Giappone e pena di morte, la straziante testimonianza di una guardia carceraria!

Pubblicato il 2 Agosto 2017 alle 14:00

Sebbene in Italia la pena di morte sia stata abolita nel lontano 1889, in Giappone è ancora legale e messa in atto per il reato di omicidio.

Durante un’intervista ad Abema TV, Hirohiko Fujita – guardia carceraria che ha prestato servizio per 33 anni nella prigione di Osaka – ha raccontato come funziona la pena capitale in Giappone, ricordando la sua esperienza a riguardo. Esperienza che lo ha profondamente scosso.

Al termine di un turno notturno in prigione, a Fujita e ad altre quattro guardie carcerarie fu chiesto di accomodarsi in una sala d’attesa senza che gli venisse spiegata le motivazione. Le voci, però, nella prigione girano veloci, e Fujita sapeva che uno dei motivi per cui viene chiesto espressamente di “aspettare”, è per partecipare ad un’esecuzione capitale e… premere “il pulsante”!

Ed effettivamente, i  cinque uomini furono scelti proprio per questo compito.

“Dal momento che sono stato un gran lavoratore, ho sempre avuto la certezza che non avrei mai dovuto… C’erano cinque bottoni identici, e gli agenti avrebbero dovuto spingere un bottone a testa nello stesso momento. Sebbene ci avessero informato che nessuno sa quale sarebbe stato il bottone connesso al patibolo, un modo per scoprirlo si ha quando non si apre la botola. Non possiamo smettere un’esecuzione quando è in corso, quindi c’è una leva di emergenza nel caso di malfunzionamento che apre la botola quando la muovi. È per questo motivo che scelgono qualcuno di fidato.”

Il condannato a morte era un uomo di 70 anni. Rilasciato in semilibertà tempo addietro, fu dato in custodia ad un sacerdote buddista in modo che potesse riprendere in mano la propria vita. Il settantenne, però, ricambiò l’ospitalità violentando ed uccidendo la moglie e la figlia del sacerdote. Il duplice omicidio commesso, portò all’inevitabile sentenza di morte per impiccagione!

A volte, i condannati vengono informati dell’esecuzione in anticipo per dare loro il tempo di dire addio ai propri cari. Tuttavia, non è stato questo il caso, ed il settantenne venne avvertito il giorno stesso.

“Quando (i condannati) capiscono cosa sta per accadere, hanno un istinto naturale che li porta a voler vivere più a lungo, anche solo di un secondo. Quindi, si fermano di fronte ad ogni singola guardia e dicono: ‘Grazie per tutto ciò che avete fatto per me!’
In quel momento, le guardie non sanno cosa fare. Non puoi dire ‘Buona Fortuna!’ Non puoi dire ‘Stai tranquillo!’
Quando il prigioniero afferra le loro mani piangendo, le guardie rimangono semplicemente in un silenzio spiacevole.”

Il settantenne venne quindi condotto nella stanza delle esecuzioni, dove fu posto un piccolo altare (che può essere buddista o cristiano a seconda della religione del condannato) in modo che potesse dire le sue ultime preghiere. Nel frattempo, Fujita ed i suoi quattro colleghi furono condotti  nella “stanza dei bottoni”.

La stanza dei bottoni viene chiamata così per la presenza di cinque bottoni, per l’appunto. Solamente uno di questi, però,  è collegato alla botola sotto ai piedi del condannato. Le guardie carcerarie hanno il compito di premere i bottoni contemporaneamente, senza sapere quale di questi porterà alla morte dell’uomo.

Una volta terminate le preghiere, il prigioniero venne ammanettato,  le sue gambe legate, e gli occhi bendati. Infine, il cappio fu stretto intorno al collo del settantenne. 

Solamente dopo pochi istanti, nella “stanza dei pulsanti” una luce rossa segnalò alle guardie di premere contemporanemante i cinque bottoni. Gli uomini seguirono l’ordine e la botola si aprì!

“Se si lascia cadere il corpo normalmente, dondola a sinistra e a destra… Ed è crudele. Così, c’è un compito decisamente difficile per chiunque. Una volta quando stavo assistendo ad una esecuzione, fu ordinato ad una guardia anziana di andare a prendere il corpo per tenerlo fermo una volta caduto. La guardia non avrebbe voluto farlo e disse: ‘Per favore non fatemelo fare di nuovo. L’ho già fatto 10 volte. Mio nipote è abbastanza grande per farlo.”

Agli ufficiali coinvolti, prima che fossero lasciati liberi di tornarsene a casa, furono dati 3.000 yen per il “disturbo” !

“Mia moglie chiese se fosse successo qualcosa. Ma io ho risposto di no. Non ne ho mai parlato, e nessuno mi ha mai chiesto nulla a riguardo. Credo che il motivo sia una sorta di rispetto per quello che alcuni chiamano ‘la dignità della morte’. È una sorta di regola non scritta che ci porta a non parlarne. Non ne ho mai parlato nemmeno con le altre guardie carcerarie che erano con me. Nemmeno loro ne hanno mai parlato come se fosse stata un’occasione memorabile, del tipo: ‘ragazzo, quella volta è stata difficile, vero?'”

“Cose come il pentimento sono solo dei comodi idealismi. La pena di morte pretende soltanto che i prigionieri paghino per le loro azioni svolte in vita, quindi non gli chiedo di riflettere su cosa hanno fatto e di sentirsi in colpa. Chiunque commette un crimine così duro da ricevere la pena di morte non ha una mente o uno spirito normali. Quindi, penso che ricercare ogni tipo di pentimento o rimorso da loro sia poco realistico e inutilmente crudele!”

Voi cosa ne pensate? Ditecelo nei commenti!

Fonte: Livedoor.com (Via: Rocketnews24.com)

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