Arriva questa settimana la nuova opera di Edgar Wright, Baby Driver, con Ansel Elgort, Kevin Spacey, Lily James, Jon Bernthal, Eiza González, Jon Hamm e Jamie Foxx.

E’ decisamente il film più cool dell’estate, Baby Driver del bravissimo Edgar Wright, uno che fin dall’esordio nel 1995 con A Fistful of Fingers ha lavorato poco, ma ha sempre lasciato il segno sfornando un cult dietro l’altro. Per il suo sesto film il regista britannico si è distaccato dalle atmosfere comedy che caratterizzavano tutte le sue opere precedenti, scegliendo di rimanere ancorato all’action puro ma declinandolo secondo la sua idea di cinema.

Baby Driver è un heist movie innescato da atmosfere musical (o un musical contagiato dall’heist movie, fate voi) e in 115 minuti vola via sfrenato, sgargiante, spericolato e adrenalinico. Fin dal primo istante, fin dalla prima inquadratura, quando l’eccezionale sequenza d’apertura (scandita da Bellbottoms dei Blues Explosion) stabilisce i cardini dell’opera: un protagonista irriverente e imprevedibile, inseguimenti ad alta velocità coreografati con impressionanti manovre stunt e un gusto elegante in ambito musicale.

Nel film di Wright i brani vanno di pari passo col montaggio (una cosa che il regista britannico ha fatto spesso nel corso della sua carriera, ma mai in maniera così aggressiva) e il film è funky, è jazz, è rap, è rock ‘n’ roll. E’ tantissime cose, e fra queste è anche e soprattutto bellissimo e imperdibile.

Baby è il miglior guidatore di Atlanta, e ruba auto per Doc (Spacey) fin da quando “era abbastanza alto per guardare oltre il cruscotto”. Una volta cresciuto Doc, che organizza rapine per i migliori criminali della città, ha iniziato ad usarlo come autista per le fughe e con Baby alla guida, ogni colpo negli ultimi anni è andato a buon fine. Lui è contro la violenza (grande momento di cinema quando si sposta in avanti con l’auto di qualche metro per non essere testimone dell’aggressione alla guardia giurata) ma sa guidare come nessun’altro nonostante i problemi uditivi (ha un fischio costante alle orecchie, che copre ascoltando musica con i suoi tanti Ipod senza soluzione di continuità).

Ma forse Baby – che ha perso sua madre da bambino – non vuole questa vita, forse non l’ha neppure mai desiderata: l’idea di un futuro migliore gli balza alla mente nel momento stesso in cui incontra per la prima volta Deborah (Lily James), cameriera nella tavola calda dove un tempo lavorava sua madre.

Lei, che per lui incarna tutti i desideri di questo mondo e ogni sogno di lieto fine, sembra uscita da un film di David Lynch. Anche per come non abbia dei propri interessi né un arco narrativo personale, ma serva esclusivamente a mettere in risalto quelli di Baby (“Ogni canzone è su di te”, dirà lei a lui durante il loro primo incontro, come a rimarcare il fatto che tutto deve girare intorno al nome sul cartellone).

Oltre a lei, ci sono gli altri: e diciamolo, il cast di supporto è uno dei migliori dell’anno.

Spacey è minaccioso ed elegante, Jon Hamm ed Eiza Gonzàlez impersonano in maniera impeccabile il cliché della coppia pericolosa alla Bonnie e Clyde (anche se da un certo punto in avanti ci si sposterà più verso i territori di Natural Born Killers: ma il crescendo di violenza nei film di Wright c’è sempre), Jaime Foxx è esilarante nei panni coloratissimi e nient’affatto sobri di Pazzo, un criminale il cui didascalico nome è già tutto un programma.   

In mani sbagliate, un film che racconti di un criminale mezzo sordo con un lutto familiare che si innamora di una giovane e bellissima ragazza con la quale tenterà di fuggire, sarebbe potuto essere un’accozzaglia di già visto, già detto. In quelle di Edgar Wright Baby Driver diventa un’orgia di inquadrature mozzafiato, inseguimenti a tutto gas, sbalorditive idee visive, amore, morte e tanto, tantissimo divertimento, così tanto che era impensabile condensarlo in meno di due ore.

Quindi salite a bordo, inforcate gli occhiali da sole, alzate il volume della musica e schiacciate il pedale dell’acceleratore: si viaggia a ritmo di Edgar Wright, e non potremmo essere in mani più sicure.

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