Evadere dal carcere grazie a Dungeons & Dragons

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I detenuti di un carcere di massima sicurezza del Colorado giocando a Dungeons & Dragons per imparare a collaborare fra loro e per stimolare la loro creatività. E lo fanno senza dadi.

Il carcere di massima sicurezza di Sterling è situato a 130 miglia a nord-est di Denver e ospita alcuni dei criminali più pericolosi del Colorado: rapinatori di banche, omicidi e anche alcuni serial killer. Eppure, una volta a settimana una mezza dozzina di questi detenuti si incontra a un tavolo nella sala comune per unire le forze contro nemici immaginari in sessioni di gioco cooperativo a D&D, il gioco di ruolo fantasy più celebre al mondo, creato da Gary Gygax e Dave Arneson nel 1974.

Oltre 20 milioni di persone si sono cimentate con questo gioco da quando è stato pubblicato per la prima volta. In breve, le regole prevedono che i giocatori scelgano che personaggio interpretare, la sua razza e la sua classe, per poi tirare dei dadi che determinano il valore di parametri come forza, intelligenza e carisma.

D&D è un gioco cooperativo, in cui, oltre a un party di giocatori che collabora per risolvere puzzle, uccidere i nemici e andare avanti nella storia, è presente anche la figura del Dungeon Master (o DM): si tratta di una guida, nonché dell’unica persona al tavolo di gioco che conosce il mondo di gioco nella sua interezza e le missioni che i giocatori dovranno affrontare.

Le storie possono essere tratte dai manuali specifici, o create dal DM stesso. I detenuti dello Sterling, ad esempio, preferiscono creare le proprie storie, piuttosto che usarne di preconfezionate.

Un problema a cui questi carcerati hanno dovuto fare fronte è il divieto di usare dadi in carcere. I dadi sono una parte fondamentale e sistema di gioco di Dungeons & Dragons, poiché vengono usati, oltre che per determinare le caratteristiche iniziali dei personaggi, anche per combattere, per cercare informazioni utili e tanto altro. Per ovviare a questo problema, i detenuti usano un set di 20 carte da gioco. Nello Sterling ogni sessione di gioco dura 3 ore. Ma chi sono questi giocatori così atipici?

Uno di loro è Melvin Woolley-Bey, un uomo di 33 anni alto quasi due metri, si è ritagliato un posto di una certa importanza all’interno del carcere: da quando aveva 18 anni, è stato arrestato svariate volte per estorsione, possesso di sostanze stupefacenti e furti. Quando era un ragazzo, Melvin avrebbe voluto diventare un drammaturgo, ma durante la sua adolescenza i suoi problemi familiari lo hanno portato per le strade, dove è poi finito nel giro della droga.

Quando Bey arrivò allo Sterling, notò che un gruppo di detenuti stava giocando a D&D. Il ragazzo conosceva il gioco per le sue affinità con il teatro, ma erano passati molti anni da quando aveva giocato per l’ultima volta, ma si unì comunque alla sessione di gioco, vedendo in essa una opportunità per poter cambiare il lato più duro della sua personalità.

Melvin Woolley-Bey a 15 anni (sulla destra) a una convention di Star Wars con due amici.

Da qualche anno, Bey si è unito a un party guidato da DM Aaron Klug, un detenuto con una certa predisposizione per i numeri e i computer, ma con problemi a relazionarsi con le altre persone. Klug ama così tanto i giochi di ruolo che, quando non è in sessione, passa il suo tempo disegnando mappe e personaggi, e nell’ambito del gioco si sente imbattibile:

Come Bey, anche Klug entra ed esce dalle carceri da quando era un ragazzino, ed è attualmente detenuto per la rapina di una banca, reato commesso nel 2010 e per il quale sta scontando una pena di 8 anni. Ironicamente, è stata proprio la sua passione per i giochi di ruolo a farlo arrestare…

La polizia sospettava che fosse stato lui a commettere la rapina, ma non riusciva a trovarlo. Dopo tre mesi di indagini, grazie a una ricerca online la polizia scoprì che Klug si era registrato per un evento riguardante Dungeons & Dragons. Il giorno dopo, venne pubblicato un articolo che lo riguardava dal titolo: “Appassionato di giochi fantasy arrestato per una rapina nella vita reale“:

Ovviamente, la prima cosa che fece Klug una volta in carcere è stata organizzare una sessione di gioco.

Qualche anno fa, un detenuto che non prendeva parte alle sessioni si divertiva a interrompere le sessioni, infastidendo i giocatori, così Bey un giorno sbottò: “Ti ho detto di smettere di infastidirci mentre stiamo giocando!”, urlò mentre affondava più volte la sua matita nella cosca del malcapitato. Ecco la spiegazione intrisa di umorismo nerd offerta da Bey:

Nel carcere, abbiamo tre ore ti tempo libero al giorno, nelle quali abbiamo accesso ai tavoli e non siamo riunchiusi, per cui abbiamo davvero poco tempo per giocare, e in questo tempo dobbiamo anche fare le nostre telefonate, la doccia, ecc. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è un PNG di livello 6 che distrae i giocatori.

Questa bravata gli è costata un biglietto di andata per l’isolamento, ma nemmeno questo ha impedito a Bay di continuare a giocare, questa volta con i detenuti delle celle di isolamento vicine. Come? Urlando attraverso i condotti di areazione.

 

Cosa pensano però le guardie carcerarie di queste sessioni di gioco a D&D? Stando alle dichiarazioni di Klug, la maggior parte degli agenti tollera di buon grado il gioco, e, spinti dalla curiosità, fanno anche delle domande a riguardo. Probabilmente, gli agenti sono colpiti dalla trasformazione che porta dei pericolosi criminali nei panni di elfi e altre creature fantastiche. Bey ha dichiarato che alcuni di loro si sono prestati a “stampare i dungeon, nuove regole e ogni sorta di cose utili per il nostro gioco”.

Una volta, però, è capitato che un tenente avesse inviato pedine e mappe alla commissione, per assicurarsi che non celassero piani di fuga, ma questo non è stato certo il primo caso in cui degli agenti di polizia penitenziaria hanno pensato che D&D fosse un tipo di intrattenimento pericoloso per la sicurezza: nel 2004, presso il Waupun Correctional Institution, in Wisconsin, ai detenuti venne impedito di giocare a Dungeons & Dragons, e tutto il materiale di gioco venne messo sotto sequestro, incluso un manoscritto di 96 pagine che riportava al suo interno l’intera campagna.

 

Kevin T. Singer, il Dungeon Master di quella campagna, citò in giudizio il carcere per aver violato la sua libertà di espressione. Durante il processo, il capitano Bruce C. Muraski, responsabile del sequestrò, affermò che giochi di ruolo come D&D

promuovono una ostilità competitiva, violenza e un atteggiamento che stimola il desiderio di evasione, che può compromettere non solo la riabilitazione dei detenuti e gli effetti della rieducazione, ma mette in pericolo gli altri e mette in pericolo la sicurezza dell’Istituto.

Singer è ricorso in appello, e in questa occasione testimoniò per dimostrare che D&D e i giochi di ruolo in generale sono degli strumenti reali per riabilitare i detenuti. Purtroppo, però, il divieto è rimasto.

Anche se i detenuti hanno a loro disposizione alcuni giochi in prigione, D&D è uno dei pochi in cui la componente cooperativa è fondamentale. Non solo, ma anzi giochi come D&D favoriscono non una ostilità competitiva, quanto piuttosto degli atteggiamenti positivi per la vita sociale che possono essere utili, ai detenuti e non solo, nel mondo reale.

Nel 2012, uno studio portato avanti da alcuni ricercatori dell’Università dell’Ohio ha dimostrato che giocare in maniera cooperativa o competitiva abbia un conseguente impatto sull’atteggiamento cooperativo. I gruppi di partecipanti allo studio hanno giocato allo sparatutto in prima persona Halo 2, titolo pubblicato per la prima volta nel 2004, sia in modalità PvP che co-op.

Alla fine delle sessioni, ai giocatori venne posto un dilemma: tenere per sé 4 monete premio, o cederle all’altro giocatore che, in quel caso, ne avrebbe ricevute il doppio. Questo è il cosiddetto Dilemma del Prigioniero, e i ricercatori hanno notato che i giocatori sono stati più propensi a cedere le monete al proprio compagno quando si trattava delle sessioni di gioco cooperative.

Klug ha dichiarato che durante le sue prime sessioni a D&D in carcere i giocatori non riuscivano a mettere in salvo i propri personaggi, a causa della mancanza del lavoro di squadra, e giocando in maniera competitiva, anche quando avevano obiettivi comuni. Inoltre, le loro decisioni vertevano per la maggior parte sul massimizzare il proprio profitto personale, anche se questo atteggiamento rischiava di compromettere la riuscita della missione.

Dopo anni di gioco, Klug si dichiara più soddisfatto del lavoro di squadra dei suoi giocatori. Bey ha inoltre aggiunto un dettaglio molto importante:

Soprattutto, senza dubbio, ogni legame con le gang, precetto religioso o affiliazione razziale è stata soppiantata dal gioco.

Al tavolo di gioco, nessuno è bianco, nero o latino: nel mondo di D&D e dei giochi di ruolo, si smette di essere ciò che siamo nella vita reale, per diventare nani, elfi, thiefling, in un sistema di gioco che tende all’integrazione, non all’esclusione.

Io credo in un mondo in cui un nerd di 40 chili può divenire un barbaro in grado di brandire una spada, o un somaro in scienze può imparare a manipolare una classe alchemica… per poi mettere insieme queste due figure grazie a un interesse comune.

Le ricerche suggeriscono che giochi di ruolo come D&D possono essere dei potenti strumenti terapeutici: nel 1994, lo psicologo Wayne D. Blackmon pubblicò lo studio di un caso che dimostrava come Dungeons & Dragons fosse stato impiegato per riabilitare un diciannovenne con tendenze suicide che non era reattivo alla psicoterapia tradizionale.

Attraverso il gioco, il paziente fu in grado di esprimere le proprie paure ed emozioni in un ambiente strutturato e sicuro. Blackmon promuove l’uso di D&D per aiutare i pazienti a “esplorare i propri dungeon mentali e uccidere i loro draghi psichici”.

Nonostante Klug abbia trascorso gran parte della sua vita in carcere, l’uomo non è fatto per la vita dietro le sbarre, un posto in cui le attività ricreative sono basate in gran parte sulla socializzazione e sulla attività fisica: duo cose con cui Klug non va molto d’accordo. Per questo, il tavolo di D&D è l’unico posto in cui riesce a guardare dentro di sé e cimentarsi con il problem solving, in cui gli analitici introversi come lui eccellono:

Dungeons & Dragons è il metodo di rieducazione con il quale riesco a relazionarmi per rifugiarmi nella mia realtà e per risolvere i miei problemi.

Le carceri dovrebbero riabilitare i detenuti, procurando loro gli strumenti necessari alla loro rieducazione, in modo da scongiurare eventuali recidive. Dall’altro lato, il carcere è ovviamente anche punitivo, confinando i detenuti in spazi ristretti nei quali gli stimoli sono scarsi e sono costretti a guardarsi dentro per affrontare le decisioni sbagliate che li hanno infine condotti dietro le sbarre. Per questo, la corte al processo Singer ha dichiarato quanto segue:

La punizione è un aspetto fondamentale della reclusione, e le prigioni possono scegliere di punire i detenuti impedendo loro di partecipare ad alcune delle loro attività ricreative preferite.

Dunque, stando a queste dichiarazioni, se l’evasione in un mondo fantastico diventa troppo divertente e se si trasforma in una distrazione dai crimini commessi, una simile attività non dovrebbe essere ammessa in un carcere.

In un gioco di ruolo come D&D, le azioni dei personaggi sono determinate dal proprio allineamento. Ai due estremi ci sono il Legale Buono, sempre pronto ad aiutare il prossimo e a seguire le regole, e il Caotico Malvagio, che asseconda i propri interessi personali in barba alle leggi.

Ciò che colpisce è che, a dispetto del comportamento nella vita reale di questi detenuti, associabile a un allineamento Caotico Malvagio, Klug ha notato che i suoi giocatori scelgono spesso di essere dei Legali Buoni.

Non si tratta di un allineamento facile da gestire, poiché, alle volte, per rispettarlo bisogna anche fare dei sacrifici, a volte mettendo a rischio la propria vita, un tratto caratteriale che non si associa comunemente alla vita in carcere, ma questi detenuti si sforzano comunque di rispettare il proprio allineamento.

Dopotutto, a chiunque piace pensare a se stesso come a una brava persona, e un modo per poterlo diventare anche nella vita reale può essere un po’ di pratica giornaliera nella forma di “game therapy”.

Fonte: Waypoint.

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