Black Butterfly di Brian Goodman | Recensione

Pubblicato il 15 Luglio 2017 alle 15:00

La stella di Antonio Banderas torna a brillare nel secondo film da regista di Brian Goodman.

A nove anni dall’ottimo film d’esordio (il crime Boston Streets con Mark Ruffalo e Ethan Hawke), Brian Goodman torna in cabina di regia con il thriller psicologico Black Butterfly. E se amate le dark story incentrate sui romanzieri col blocco dello scrittore, allora questo è il film che fa per voi.

Antonio Banderas è Pablo (ma si fa chiamare Paul), uno scrittore di Madrid un tempo famoso ma ora in declino. Pablo vive in una bella baita situata in una zona remota ed isolata degli Stati Uniti, dalla quale lavora per un importante studio cinematografico che da qualche anno ha iniziato a produrre film dai suoi romanzi. Ma la moglie lo ha lasciato, la vita da eremita forse non gli si addice più, e il blocco dello scrittore aumenta con l’avanzare dei problemi di alcolismo. Insomma, non è un buon periodo per Pablo.

Un giorno, nella sua tavola calda preferita, una discussione con un camionista si trasforma in una mezza rissa (proprio davanti agli occhi di Laura, la donna per la quale Pablo forse prova qualcosa)  e Jack (Jonathan Rhys Meyers), un forestiero di passaggio, interviene per difendere lo scrittore. Sentendosi riconoscente, Pablo deciderà di ospitarlo per la notte nella sua baita.

Ma molto presto scoprirà che, forse, Jack il forestiero potrebbe essere coinvolto nella scomparsa di alcune giovani donne …

Uscito finalmente dal Mulino Bianco, Banderas dà corpo e anima in quella che è la sua miglior interpretazione degli ultimi anni: il suo Paul, alcolizzato e distaccato, è un Hemingway spagnolo con tanto di macchina da scrivere e fucile da caccia (gli piace cacciare, gli piace davvero tanto, e non aggiungo altro) e uno dei punti di forza del film è vedere come, scena dopo scena, Banderas riesca a dare profondità al suo personaggio, sempre più vittima, sempre più prigioniero nella sua stessa casa.

La tensione cresce e aumenta il coinvolgimento. C’è anche un cameo del leggendario Abel Ferrara, se siete fan della Trilogia del Peccato o dei suoi altri, innumerevoli grandi film (e no, pervertiti che non siete altro, non sto parlando di 9 Lives of a Wet Pussy).

Jack il forestiero si insinua con allarmante rapidità nella vita di Paul, rivoluzionandola da cima a fondo (il disordine e la negligenza che appestano la baita, splendidamente allestita dal designer Michael Fissneider, verranno spazzati via dall’impetuoso ospite). Meyers fa un buon lavoro nel ruolo di questo ambiguo mental coach dallo sguardo allucinato, che si mette in testa di aiutare Paul ad uscire da questa trappola di vita e a smettere di bere, lavorare più duramente, scrivere in modo migliore.

C’è tanto Stephen King (Shining, Mysery Non Deve Morire, Secret Windows), che come sappiamo ha una passione particolare per le storie sugli scrittori in trappola, c’è Hitchcock (con una bella e azzeccata citazione a Psycho) e ci sono tanti colpi di scena. E’ derivativo al cento per cento, ma di sicuro offre 90 minuti di ottima narrazione; anzi ne offre il doppio, perché in retrospettiva, guardandolo una seconda volta, apprezzerete i tanti indizi che Goodman e gli sceneggiatori hanno sparso qua e là sulla via che conduce allo sconcertante e divertente finale.

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