American Assassin di Michael Cuesta | Recensione

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Michael Keaton aiuta Dylan O’Brien ad ottenere vendetta nel nuovo film di Michael Cuesta.

Una spy-story con la furia di un action-thriller che parla di padri e figli (o mentori e allievi) e si interroga sul prezzo della vendetta, troppo seriamente e troppo spesso.

Ecco, in sintesi, cos’è American Assassin, sesto film del newyorkese Michael Cuesta (autore di L.I.E. e del carino-ma-piuttosto-inconcludente Le Regole del Gioco, con Jeremy Renner), un film che pretende di essere più di quello che è  ma che va da A a B attraversando gli stessi sentieri già ampiamente battuti da chi è venuto prima di lui. Per lo meno lo fa con passo deciso e sicuro di sé e soprattutto senza mai inciampare, e lungo il tragitto morirà un sacco di gente.

Mitch Rapp (Dylan O’Brien) è un giovane americano che da bambino ha perso i genitori in un incidente d’auto e da adulto non è riuscito a salvare la fidanzata da un attacco terroristico. Come Liam Neeson anche lui giurerà di trovare e uccidere senza se e senza ma i colpevoli della tragica dipartita dell’amore della sua vita: verrà reclutato dalla CIA e addestrato nell’arte della guerra dal Navy Seal veterano Stan Hurley (Michael Keaton).

Mitch, Stan e gli altri della loro squadra speciale dovranno vedersela con un trafficante d’armi conosciuto col nome in codice di “Ghost” (Taylor Kitsch) e ovviamente le cose si complicheranno.

Il problema del film è uno ed uno soltanto (tralasciando la sinossi trita e ritrita): adora – a livello viscerale – prendersi sul serio.

Non siamo assolutamente nei territori ironici e fumettistici della saga di John Wick, territori nei quali la vendetta va servita a colpi di esagerazioni e la sparatoria diventa un’opera d’arte, un valzer, una messa in scena di stunt e coordinatori. Qui la vendetta è un cancro, un virus che contamina l’anima di chi la brama, tutto è pesante e gravoso e ci viene ripetuto all’infinito: non bisogna cercare vendetta perché la vendetta ti consuma fino a cambiarti per sempre.

Dopo di che, tra una lezione morale e l’altra, ci si diverte da morire a vedere O’Brien fare a pezzi i dannati terroristi con pistole, coltelli, automobili, mani e piedi e altri oggetti più o meno contundenti, un po’ come accade nei film di Paul Greengrass (dove ogni cosa può diventare un’arma, soprattutto il fisico umano)

Cuesta è bravo a filmare l’azione e ancor più bravo a posizionare la camera nei vari punti strategici dei set per mostrarci O’Brien fare la maggior parte dei suoi stunt (come nel caso di Charlize Theron nel recente Atomica Bionda), e il giovane attore della saga di Maze Runner qui è più maturo e molto azzeccato nel delineare il suo action hero silenzioso, determinato, letale.

C’è una certa eleganza nel filmare l’azione (anche se non si arriva mai ai livelli stabiliti di Chad Stahelski e David Leitch, neanche a sfiorarli col pensiero) e un buon ritmo, ma tutto sarebbe stato più apprezzabile e anche molto più intellettualmente onesto se ci fosse stato venduto come puro divertissement. E invece l’ottovolante  che American Assassin poteva essere va col freno a mano tirato.

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