Metopolis | Recensione

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In un prestigioso volume cartonato viene riproposto l’omaggio a Metropolis di Fritz Lang apparso originariamente su Topolino 3189.

Per la mia generazione il primo approccio alla lettura fumettistica è inevitabilmente passata per Topolino. Non si trattava soltanto però di misurarsi per la prima volta con il medium e prenderne le misure piuttosto era una esperienza a 360° e indissolubilmente legata alle “parodie” vero e proprio portale attraverso il quale si faceva la conoscenza dei grandi romanzi e/o dei grandi film che costituivano la spina dorsale della così detta “cultura alta”.

Negli ultimi anni la pratica della “parodia” sta vivendo un nuovo periodo d’oro complice anche un sempre maggior raffinatezza nell’esecuzione che la sta trasformando più in un omaggio i cui intenti parodistici in senso lato vengono lasciati in secondo piano.

E’ senz’altro questo il caso di Metopolis di Francesco Artibani e Paolo Mottura i quali si misurano con una delle pellicole più influenti di tutti i tempi ovvero Metropolis del visionario regista austriaco Fritz Lang.

La pellicola di Lang era ambientata in un futuro distopico – il 2026 ovvero 100 anni dopo la produzione del film! – dove  le divisioni di classe erano fortemente accentuante ed un gruppo di ricchi industriali governava la città di Metropolis dai loro grattacieli costringendo al continuo lavoro la classe proletaria, relegata nel sottosuolo cittadino, per alimentarne il funzionamento.

La trama è pressoché invariata ed ha come protagonista il giovane Topp che, con l’aiuto di Minny, scoprirà il segreto che si nasconde dietro all’immensa energia che nutre la monumentale città ipertecnologica di Metopolis.

Seppur il materiale originale è filtrato dei suoi aspetti più immaginifici, quello che colpisce è come Artibani decida di lasciare inalterato l’impianto ideologico della storia: dove Metropolis era per certi aspetti simbolo della corrente espressionista, Metopolis riesce nell’intento di codificare il messaggio della lotta di classe, della disparità di condizione fra il perfido antagonista Pit Petersen e i lavoratori, con un plot semplice e senza fronzoli che si concentra molto sul lato emozionale di un Topp il quale più volte nel corso delle pagine lascia trasparire il suo sgomento per la grave disparità sociale di cui in qualche modo si sente responsabile.

Interessante in tal senso è l’uso del fidato Pippo, qui l’operaio 22422, nel ruolo dell’operaio sprovveduto il quale riassume la sua condizione e quella dei suoi colleghi con l’innocente affermazione “sapersi accontentare è il segreto della felicità” che però nasconde un ben più profondo disagio.

A fare da contraltare a Topp c’è Minni – nel ruolo che nella pellicola era quello di Maria –  la quale è dapprima “coscienza” degli operari – “Il mio compito è aiutarvi a capire quanto valete” – e poi è perfetta antagonista nella sua versione robotica.

Se la prima della storia è più decompressa ed introduttiva, nella seconda il ritmo si alza fornendo un crescendo che incolla il lettore fino all’immancabile lieto fine.

E’ però Mottura che cesella sapientemente la storia.

Non è tanto il tratto, deciso e pulito, a fare la differenza quanto uno studio sull’estetica della pellicola originale che viene riletta qui in alcune tavole dai riquadri dalle forme geometriche irregolari che riprendono un certo gusto dello stile Liberty. Anziché insistere il carattere ipertecnologico di Metopolis, il disegnatore si concentra nel rendere incombente la città sfruttando le ombre con un magistrale lavoro alle chine e stilizzando spesso gli sfondi accrescendo così il senso di pericolo e spaesamento.

Ottimo anche lo studio delle inquadrature con prospettive spesso “allungate” che accentuano il frenetico movimento degli operai oltre ad alcuni riuscitissimi omaggi alla regia dello stesso Lang – l’ingresso di Topp travestito in fabbrica – oltre che ad alcuni dei primissimi corti animati Disney.

Lungi dall’essere una storia politicamente impegnata, Metopolis riesce nell’intento di mostrare la lotta fra progresso scientifico e oscurantismo, fra consapevolezza ed ignoranza grazie una morale forse ingenua ma pur sempre ottimistica. Una storia perciò attualissima soprattutto se ricontestualizzata in una modernità spesso in balia della negatività e “dell’opinione comune”.

Cura editoriale sopraffina per un volume cartonato di grandi dimensioni che oltre a raccogliere la storia fornisce una serie di extra e retroscena sulla lavorazione dell’opera oltre ad una serie di curiosità sull’opera originale e sulla sua controparte disneyana.

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