George Clooney torna alla regia e dirige Matt Damon e Julianne Moore su una sceneggiatura dimenticata dei fratelli Coen, scritta negli anni ’80 ma più attuale che mai per l’America trumpiana alle soglie del 2018.

Dopo aver recitato in quattro diversi film dei fratelli Coen (Fratello, Dove Sei?, Prima Ti Sposo, Poi Ti Rovino, Burn After Reading e il recente Ave, Cesare!) George Clooney per il suo sesto lungometraggio da regista sceglie di ricambiare il favore andando a ripescare Suburbicon, sceneggiatura che i mitici Joel ed Ethan avevano scritto a metà degli ormai lontani anni ’80.

A differenza dei fratelli del Minnesota però Clooney non è assolutamente un nichilista, non lo è mai stato né lo diventerà mai. In ogni persona (o situazione) lui cerca il lato positivo, spera nel bene, ha fede in un eventuale  miglioramento, e osserva sempre con un occhio profondamente malinconico le storture e i difetti umani (a differenza dei Coen, che quelle stesse storture le deridono amaramente).

Perciò non stupisce che, insieme a Grant Heslov (suo collaboratore in Good Night, Good Luck, Le Idi di Marzo e Monuments Men) ha voluto rimaneggiare qui e là lo script originale, e se Suburbicon, davanti alla cinepresa dei Coen, sarebbe stato un’analisi disincantata, cinica e beffarda delle inevitabilità della condizione umana, per l’utopistico Clooney la vicenda dello sciagurato Gardner Lodge diventa lo spunto per una riflessione sulle ipocrisie e i bigottismi della società.

Negli Stati Uniti di fine anni ’60, Suburbicon è la città perfetta: pacifica, costellata di villette con giardino, sempre soleggiata, piena di sorrisi e riverenti smancerie. La tranquilla (quasi utopistica) quotidianità della cittadina viene scossa all’improvviso dall’arrivo della prima famiglia di colore, i Mayers: una situazione assolutamente sgradita e inaccettabile per i bianchi bene educati e ben pensanti del quartiere.

Contemporaneamente Gardner Lodge (Matt Damon), padre di famiglia e devoto marito, rimane invischiato in un brutto affare che darà il largo ad una spirale inarrestabile di violenze e tradimenti.

Tutte le ombre e gli abissi dell’animo umano sono acquattate in silenzio sotto l’innocua e smagliante superficie della quotidianità (Velluto Blu), nascoste dietro un sorriso di facciata che può svanire da un momento all’altro (emblematica la scena iniziale del postino) perché per Clooney l’ipocrisia è facilissima da individuare. L’apparentemente pacifica Suburbicon diventa una bolgia infernale all’arrivo dei Mayers, e in questa bolgia infernale chiunque si sente di dovere di tirare fuori il proprio peggio per costringere gli invasori a sloggiare (i nuovi vicini neri sono visti come l’unica causa di tutte le recenti spiacevoli disavventure capitate nel quartiere).

E così i vicini alzano le staccionate (metafora per i muri trumpiani) per non essere costretti a vedere i musi neri dall’altra parte del giardino, ma nessuno si accorge del vero criminale – il padre di famiglia bianco e lavoratore, incarnazione stessa del sogno americano – la cui anima è più nera della pelle dei suoi vicini.

Una splendida Julianne Moore (in un altro doppio ruolo: sta nascendo un filone incredibilmente affascinante sul tema del doppio, che in questo 2017 abbiamo visto in continuazione) è sia vittima che carnefice, sia problema da eliminare che oggetto del desiderio del protagonista (che nella cittadina perfetta di Suburbicon pensa di poter sostituire la propria moglie difettosa come se stesse rottamando un’auto), e condivide col sempre bravissimo Oscar Isaac (nel ruolo di un personaggio assolutamente coeniano: un agente assicurativo che si definisce “scettico per professione”) una delle migliori scene di tutto il film.

Non si tratta del miglior lavoro del Clooney regista né dei Coen sceneggiatori, ma Suburbicon resta assolutamente un home invasion intelligentissimo capace di mettere in scena sia le incongruenze degli Stati Uniti (non a caso i colleghi americani l’hanno distrutto, a noi europei invece è piaciuto di più) che le bassezze degli esseri umani, una commedia nera sugli orrori domestici e la causalità dell’esistenza (qualche volta regolata dal karma) che vale la pena non perdersi.

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