Per Asgard! Thor attraverso le ere

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La storia editoriale del Dio del Tuono attraverso i creatori che ne hanno plasmato il mito.

Thor è da sempre uno dei personaggi più celebri della Marvel. Le sue avventure dai toni fantasy filtrate da una sensibilità fantascientifica hanno entusiasmato generazioni di lettori e la sua pressoché costante presenza nelle vicende degli Avengers ha contribuito a consolidarne la popolarità. Negli ultimi tempi anche il cinema si è accorto di lui e ormai si può dire che il Dio del Tuono ha una valenza mediatica e pop pari a quella dell’Uomo Ragno, degli X-Men e altri personaggi marvelliani.

Creato nel 1962 dai leggendari Stan Lee e Jack Kirby, ha subito nel corso dei decenni evoluzioni e mutamenti. Più che altro sono cambiate le storie, dal momento che in principio il Sorridente non aveva ben compreso le sue potenzialità. Si era limitato, infatti, a usare una divinità norrena come supereroe. Un’idea per l’epoca originale che Lee di fatto collegò implicitamente a quella del Superman della DC. Molti tuttora reputano infatti l’Uomo d’Acciaio alla stregua di un vero e proprio dio, di una figura dall’aura mitologica che protegge il genere umano.

Lee enfatizzò il concetto, prendendo appunto un dio e presentandolo come un supereroe. Con la sola importante eccezione di Loki, però, non si concentrò sul vasto pantheon mitologico di cui Thor, secondo il mito, faceva parte. Nei primi episodi, Odino, Balder e tutte le divinità di Asgard non appaiono quasi mai, relegate ai margini della narrazione; e le storie erano basate su cliché fantascientifici adatti, appunto, più al Superman della Distinta Concorrenza che a un giustiziere made in Marvel. L’unica differenza era data dall’elemento dei ‘supereroi con super problemi’, tipico della Casa delle Idee. Nella sua identità mortale, infatti, Thor è il medico claudicante Don Blake, innamorato dell’infermiera Jane Foster. Anche in questo caso, però, Lee non approfondì il discorso e il personaggio sembrava una specie di Clark Kent.

I primi episodi, del resto, erano spesso più farina del sacco del fratello di Stan, Larry Lieber, meno dotato di lui, ed erano influenzate, come ho scritto, dai b-movie fantascientifici dell’epoca, con suggestioni da guerra fredda. La serie era divertente ma meno dirompente di quelle dei Fantastici Quatto e dell’Uomo Ragno. Il salto di qualità giunse quando Lee capì che il mondo di Asgard doveva diventare parte preponderante delle trame. Questo era già stato introdotto nei Tales of Asgard, storie pubblicate in appendice su Journey Into Mystery, che diedero a Kirby l’opportunità di disegnare esseri giganteschi e mitologici, creature mostruose e paesaggi incredibili, e di dare quindi libero sfogo alla sua visionaria immaginazione.

Tali elementi furono perciò inseriti anche nella serie principale e, man mano che lo stile di Kirby si faceva più dinamico, il comic-book migliorò e il titolo divenne Mighty Thor. Ercole, i troll, i Tre Guerrieri, la splendida dea Sif che prese il posto di Jane Foster come compagna dell’eroe, Heimdall, Balder, Karnilla, Ego il Pianeta Vivente, il Registratore, Tana Nile, Ulik e centinaia di altri personaggi resero la testata diversa da ogni altra. Se in Fantastic Four prevaleva la fantascienza, in Mighty Thor Lee e Kirby si concentravano sul fantasy, in un’ottica moderna. La collana era poi caratterizzata da testi e dialoghi verbosi e poetici, nonché ironici, e da trame coinvolgenti.

Mighty Thor fu dunque una delle proposte più strane della Marvel e il culmine fu raggiunto dalla celebrata Saga di Infinito, uno dei vertici creativi di Lee e Kirby. Da quel momento, Thor era ormai uno degli eroi di punta della casa editrice e lo sarebbe stato anche negli anni settanta, dopo che Lee abbandonò la scrittura e Kirby si trasferì alla DC. Gli autori che li sostituirono, a cominciare da Roy Thomas, fecero buone cose ma l’unico appunto che si può fare è di non avere inventato nulla. Thomas, Len Wein e altri si limitarono a utilizzare i vecchi concetti di Stan, creando trame intriganti ma non innovative, e la produzione dei seventies va ricordata più per gli splendidi disegni di John Buscema (ci furono pure alcuni episodi illustrati da Neal Adams). In pratica, mancò l’evoluzione del personaggio e questa mancanza raggiunse un punto critico verso la fine del decennio. In quel periodo uscirono le storie di Thor peggiori in assoluto e bisognò aspettare gli anni ottanta del cosiddetto Rinascimento Americano per vedere qualcosa di davvero interessante.

Fino all’avvento nel 1983 di Walt Simonson, infatti, Thor era ormai scontato e risaputo e la sua serie si trovava a un passo dalla chiusura. Walt aveva già disegnato il personaggio ma i suoi disegni erano compromessi dalle chine troppo marcate di Tony De Zuniga e il risultato non era stato efficace. Per volontà dell’editor in chief Jim Shooter, si occupò sia dei testi che delle matite ed ebbe la massima libertà creativa. Shooter amava le sperimentazioni e Simonson poté dunque sbizzarrirsi. La sua operazione fu diametralmente opposta a quella contemporanea di John Byrne su Fantastic Four. Byrne riportò il Quartetto alle caratteristiche originarie. Simonson, invece, ignorò il passato di Thor, più o meno come stava facendo Frank Miller con il suo Daredevil.

Simonson eliminò l’identità mortale di Thor, Don Blake, considerandolo obsoleto, ed enfatizzò gli elementi mitologici, con una fondamentale differenza rispetto all’epoca di Lee. Walt, infatti, si avvicinò il più possibile allo spirito originale delle leggende nordiche. Odino, Sif, i Tre Guerrieri e così via sono più simili a vichinghi di un passato arcaico che a supereroi futuribili. La stessa Asgard ha un aspetto e un paesaggio meno fantascientifico del consueto e nemici come Fafnir, Surtur e il Serpente di Midgard sembravano davvero in linea con i miti norreni. A questo si devono aggiungere gli sviluppi narrativi pazzeschi e imprevedibili (l’avvento dell’alieno Beta Ray Bill, l’introduzione di Lorelei, la trasformazione del Dio del Tuono in un rospo a opera del perfido Loki, la morte dell’Esecutore e così via) e i disegni spettacolari, contorti e aggressivi di un Simonson in stato di grazia che rielaborò in chiave personale il classico gigantismo kyrbiano.

Mighty Thor, grazie a Walt, fu annoverata tra le serie più anticonvenzionali e valide della Marvel e contribuì al rinnovato successo del Figlio di Odino. In seguito Tom De Falco lo riportò a un’impostazione più tradizionale, inserendo però parecchie novità, come Eric Masterson che per un periodo fu il nuovo Thor, facendosi aiutare da Ron Frenz, penciler ispirato a Kirby. Dopodiché la serie ha subito alti e bassi qualitativi e per un po’ è stata persino chiusa, poiché i lettori più giovani consideravano Thor troppo datato.

Ovviamente le cose sono di nuovo cambiate e il biondo asgardiano è tornato in circolazione, malgrado la sua serie non sia stata sempre di livello eccelso. La situazione odierna la conoscono tutti. Oggi Thor è stato sostituito da Jane Foster e il Figlio di Odino è protagonista di un’altra collana, Odinson. Questa idea controversa la si deve a Jason Aaron, uno degli autori più importanti della Marvel attuale, che ha realizzato ottime sequenze narrative. Pur diverso da Simonson, può essere a lui accostato perché non ha timore di stravolgere l’universo di Thor, anche a costo di irritare i fan più conservatori.

Ma è grazie ad Aaron se il Dio del Tuono, nel bene e nel male, continua a essere popolare, così come continua a essere popolare il contesto mitico che fa da sfondo alle sue saghe. Anche per questo possiamo ipotizzare un futuro roseo per Thor e siamo pronti a scommettere che nei prossimi anni le grida ‘Per Odino! Per Asgard!’ continueranno a risuonare tra le pagine degli albi Marvel.

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