Downsizing – Vivere alla Grande di Alexander Payne | Recensione

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Arriva in Italia il nuovo film di Alexander Payne, Downsizing – Vivere alla Grande, con Matt Damon e Christoph Waltz.

E’ impossibile non voler bene ad Alexander Payne, il talentuoso cineasta dietro Nebraska, Paradiso Amaro, Sideways, A Proposito di Schmidt ed Election, intelligente commediografo sempre capace di cogliere le tantissime sfaccettature dell’animo umano, proponendo in ogni sua opera personaggi per i quali vale la pena ridere e piangere e ai quali è spesso facilissimo affezionarsi.

Downsizing – Vivere alla Grande, nonostante parli di persone molto piccole – per lo meno dal punto di vista dei centimetri – è il suo film più ambizioso, perché attraverso il racconto della stramba avventura del personaggio di Matt Damon, un medio borghese americano come tanti (originario di Omaha, tra l’altro, città del Nebraska che ha dato i natali al regista) si pone l’obiettivo di spiegarci la società in cui viviamo e ridimensionare (in tutto e per tutto) il senso della vita.

Paul e Audrey Safranek, una coppia in difficoltà economica a causa della crisi che ha colpito gli Stati Uniti e il mondo intero, decidono di sottoporsi al processo di rimpicciolimento noto come Downsizing, ideato dieci anni prima dallo scienziato Jorgen Asbjørnsen per contrastare i tantissimi problemi ecologici che stanno danneggiando il pianeta Terra.

Le formule della commedia amara – in cui Payne è ferratissimo – vengono quindi miscelate con quelle dello sci-fi (viviamo ai tempi di Black Mirror, dopotutto, e la satira sociale è ormai sinonimo di fantascienza): il film è geniale perché nella prima parte aggiunge tutto un discorso sulle proporzioni e il rapporto in scala (con gli effetti speciali, vediamo tanti personaggi “normali” interagire con persone ridotte) che poi, ad un certo punto, Payne sottrae di punto in bianco; di conseguenza, dal secondo atto, smettiamo di pensare ai personaggi come persone in miniatura e veniamo risucchiati nel loro mondo, purtroppo tristemente simile al nostro e nient’affatto utopistico come era lecito aspettarsi.

Il discorso sviluppato da Payne, tanto disfattista quanto realista, è che al di là delle scappatoie che possiamo architettare (che in questo film vanno dal rimpicciolimento per ridurre l’inquinamento e bloccare la sovrappopolazione alle arche di Noé, ma è un discorso che il cinema sta portando avanti già da un po’: vedere Interstellar, la serie Kingsman ecc ecc) questo mondo – e l’umanità con esso – è destinato ad estinguersi: domani, dopo domani, fra cento anni o diecimila, poco importa.

Il film quindi diventa una riflessione sui fallimenti e la pochezza della razza umana: abbiamo distrutto il nostro mondo – a differenza nostra, perfino “gli alligatori sono sopravvissuti per milioni di anni con un cervello grande quanto una noce” – e, in dimensioni normali o ridotte, restiamo comunque umani, avidi, classisti, arrivisti.

L’unica speranza è il riuscire a prendere atto di tre cose: primo, che la fine arriverà, e quindi tanto vale farsene una ragione; due, scendere a patti con se stessi; tre, apprezzare le persone che ci stanno intorno e che costituiscono la nostra vita.

Una vita che vale la pena di essere vissuta anche nell’anonimato, senza rincorrere in modo spasmodico il desiderio di essere ricordati da qualcuno. Tanto, alla fine, non sarà rimasto più nessuno che possa ricordarsi di noi o di qualsiasi altra cosa.

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