura con la quale Tutti gli Uomini del Presidente iniziava) allora secondo le regole del cinema contemporaneo – fatto di franchise e universi condivisi – The Silent Man allora ne è lo spin-off, lo stand-alone dedicato a Mark Felt/Gola Profonda che va a completare un trittico di opere sulla “mala-politica”, oggi più attuale che mai.

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