Starting Point 16 bis: Intervista a Christian G. Marra e Marco Andreoletti (Passenger Press)

Pubblicato il 28 Novembre 2011 alle 12:55

Come preannunciato nell’articolo dedicato a “Passenger Press” ecco a voi una corposa intervista alle sue due anime, ricca di spunti per avviare una riflessione su aspetti del fumetto meno immediati rispetto a storie e disegni ma altrettanto importanti. Vi ricordo che sull’altro articolo è in corso un contest che premierà il più veloce col numero 0 di “The Passenger”, affrettatevi a commentare!

1-a) Prima di entrare nello specifico vorrei chiedervi di provare a delineare dei confini di questo settore della produzione narrativa così vasto e pieno di voci anche diametralmente opposte, cos’è quindi l'”Indie” secondo voi?

Christian G. Marra: Me lo sono chiesto anche io anni fa prima ancora di concentrare quasi tutte le mie attenzioni verso questo universo a me sconosciuto ma tanto affascinate. Ero (e sono ancora) stra-annoiato dal mainstream (escluso Authority) che comunque continuo ad osservare da lontano ma che purtroppo ora mi puzza troppo di stantio. Ecco, l’indie è l’aria fresca che entra nella tua stanza chiusa da troppo tempo.

Marco “Evilmonkey” Andreoletti: Indie dovrebbe essere il menefreghismo verso il mercato. Tutto ciò che è prodotto per propria soddisfazione (ed esigenza interiore) e non per un secondo fine, anche a costo di perderci soldi, tempo e fatica. Esistono artisti fortunatissimi, arrivati al successo economico facendo quello che più gli piace. Purtroppo non si può sempre ragionare per eccezioni. L’idea dell’indie è quella che chiunque può prodursi la propria roba. Naturalmente la qualità media sarà altalenante, ma tutti devono togliersi lo sfizio di potersi esprimere come meglio credono almeno una volta nella vita. Magari ne usciranno capolavori, probabilmente robaccia, ma l’importante è che tutti si applichino su di un loro progetto personale. I geni sono nascosti ovunque.

1-b) “Indie”, “Underground”, “Alternativo”, pensate che siano parole che definiscono lo stesso oggetto cogliendone di volta in volta aspetti diversi o credete che si riferiscano ed identifichino oggetti diversi?

M: “Alternativo” non esiste, è una parola da 15enni. Qualunque cosa è alternativa a qualcosa d’altro, dipende da dove guardi. Dell’ “indie” ne abbiamo già parlato. Personalmente mi piace continuare a pensare all’ ”underground” come un incubatore di idee grezze e belle ruvide, non proprio per tutti. Robaccia pesa e puzzolente (l’adoro!).

C: Personalmente la parola underground non mi piace, ma solo perché è considerata alla stregua di sub-cultura e perché come tutto ciò che sfugge ai canoni del mercato globalizzato è in maniera superficiale e generalizzata erroneamente considerata roba appunto da “alternativi”. Ma io “alternativo” mi ci sento da una vita dato che ho miei gusti e propongo cose con contenuti e forme spero originali come il nostro esaurito Passenger Album Limited Edition 2009.

2-a) Veniamo quindi alla casa editrice: come nasce “Passenger Press” e con quali intenti?

M: Io salgo a bordo dell’astronave solo in un secondo momento. Mi piaceva l’idea di stare dietro le quinte e convogliare un po’ di idee in volumi che avrei acquistato io stesso. Ma tutto il merito della partenza è di Christian.

C: L’idea era inizialmente stata concepita per creare un bellissimo gadget per una importante casa di produzione pubblicitaria con cui lavoro come storyboard artist. Poi del volume non si è più fatto nulla ma l’idea di avere un’ antologia con storie scritte da registi italiani e non mi piaceva così tanto che ho deciso di produrla da solo (dato che l’idea era mia e lo è rimasta tutt’ora).

2-b) Perchè “Passeggero”? Che significati volete veicolare attraverso questo simbolo?

C: Il Passeggero è una forma mentis che ti avvolge anche non coscientemente non appena sali sull’autobus o sul treno, che una volta era il mio mezzo di trasporto preferito. Quindi il vero Passeggero delle storie è OGNI SINGOLO LETTORE che acquistando e leggendo un nostro volume decide di intraprendere con noi un viaggio.

2-c) Pensate che la definizione “casa editrice” si addica alla vostra creatura, la trovate riduttiva, non corretta?

M: Per essere una casa editrice ci vorrebbe un bel po’ di serietà in più. Naturalmente scherzo, ma spesso ci troviamo a discutere su come muoverci in questo campo. Magari con qualche strategia a lungo termine o pianificazione, però alla fine ci annoiamo e continuiamo a parlare di cinema e fumetti. Avremmo bisogno di un amministratore delegato che ci bastoni quando usciamo dai binari (e che magari abbia un minimo di senso degli affari più di noi)! La cosa buffa è che, nonostante la nostra cialtronaggine, per i volumi monografici paghiamo quanto una casa editrice media italiana (che non significa “zero”)!

C: Noi siamo dei pirati e gentiluomini, ancora non ci mescoliamo con gente che “dovrebbe” essere più seria ma non lo è e ancora non lo è stata. Siamo genuini come un vino novello. E siamo ad ogni modo sempre e comunque seri, precisi e di “parola”.

2-d) Allargando il discorso, come pensate che cambierà il concetto di “casa editrice” in un mondo in cui l’autoproduzione si avvicina sempre più alla qualità dei prodotti “mainstream”?

C: Quest’anno a Lucca, grazie anche al fatto che le maggiori case editrici hanno già da un paio di anni un loro spazio diviso dal Padiglione Napoleone, sono arrivate altre realtà indiEpendenti che hanno deciso di investire più soldi nel loro sogno ed hanno acquistato stand più costosi anche per avere, come è giusto che sia, una forma più professionale pur mantenendo la loro indipendenza dal mercato mainstream. La crescita è resa evidente anche dal fatto che abbiamo nel nostro piccolo ospitato gratuitamente anche altre due piccole autoproduzioni.

M: Poco alla volta ci stiamo avvicinando al mio sogno: vedere una Lucca completamente devota alle autoproduzioni. Slegandosi dal mercato tradizionale ognuno può presentarsi con quello che ne ha voglia, come ne ha voglia. Questo significa tonnellate di idee in circolo. E solitamente le idee stimolano le altre idee. Nessuno può dire da dove arriverà l’ispirazione per il prossimo Watchmen. Magari da un tecnicissimo sceneggiatore classico, oppure da un povero pazzo che nessuno considera. Occorre aria per lasciare liberi i cervelli, altro che discorsi sulla professionalità di un’industria inesistente.

3-a) Più che al fumetto tout-court vi siete da subito rivolti ad un nuovo modo di pensare la narrazione che travalichi generi e mezzi di comunicazione e si esprima attraverso tutte le componenti dell’opera, non ultimo il formato e gli aspetti più materici del prodotto. Dove vi sta portando questa sperimentazione?

M: Quest’anno ci siamo presentati a Lucca con una rivista di cinema, un libro per bambini, un fumetto pittorico (nel senso che Luca Conca è prima di tutto un pittore, con tanto di gallerista a rappresentarlo e quotazioni in continua ascesa), una fanzina fotocopiata e 2 tshirt prodotte da un marchio come 55DSL. Dove andremo a finire non lo so, ma per ora ci divertiamo come pazzi a saltare di palo in frasca.

C: Facciamo tutto e solo quello che ci piace. Siamo liberi.

3-b) Come pensate che la cosiddetta “rivoluzione digitale” possa modificare il mondo del fumetto?

C: UN LIBRO è un oggetto che non morirà mai. Magari diventerà come il vinile. Magari no. Io personalmente non amo per una cippa di minkiazza il fumetto digitale. Come non amo il sesso virtuale. E come diceva mia nonna: “Il progresso mica si può fermare”.

M: Spero che tutte le uscite seriali di massa si spostino presto su piattaforma digitale, più che altro per evitare sprechi. Per il resto (graphic novel, trade paperback, ristampe,…) penso che la carta non verrà mai soppiantata. E’ un dovere nei confronti di chi a un fumetto ci lavora per mesi. Meritano qualcosa di più di un mucchietto di pixel su di uno schermo retroilluminato.

3-c) Pensate che in futuro la “forma” diventerà un mero veicolo per il “contenuto” o credete che possa (debba) diventare “contenuto” essa stessa?

M: La forma è SEMPRE contenuto. E qui sta il difficile. Penso che chi scrive e disegna un fumetto debba sempre avere un buon potere decisionale sulla forma finita del volume. Magari non ci accorgiamo ma spesso la nostra idea su di un libro è influenzata moltissimo dalla copertina, dalla carta e dalle scelte di progettazione. Io posso anche comprare “Il grande Gatsby”, ma se sulla copertina mettono un bollo metallizzato con la scritta “Best Seller” o altre amenità da supermercato difficilmente mi restituirà l’importanza che merita. Sembra superficiale, ma vi assicuro che da una situazione simile ci siamo passati tutti.

C: La forma è ASSOLUTAMENTE SEMPRE anche contenuto. Puoi certamente produrre ancora volumi fotocopiati e rilegati ad minchiam ma penso che credere un pochino di più in se stessi e decidere di rischiare spendendo maggiormente magari non ci ricoprirà d’oro e ci farà fare ancora molta fatica a pareggiare le spese ma a lungo termine, in ambito personale e professionale, ci riempie di soddisfazioni impareggiabili. Il mercato è crudele e questo non basta di certo a colmare i vuoti lasciati dalla poca attenzione della critica. Il passaparola è fondamentale.

3-d) Quali necessità avete riscontrato da parte degli autori rispetto alla fase produttiva? In parole povere: cosa chiede un autore ad un editore?

C: Serietà, chiarezza e cura maniacale principalmente come forma di rispetto per il lungo lavoro che un disegnatore, un autore intraprende sulla e per la sua creatura.

M: Personalmente mai incontrato difficoltà con gli autori. Abbiamo sempre avuto la fortuna di lavorare con gente abbastanza intelligente da capire il perché di tante nostre scelte e le condizioni (budget limitato e una vita extra-fumetto bella piena) in cui le portiamo avanti.

4-a) Il cinema ha un ruolo centrale in tutta la vostra produzione (“The P.A.L.E.”, “Bizzarro Magazine”, le collaborazioni con Apricot Mantle, etc…), secondo voi cosa accomuna questo linguaggio con quello del fumetto?

M: Trovami un fumettista che non adora il cinema. Probabilmente è questione di immaginario, ma non è un caso se anche molti grandissimi registi sono assidui lettori di fumetti.

C: Ho trovato alcuni fumettisti che non “seguono” il cinema e oltre alle sfere mi sono cadute anche le braccia. ^__^

4-b) Con “The P.A.L.E.” (“The Passenger Album Limited Edition”) avete portato nel mondo del fumetto (ma più in generale della narrazione grafica) il movimento e il sonoro attraverso un dvd di cortometraggi. Potete parlarci un po’ di questo prodotto? Pensate sia corretto definirlo “rivista”?

M: Il P.A.L.E. doveva essere un’uscita a cadenza più o meno annuale. Visti i costi spaventosi e la fatica per realizzarlo stiamo procedendo molto lentamente con la seconda uscita. L’idea era quella di fare un albo a fumetti ultralussuoso, ma comunque un albo a fumetti. Pura superficie. Un compendio pop, nella forma e nel contenuto (ma non doveva essere solo superficie?).

C: E’ un sogno realizzato che vorrei tanto bissare. Una intuizione che ci ha portato soddisfazioni, il pareggio di un paio di conti e la voglia di restare a galla in questo mare in burrasca. Inoltre voglio aggiungere che per alcuni disegnatori è stata una vetrina che ha portato alcuni di loro a fare dei volumi con altri piccoli editori come lo svedese Mattias Adolfsson.

4-c) Parliamo invece di “Bizzarro Magazine”, cosa è e come nasce la collaborazione con “Laboratorio Bizzarro”?

M: I ragazzi di Laboratorio Bizzarro ci hanno contattato per via della nostra collaborazione con registi del calibro di Lloyd Kaufman, Bruce LaBruce e Pang Ho Cheung. Teste di serie che si sono messe a scrivere storie inedite per il secondo volume del Passenger Magazine. Molta gente non se ne è neppure accorta, ma Daniele e Alessandra sono abbastanza svegli per capire il valore del loro contributo. E dal solito giro di complimenti reciproci si è passati a collaborare a questa pazzia che è Bizzarro Magazine.

C: Ecco, questo è uno dei risultati che fare dei bei volumi Indie vi può far raggiungere. Da fan a collaboratori e viceversa. E aggiungo che “molta gente non HA voluto nemmeno accorgersene”. Anche se poi ci HA copiato, anzi diciamo si è ISPIRATA a noi, almeno nella “forma”. E di questo ne siamo felicissimi.

4-d) Cosa dobbiamo invece aspettarci dalla collaborazione con “55DSL”?

M: Non lo sappiamo neppure noi. I ragazzi a Marostica sono fantastici ma hanno il terrore di apparire come opportunisti al mondo del fumetto. La prima volta che ci siamo visti con Andrea Rosso sono rimasto molto colpito dalla sua attenzione per la sensibilità del pubblico. Un rispetto e un terrore reverenziale che nel mondo dell’editoria non ho mai visto. Per colpa/merito di questa cosa le cose procedono a ritmo piuttosto rilassato ma continuo. La voglia di collaborare da parte loro è tanta.

C: E anche la nostra voglia lo è, come la riconoscenza verso di loro e verso Andrea. A me come singolo artista hanno fatto fare una maglietta che trovi solo in un negozio al centro di Tokio.

4-e) Vista la forte compenetrazione di linguaggi e la multimedialità che si riscontra in molte produzioni della scena indipendente pensate che abbia ancora senso fare una distinzione per generi o mezzi narrativi o si dovrebbe cercare una definizione più ampia?

M: Sono cose che non dovrebbero interessare chi è dentro. Ma sono strumenti molto divertenti quando ti trovi a scrivere recensioni.

C: Infatti a me non importa!

5-a) Alla “Lucca Comics” appena trascorsa avete presentato tre albi monografici come “You Won’t Like It” (di Andreoletti), “Il Ritratto” (di Conca e Giacconi) e “Cactus Boy” (di G. Marra), in qualità di autori di due di queste opere potete parlarcene più nel dettaglio? Ci saranno altre iniziative simili in futuro?

M: Quest’anno ci siamo fatti il culo per gli altri (Diesel, 55DSL, Bizzarro Magazine) quindi volevamo portare a Lucca qualcosa di completamente nostro. Per una volta partivamo in attivo, quindi non ci sarebbero state limitazioni (ma quando ce le siamo imposte?). Ognuno (Luca Conca compreso) ha seguito il suo progetto in totale autonomia, senza dire nulla agli altri. Per quanto mi riguarda la mia fanzina è figlia di Internet, il mondo magico dove tutti hanno talenti nascosti e la verità in tasca. Nella blogosfera tutti stanno lavorando su qualcosa di incredibile, stupendo, rivoluzionario. Io no. YWLI è atrocemente stupido, fotocopiato su una carta improponibile e le parti più interessanti le ho ottenute mandando in tilt il computer e applicando sopra al risultato dei motivi che mischiano disegni di pillole e combo di picchiaduro (realmente esistenti!). Mi crogiolo al pensiero che Tony Clifton l’avrebbe adorata.

C: Quest’anno ho seguito nemmeno io so quanti progetti contemporaneamente e mi piace pensare di averlo fatto per tutti dando il 110%…volevo, dopo aver curato il volume Il Ritratto, anche spinto dalla competizione con il mio carissimo amico Luca Conca, fare qualcosa per me ispirato alla concezione di un volume per bambini alla Barbapapà, mescolato con Swamp Thing, il non-sense e il gusto per le illustrazioni realistiche. Una cosa mia, figlia di questa estate che mi ha tenuto sulla graticola anche per il mio primo video musicale come regista e disegnatore per il cantante americano indie Andy Palmer. E certamente ci saranno altre iniziative simili. Eccome.

5-b) A proposito di Luca Conca (autore de “Il Ritratto” e pittore con 4 personali all’attivo), nelle vostre pubblicazioni appaiono spesso opere di pittori, tra tutti citerei Nicola Verlato, a cosa sta portando la sperimentazione artistica in questo settore?

M: Guarda la gran parte dei fumetti o delle cover pittoriche presenti sul mercato. Sono semplicemente disegni più elaborati di quelli presenti di solito. Il fatto è che non si deve parlare solo e sempre di tecnica sparata a 3000, ma anche di poetica e contenuti. E’ il fatto per cui un minimalista come Brice Marden ti darà sempre di più dell’ennesima cover in stile Metal Hurlant. Mettiamo pittori da galleria nei nostri albi a fumetti perché sarebbe bello vedere più gente che lavora a un fumetto popolare con sensibilità d’artista “alto”, senza paura di passare per snob o fighetti e senza (soprattutto) snaturare la sua vocazione “di genere”. Anche perché sono anni che l’arte alta si nutre di cultura bassa, direi che è ora di ricambiare il favore. Detto questo, se un giorno uscisse un qualsiasi albo con copertina di Richard Prince penso che sverrei.

C: E magari far vedere che si può anche “disegnare” bene e fare prodotti non radical-shit disegnati come farebbero dei bambini.

5-c) Come si coordina una quantità così vasta di autori provenienti da tutto il mondo e da esperienze artistiche anche profondamente diverse (street art, design, cinema, etc…)?

M: Non si coordina. Ci si deve solo sfondare la testa a tirare le fila di tanto in tanto.

C: Perdendo i capelli. E io coordino, coordino.

6) Capitolo distribuzione: quale vi sembra la situazione di questo settore in Italia e quali strategie distributive avete adottato per promuovervi?

M: La situazione è tragica, anche perché le fumetterie lavorano sempre meno e quindi giustamente non se la sentono più di rischiare. A fine mese ci dobbiamo arrivare tutti e di gente diventata miliardaria a vendere la nostra roba non ne conosco. Come Passenger Press stiamo cercando in ogni modo di muoverci in autonomia, attraverso gallerie d’arte e librerie un po’ più di nicchia. Anche la collaborazione con 55DSL era partita da questo presupposto. Se Butt può essere distribuita nei negozi American Apparel perché non posso trovare fumetti in un negozio di abbigliamento street?

C: Terribile. Punto. Noi ci arrangiamo tramite il passaparola e a tal proposito ti voglio di cuore ringraziare anche per queste domande che dimostrano che hai preso delle informazioni su di noi. Grazie ancora!

7) Marco Andreoletti ormai un anno fa in un commento ad un post di Roberto Recchioni scriveva: “Adesso abbiamo in ballo un paio di progetti, di cui uno clamoroso. Peccato che per questo ci si debba appoggiare a un altro sistema produttivo, con tempi un po’ più lunghi del fumetto. Però rappresenta il nostro primo, vero step verso la conquista del mondo (letterale). Appena potremo parlare parleremo, ora i contratti ci zittiscono a forza.” Stavi parlando di qualcosa che abbiamo già visto o è un progetto ancora in cantiere? In tal caso, potete dirci qualcosa a riguardo?

M: Si parla sempre del discorso 55DSL. Il tutto si sta rivelando soddisfacente ma maledettamente complicato. Da parte loro ci sono arrivati input “bomba” però, trattandosi di un brand internazionale e che fattura milioni su milioni, non è che ti puoi aspettare di essere in cima all’agenda. Comunque sono loro che continuano a farsi vivi, quindi i lavori procedono. Poi non riesco a credere che una realtà con i loro mezzi ci consideri loro partner, tanto da affidarci il marchio. Potrebbero permettersi chiunque e invece puntano su di noi. Da qui il mio entusiasmo. Non si parla di un discorso alla PicNic, dove di volta in volta l’inserzionista pubblicitario sarebbe cambiato senza tanti problemi. Qui c’è reale sinergia, a pari livello nonostante le differenze abissali di mezzi. Nel frattempo è subentrata anche la collaborazione con Bizzarro, che promette benissimo anche grazie al circuito Distribuzione Indipendente (sempre gestito da loro).

C: Non ringrazierò mai abbastanza Andrea e la sua 55DSL, prima fra tutti Laura, che ci hanno dimostrato una fiducia preziosa e che speriamo continui.

8-a) Oltre che produttori siete anche promotori di fumetto indipendente e alle fiere di settore vi preoccupate di far conoscere a più gente possibile un certo modo di fare fumetto nel mondo. Quali pensate siano gli autori più interessanti nel panorama mondiale?

M: C’è veramente un sacco di roba bella in giro. Io adoro Michael Hacker, Christopher Hastings, Ralph Niese (con cui abbiamo collaborato in diverse occasioni), Chairman Ca e tanti altri. Troppi da citare tutti.

C: Sfoglia a caso una delle pagine del P.A.L.E. e li trovi tutto quello che ti serve sapere ^__^.

8-b) Qual’è secondo voi la situazione del fumetto indipendente in Italia? Quali vi sembrano le voci e le iniziative più significative?

M: Il fumetto indipendente sta sempre meglio. Quest’anno a Lucca ti potevi sbizzarrire, ma è ancora troppo presto per cantare vittoria. Ho avuto la fortuna di scrivere l’intro per Metastasi, esordio coi fiocchi di quattro ragazzi poco più che ventenni con tanto da dire. Non per nulla li abbiamo ospitati al nostro stand.

C: Spero che gli amici del Dr. Ink crescano, adoro Lateral Publishing del mio amico Elia e voglio un gran bene “artistico” anche al gruppo Katlang!, che vorrei vedere più adulto… solo per citarne alcuni. Ce ne sono così tanti ma sono sconosciuti anche grazie a voi! Dovreste parlare di loro e fare anche un pochino di scouting, accidenti!

8-c) Ritenete che lo spazio dedicato al fumetto indipendente dalle riviste e dai siti di informazione di settore sia sufficiente? Cosa si potrebbe/dovrebbe fare per migliorare?

M: Lo stato dell’informazione dedicata al fumetto e alla cultura pop in genere è disastroso. Se prendi molti portali esteri gli articoli sono approfonditi e ben documentati, scritti da gente che ne sa. Eppure sono anche terribilmente divertenti e mai snob. Senza utilizzare un tipo di scrittura da latte alle ginocchia, alla Vice Magazine insomma. Quello stile da supersimpatico. Mi ricordano quel tizio americano che ha scritto un libro contro gli hipster senza accorgersi di esserlo lui stesso, a forza di ammicchi e battutine. Tornando a noi, occorre gente sul pezzo, colta, capace di scrivere e che non ambisca a fare altro che quello. Inutile pensare a un ricavo economico quando si parte da una situazione nulla come quella italiana. Uno dovrebbe scrivere e mettere in condivisione la sua conoscenza (e la sua intelligenza) semplicemente perché è la cosa più giusta da fare. Si tratta di civiltà. Non ha molto senso dare la colpa di tutti i mali del mondo alla finanza quando siamo noi i primi a cercare sempre di guadagnare da ogni cosa. E poi pensate che figo sarebbe avere un portale di riferimento per l’intrattenimento più intelligente, con contenuti che non potresti trovare altrove. Magari (rimanendo su temi d’attualità) una cronistoria commentata di Bone, i 10 motivi per non sentirsi stupidi nell’andare al cinema a vedere la conversione 3d di Star Wars (questo è bello tosto da scrivere), un bel saggio sul perché Drive di Refn e il suo pop anni ‘80 spacchino più culi dei Mercenari di Stallone e una panoramica sui live action più folli usciti ultimamente in Giappone.
C’è da dire comunque che quando ti arrivano questionari interessanti e approfonditi come questi il morale ti si risolleva.
Complimenti per le domande e grazie mille per la faticata che ti sei sorbito.

C: Che cacchio altro devo aggiungere se non che dovreste anche voi di MangaForever impegnarvi di più! Tanto i rivali sono vetusti e inesistenti.

8-d) Rispetto alle fiere, invece, quali ritenete stiano dando maggiore spazio e rilievo al fumetto indipendente e quali iniziative credete che siano utili per la sua promozione?

M: La più bella fiera cui abbia partecipato è il Pic Nic della Saldapress. Stand gratis (ma sarei disposto anche a pagare), location all’aperto, pane e porco offerti dall’organizzazione, gente tranquilla e rilassata. Cosa chiederesti di più? Mentre a Lucca ci vai solo perché sei obbligato, ma tra ospitalità della città e prezzi da strozzini (900 euro per uno stand minimo, ma stiamo scherzando? Con 155000 ingressi paganti?) la scavalcherei volentieri.

C: Concordo con Marco sul Picnic, ma Lucca personalmente la adoro e non la salterei anche se paragonando i prezzi degli stand alternativi ad Angouleme non c’è confronto. In quella fiera i francesi sono professionali e impareggiabili. Noi in Italia facciamo sempre la figura dei peracottai.

9-a) A giudicare dai nomi coinvolti nelle vostre produzioni e dai contenuti di queste ultime sembrerebbero esistere punti di contatto tra “Mainstream” e “Indie”, cosa pensate che accomuni questi due mondi? Prima ancora, sono effettivamente due mondi diversi?

M: Quando i prodotti indie hanno la forza di sfondare il muro del mainstream si incastonano per sempre nell’immaginario collettivo, proprio perché tale propulsione è data dall’essere la cosa giusta al momento giusto. E quando un prodotto mainstream gioca con le suggestioni indie solitamente ci guadagna in gusto e vivacità. Vedi un sacco di serie Image.

C: Diventano lo stesso mondo quando l’autore indie viene “assunto”. Non succede questo naturalmente con noi.

9-b) Il vostro motto è “Il futuro è Indie”, quali elementi vi fanno pensare che sia effettivamente così?

C: Hai dei dubbi? Se così non fosse che mondo triste sarebbe se ci fossero solo fumetti di supereroi, oppure solo manga o solo fumetti popolari italiani?

M: La sensazione che tutti abbiano qualcosa da dire e che tutti abbiano una gran voglia di farlo. Magari nessuno ti ascolterà, non diventerai il fumettista più bravo del mondo e venderai solo 10 copie del tuo volume. Ma ne varrà comunque la pena.

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