Mindhunter di David Fincher | Recensione

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David Fincher e Joe Penhall uniscono i propri talenti e creano il miglior thriller investigativo dai tempi del primo True Detective. 

Nell’era più feconda e prolifica della storia della televisione, un’era in cui il palinsesto di mese in mese si fa sempre più vasto e stratificato, ogni tanto capita di imbattersi in prodotti unici, immediatamente classificabili come eccellenze. E se a questi prodotti così elitari basta spesso e volentieri un solo episodio (capitolo) per rendersi riconoscibili e spiccare sopra tutti gli altri, fra loro può capitare – ancor più raramente – quell’opera talmente fuori dall’ordinario da stabilire un nuovo standard televisivo già nei primissimi minuti.

E’ il caso del True Detective di Cary Fukunaga. Del The Leftovers di Damon Lindelof e Mimi Leder. Del nuovo Twin Peaks di David Lynch. Del Top of the Lake di Jane Campion. Del Breaking Bad e del Better Call Saul di Vince Gilligan. Sono opere intellettualmente stimolanti, prima che narrativamente avvincenti, capaci di fondere la qualità artistica del miglior cinema d’autore con l’intrattenimento da romanzo a capitoli della televisione moderna. Poche, sporadiche supernove in un cielo pieno di meteore.

Da oggi, a queste va ad unirsi anche Mindhunter di David Fincher: ambientata alla fine degli anni ’70, la serie (prodotta da Netflix, col quale Fincher aveva già realizzato House of Cards) è ispirata al libro Mind Hunter: Inside The FBI’s Elite Serial Crime Unit di Mark Olshaker e John E. Douglas e racconta l’origine dell’unità di profilazione criminale dell’FBI attraverso le vite degli agenti Holden Ford e Bill Tench (ispirati rispettivamente ai veri agenti FBI John E. Douglas, autore del libro, e il suo collega Robert K. Ressler).

Contemporaneamente sia raffinatezza che rielaborazione degli standard del confronto poliziotto/criminale ai quali finora ci ha abituati la narrativa pop, nei dieci episodi della sua prima stagione Mindhunter mette in scena un mondo oscuro e disturbante popolato dagli incubi partoriti dalla mente dei più efferati assassini sequenziali d’America (definizione che verrà rimpiazzata dalla più moderna “assassini seriali”, coniata proprio da Holden e Tench), che emergono dalle sceneggiature di Penhall (grande commediografo e celeberrimo per aver firmato lo script del magistrale e angosciante The Road) come voci uniche e ben definite, libere di spiegare ai protagonisti (e al pubblico) la propria natura, non importa quanto malata.

Senza sparatorie o scene d’azione, Fincher elabora atmosfere tesissime e psicologicamente concitate, nelle quali la violenza viene spiegata a parole da chi la violenza la conosce intimamente. Questa non è tanto una  detective story incentrata sull’indagine (ce ne sono tre, ma non rappresentano mai il fulcro della vicenda principale, anzi diventano estensione di quella vicenda), quanto un horror-thriller di dettagli, di meccanismi comportamentali, di processi mentali. Siamo lontani dai territori esplorati da Fincher in Seven o Millennium, ma profondamente congiunti a quelli analizzati nel gigantesco Zodiac, col quale Mindhunter condivide non solo il periodo storico che fa da sfondo alla vicenda, ma anche la palette cromatica col quale la vicenda viene dipinta, fatta di opprimenti luci blu scure, verde rancido e ombre grigie.

Nelle prime due ore Fincher stabilisce il suo tono, la sua impronta, lasciando ai tre collaboratori (Asif Kapadia, Tobias Lindholm, Andrew Douglas, che ha scelto personalmente) lo sviluppo delle sei ore centrali per poi tornare a dirigere le due ore conclusive: il risultato è un affresco coeso ed unitario, terribile e affascinante, che inglobandoci ci rapisce senza lasciarci andare nemmeno per un secondo.

Le dinamiche tra i tre protagonisti (i due agenti collaboreranno con la dottoressa Wendy Carr, ispirata alla figura della vera dott. Ann Wolbert Burges) funzionano splendidamente, le indagini e gli interrogatori sono efficaci e soddisfacenti e le scene di interrogatorio con i serial killer (realmente esistiti, in alcuni casi ancora vivi) sono inquietanti come poche cose viste in televisione o al cinema (menzione a parte per lo straordinario lavoro di Cameron Britton nei panni di Edmund Kemper).

Ma soprattutto Mindhunter sprigiona tutta la sua qualità attrattiva quando analizza la pressione psicologica che i due agenti protagonisti devono sopportare sul lavoro: più si andrà avanti, più i due agenti sembreranno sempre più due corpi risucchiati dalla gravità di un buco nero dal quale è impossibile fuggire.

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