Piccole gemme n°12 – Hulk: all’ombra dell’AIDS

Pubblicato il 30 Novembre 2011 alle 11:53

Umorismo, lutti, complotti, azione e romanticismo sono pezzi importati delle storie di Hulk scritte da Peter David. Ma quando ci racconta di scottanti argomenti di stretta attualità è impossibile rimanere indifferenti.

Nella storia del fumetto americano ci sono autori che sono legati indissolubilmente ad un personaggio avendone realizzato le storie per innumerevoli anni. In prima battuta penso a Claremont sulle pagine degli X-Men, penso a Gaiman con Sandman e inevitabilmente penso a Peter David per la sua eccellente gestione di Hulk.

Negli anni, le trame dello scrittore del Maryland hanno saputo cambiare e adattarsi agli eventi narrati senza mai cadere nel banale e riuscendo sempre a spiazzare il lettore, distaccandosi notevolmente dall’idea di base della serie, ovvero l’eterno dualismo  della doppia personalità presa in prestito dal dott. Jekill e Mr. Hyde.

Peter David tocca vari aspetti nella sua gestione. Umorismo, lutti, complotti, azione, romanticismo sono pezzi importati delle storie di Hulk ma ci narra anche di scottanti argomenti di stretta attualità come la pena di morte e l’AIDS.

All’ombra dell’AIDS (pubblicata in Italia su Devil & Hulk n°27 del giugno 1996) è una storia semplice, lineare, ma devastante.

In sole 22 pagine la trama procede su tre sentieri differenti. La prima è dedicata a Jim Wilson, amico di colore di vecchia data di Hulk che rifiuta energicamente la propria malattia e cerca di combatterla con tutto se stesso. Il secondo sentiero ci porta a Chet, un ragazzo bianco sieropositivo che contatta un “telefono amico” in cerca di una persona che lo stia ad ascoltare prima di cercare il suicidio. La terza strada narrativa è dedicata alla paura e alla discriminazione della società, la quale discute sulla possibilità che un adolescente affetto da AIDS possa o meno frequentare una scuola pubblica.

Ovviamente avendo una traccia così la storia è cupa, triste e piena di spunti di riflessione. David non fa scontrare il gigante di giada con nessun criminale ma lo fa rimanere fermo, accanto al letto di Wilson, impotente e carico di mille dubbi.
Alla fine, l’amico di Hulk morirà. Morirà esattamente come Chet, che decide di suicidarsi sotto un treno prima di rivelare il nome della propria fidanza a rischio contagio.
Un finale cupo, nero come l’ultima vignetta. Un finale senza lieto fine come spesso accade nella nostra triste realtà.

Non capita spesso di leggere un fumetto Marvel con una storia così struggente e tragicamente vera. Come non capita spesso che una storia di supereroi venga colpita cosi tragicamente dalla realtà che la circonda.

Questa è una delle storie che preferisco dell’Hulk di Peter David. Qui abbiamo il meglio della sua narrazione. I personaggi si muovono a ridosso di quella linea che esiste tra il ciò che si può dire e ciò che non si può scrivere con una storia con protagonisti uomini in calzamaglia.

In All’ombra dell’AIDS si è preferito non scavare troppo a fondo, gli argomenti sono toccati ma non analizzati e, a ben vedere, si è sempre cercato di essere politicamente corretti. Nel dettaglio della storia narrata si vede che la malattia colpisce sia bianchi che neri, eterosessuali e gay, senza mai dare giudizi o sputare facili sentenze.

Alla fine, questa storia non è perfetta. Ma non è perfetta con stile, con garbo e mai banale nei contenuti.
Certi racconti, semplici e toccanti, solo i grandi autori li sanno raccontare tra le pagine dei nostri eroi preferiti.

Un brindisi agli amici assenti.

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