George A. Romero, il padre dei morti viventi | CinemaForever

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La rubrica preferita degli amanti della settima arte ritorna per rendere omaggio al compianto George A. Romero, padre dei morti viventi e influenza radicale per i registi delle generazioni successive, scomparso a Toronto qualche giorno fa.

Non a tutti è concesso lasciare un marchio indelebile e definitivo nell’arte del cinema, e sono ancora meno i registi che possono dire di averlo fatto fin dall’inizio, col film d’esordio. Fra questi pochissimi spicca il nome di George Andrew Romero, che nel 1968 segnò per sempre il genere horror con La Notte dei Morti Viventi. 

Da quel momento, da quel primo momento, Romero entrò immediatamente nell’immaginario collettivo di un’America già scossa dai terremoti socioculturali che annunciavano l’inizio del nuovo decennio.

Con un incasso di oltre 30 milioni di dollari (a fronte di un budget di appena 100.000 dollari), La Notte dei Morti Viventi divenne un instant-cult la cui forza principale – oltre alla violenza esplicita e al revisionismo della figura dello zombie classico (quello ad esempio visto nel capolavoro espressionista Il Gabinetto del Dottor Caligari) – consisteva in una caleidoscopica chiave interpretativa: è un film nel quale gli zombie (parola mai usata all’interno del film) diventano la metafora dell’invasione sovietica (eravamo in piena Guerra Fredda), ma anche quella per la paura del Vietnam, e intanto l’incedere della trama viene sfruttato tanto come profonda analisi esistenziale sulla natura umana quanto come critica sociale (si parla di razzismo e del secondo emendamento, quello che garantisce il diritto di possedere armi da fuoco).

Ma Romero aveva tanto altro da dire, e il suo obiettivo principale era quello di scagliarsi contro il capitalismo (esasperato a livello visivo con il cannibalismo dei morti viventi): e così, dopo una serie di film meno noti sulla stregoneria (La Stagione della Strega), sul vampirismo (Wampyr), sull’apocalisse (La Città Verrà Distrutta all’Alba) e perfino una commedia (l’unica, There’s Always Vanilla), decide di tornare al genere che aveva creato dieci anni prima.

Nel 1978 esce Zombi (Dawn of the Dead in lingua originale), secondo capitolo della tetralogia dell’invasione dei morti viventi (che sarà un’escalation cinematografica, culturale, e tematica: Night, Dawn, e poi Day of the Dead Land of the Dead, l’ultimo capitolo e quello nel quale la visione di Romero diventa globale).

In Zombi (o Dawn) Romero esaspera ancora di più la violenza grafica presente in Night (tramutandola in arte gore), e conseguentemente affonda ancora di più i denti nella carne dell’America: la saga, da spietata denuncia sociale diventa una satira sanguinosa che sbrana con ferocia il materialismo e i capricci della società moderna.

Altri due film slegati dalla saga che ha segnato la sua carriera (Knightriders, un dramma su due ruote che segue le avventure di un gruppo di bikers che si ispira al codice di Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda, e poi il disturbante e spassoso Creepshow, su una sceneggiatura di Stephen King) e poi Romero resuscita ancora una volta i suoi morti viventi.

E’ il 1985 e il mondo fa la conoscenza di Day of the Dead. Il film, che ha giovato di un budget molto maggiore rispetto a quello dei due capitoli precedenti, è più un horror classico che di coscienziosa denuncia, e appare inferiore se paragonato a Night Dawn. Non tanto negli effetti grafici (Greg Nicotero, showrunner, truccatore e regista di The Walking Dead, lavorò al make-up del film e interpretò addirittura uno dei personaggi) quanto proprio nell’impatto sociale (Romero contesta la politica del repubblicano Ronald Reagan, ma quasi sussurra invece di urlare). Molto lontano dal successo di critica, il film è comunque un altro impressionante successo commerciale, e trasforma il budget di 3 milioni e mezzo in un incasso mondiale che superò i 30 milioni.

Stacco. Flashforward fino al 2005, dopo Esperimento nel Terrore, Due Occhi Diabolici (diretto insieme a Dario Argento), La Metà Oscura (tratto dal romanzo di Stephen King) e La Vendetta non ha Volto. Romero, con quarant’anni di carriera sulle spalle, inizia a sentire il peso dell’età e sente crescere in lui il desiderio di chiudere alla grande.

Il non proprio riuscitissimo Dawn ancora lo tormenta, e la sua saga zombie non può chiudersi con un mezzo successo. Quindi bisogna strafare. Dopo aver dominato la notte, l’alba e il giorno, è arrivato il momento per i morti viventi di assaltare la globalizzazione. Esce La Terra dei Morti Viventi.

Il film è metaforico e allusivo e creativo, e Romero si diverte a decostruire la realtà socio-politica americana denunciando ogni forma di oppressione (dal razzismo alla schiavitù, dal soggiogamento dei più deboli alla distinzione fra “razze superiori” e “razze inferiori”) e deridendo l’aggressiva ma fallimentare politica estera statunitense nella lotta al terrorismo. Diventa inoltre il più grande successo commerciale della sua carriera (quasi cinquanta milioni di dollari al botteghino) e risveglia in lui quella passione per la regia che sembrava sul punto di spegnersi (fra il 2007 e il 2009 realizzerà altri due film della saga zombie , i non proprio indimenticabili ma comunque godibili Diary of the Dead Survival of the Dead).

Con il suo cinema, Romero ha mostrato al mondo le innumerevoli possibilità artistiche e culturali di un genere prima di lui considerato di serie b (di serie c, a volte), che oggi invece non solo sembra imprescindibile, ma che spesso è addirittura sinonimo di arte cinematografica. Si devono a lui alcune fra le opere moderne più famose, e sempre a lui si deve la formazione artistica di autori amatissimi come Stephen King, Joss Whedon, George R.R. Martin, Gene Roddenberry, Max Brooks, Jonathan Maberry, Edgar Wright, Robert Kirkman, Danny Boyle.

Prima di lui il cinema era una cosa, dopo di lui è stato tutt’altra. Grazie ai suoi film, un filone narrativo è nato e un intero genere è tornato in vita. E grazie ai suoi film, George Romero vivrà per sempre.

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