Questa settimana arriva in Italia The Devil’s Candy, intrepido horror heavy metal che racconta con ottima potenza visiva una storia banale ma dalle numerose chiavi di lettura.

Seconda prova per l’australiano Sean Byrne, che nel 2009 si era fatto notare in numerosi festival (soprattutto quello di Toronto) con il potente The Loved Ones. Il regista/sceneggiatore torna a lavoro dopo sei anni (The Devil’s Candy è una produzione del 2015) e confeziona un horror estraniante e ricchissimo di idee visive, che bastano a colmare le pochezze di una trama abbastanza trita.

Jesse Hellman (Ethan Embry, che è una versione messianica di Matthew McConaughey) è un pittore talentuoso che si trasferisce in una nuova casa con la moglie e la figlia. Per pagare le bollette Jesse ha bisogno di vendere con più regolarità i suoi lavori, ma l’ispirazione tende a svanire sempre più spesso a causa di commissioni poco stimolanti. La nuova casa, però, sembra nascondere al suo interno una strana presenza che diventa letteralmente la sua musa: davanti alla tela e con un pennello in mano, Jesse inizia ad udire strane ed inquietanti voci che lo portano a creare dipinti sempre più disturbanti, ma incredibilmente affascinanti.

Nel frattempo, però, l’ex proprietario della casa Ray Smile (Pruitt Taylor Vince), perseguitato dalla stessa presenza che stimola il talento di Jesse, inizia a tormentare la famiglia del pittore.

Nonostante le premesse possano far pensare ai film satanisti degli anni ’70/’80 (nacque un vero e proprio filone dopo il successo di Rosemary’s Baby), The Devil’s Candy non dà mai la sensazione di volerne rappresentare un omaggio. L’obiettivo di Byrne sembra piuttosto quello di infilarsi di prepotenza nella corrente moderna dell’horror arthouse nascondendo dietro le atmosfere orrorifiche della semplicistica trama un discorso parallelo e assai più stimolante sulla vita dell’artista e i sacrifici che essa comporta.

Il personaggio di Taylor Vince uccide bambini per ordine di Satana, ma a differenza di The Witch (nel quale la presenza del demonio non solo era costante ed opprimente dal primo minuto, ma addirittura si palesava nel finale) in The Devil’s Candy non saremo mai faccia a faccia col Diavolo. Per lo meno, non durante la sviluppo della trama principale.

Jesse infatti il suo diavolo tentatore personale lo incontrerà circa a metà della vicenda, nei panni di un importantissimo e criptico gallerista di nero vestito di nome Leonard. Da come Byrne lo riprende diventa chiaro che Leonard il gallerista è Satana in persona, e l’arte può essere il male: l’arte distrae l’artista, lo assorbe e lo trascina in altri mondi, mondi oscuri e lontani dagli affetti familiari (“Dov’eri andato?” chiederà a Jesse sua moglie).

Ho trovato questo sotto-testo particolarmente azzeccato e assolutamente lucido, e non a caso la sequenza migliore del film a mio parare è quella durante il quale la tesi di Byrne esplode a livello grafico. Tramite montaggio alternato il regista giustappone i dettagli della pittura di Jesse con quelli di un terribile omicidio compiuto da Ray: in questo modo l’assassinio sembra diventare arte mentre il pittore sembra dipingere col sangue.

Il film si regge esclusivamente sulle spalle del protagonista, autore di una buonissima prova, e in poco più di 70 minuti regala una serie di immagini tanto potenti quanto evocative (c’è un’inquadratura di Jesse che spruzza vernice con indosso una maschera anti-gas che cita palesemente Immortan Joe di Mad Max: Fury Road) accompagnate da una colonna sonora ringhiante (tutta heavy metal: accostare questo genere al demonio è un po’ scontato, okay, ma funziona).

In definitiva Sean Byrne conferma il suo talento e ci ricorda che nei prossimi anni bisogna tenerlo d’occhio.

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