Un viaggio alla (ri)scoperta di questo intramontabile classico e del perché ha ancora da insegnare alle nuove produzioni.

Con la riproposta dei classici Mostri della Universal Pictures – che fecero la fortuna dello Studio dagli anni ’20 in poi – in home video, ecco che gli spettatori hanno modo di (ri)appassionarsi a vecchi intramontabili classici e viaggiare dietro le quinte per scoprire il segreto del loro successo senza tempo.

Tra questi, La Mummia del 1932, (ri)proposta nella prestigiosa edizione da collezione Steelbook, oltre alla confezione metallica, porta in cover la firma di Alex Ross, noto fumettista e illustratore statunitense (le miniserie Marvels della Marvel e Kingdom Come della DC). Encomiabile il lavoro di restauro e rimasterizzazione fatto dalla Universal e la ricchezza dei contenuti extra presenti.

Se da un lato il comparto audio e video permettere infatti di (ri)immergersi completamente nelle atmosfere che hanno fatto il successo de La Mummia, dall’altro il contenuto speciale più interessante è sicuramente quello dedicato a Jack Pierce, make up artist che letteralmente “inventò” i Mostri dello Studio per come sono ancor oggi impressi nella nostra mente. Finì purtroppo la propria carriera nel dimenticatoio, soprattutto a causa della complessità del suo lavoro, che impegnava gli attori ore e ore per la preparazione del trucco e un doloroso seguito quando esso doveva essere tolto. È così che Boris Karloff raccontava delle ore di “trucco e parrucco”, ed è grazie a Pierce che potè essere Imhotep e allo stesso tempo Ardath Bey. Incredibilmente nel primo ruolo lo si vede poco, nonostante le ore impiegate per il make up, ed è entrata nella storia del cinema la sua (non) entrata in scena: lo sguardo isterico del povero assistente alla spedizione in Egitto e la camminata in cui si vedono solamente strisciare le bende della mummificazione.

Al centro de La Mummia c’è però non solo una maledizione, ispirata dall’apertura della tomba di Tutankhamon nel 1922 e dalla maledizione di Tutankhamon, ma anche una grande stloria d’amore, quella proibita fra il sacertote Imhothep e la figlia del Faraone Anck-Su-Namuni, reincarnatasi in Helen Grosvenor (interpretata da Zita Johann). Le difficoltà del rapporto sul set fra l’attrice e il regista Karl Freund, un azzardo poiché in precedenza solo direttore della fotografia anche se ottimo, hanno fatto storie e sono sviscerati in un altro contenuto speciale insieme ad altre curiosità dal set d’epoca.

Un binomio che sarà presente anche nella trilogia (più fortunati i primi due film) degli anni ’90 con Brendan Frasier e Rachel Weitz e, in misura minore poiché parte del Dark Universe, nel film del 2017 con Tom Cruise e Annabelle Wallis (in cui tra l’altro La Mummia diverrà di sesso femminile). E’ presente fra gli extra un carinissimo compendio di questi nuovi capitoli, così come dei vecchi sequel del film del 1932 che si sono susseguiti negli anni permette di fare il punto e, per gli spettatori, andare a recuperare i film che si erano persi… tra una benda e l’altra. Così come gli anni d’oro di Carl Leammle che portò al successo la Universal Pictures.

 

 

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