Comics World 22: Gli Anni Novanta

Pubblicato il 17 Ottobre 2011 alle 18:19

Si conclude la disamina della produzione Marvel e DC attraverso i decenni e si giunge agli anni novanta, con nuovi stili e tendenze che influenzeranno profondamente il mondo dei comic-book a stelle e strisce!

Se gli anni ottanta furono caratterizzati da innovazioni grafiche e narrative, nei novanta si svilupparono altre tendenze. Marvel e DC erano ormai parte di corporation e tale trend non si sarebbe fermato (fino a giungere all’attuale situazione che vede la Marvel nel gruppo Disney!) e i fumetti, grazie ai successi cinematografici di Batman, erano considerati innanzitutto un prodotto di mercato.

Nella loro serrata concorrenza, quindi, Marvel e DC non solo inondarono i comics-shop di un numero spropositato di serie e miniserie ma utilizzarono aggressive tecniche di marketing: per esempio, le copertine multiple o i crossover sempre più intricati e, per ciò che concerne le storie, ricorrendo a un sensazionalismo esasperato, con decessi di personaggi e la rappresentazione esplicita della violenza.

In casa Marvel, Chris Claremont si era confermato uno degli autori di punta dell’etichetta e le serie e miniserie mutanti non si contavano più. Tuttavia, il riscontro già notevole degli X-Men aumentò con l’arrivo di Jim Lee che, con il suo tratto di grande impatto visivo, fece impazzire il comicdom. Più o meno nello stesso periodo, un altro disegnatore, Todd McFarlane, messosi in luce con Incredible Hulk, ottenne un successo strepitoso con la sua run di Amazing Spider-Man. McFarlane rivoluzionò l’impostazione visiva delle storie di Spidey, con il lay-out fantasioso delle pagine, le strane e contorte pose che fece assumere al Ragno, il curioso mix di realismo e stile caricaturale e la cura maniacale degli sfondi.

Sulla scia di McFarlane, Rob Liefield, che disegnava New Mutants, si fece conoscere con un disegno in parte riconducibile, fatte le debite proporzioni, a quello di Kirby con le sue anatomie esasperate, ma che, nello stesso tempo, rompeva clamorosamente con il cosiddetto Marvel style, tramite un’impostazione cinematica delle tavole e una scansione da videoclip. Questi penciler divennero più popolari dei personaggi, al punto da spingere la casa editrice a varare tre mensili pensati per loro: X-Men (che nei primi numeri si avvalse dei testi di Claremont) per Lee, Spider-Man per McFarlane, X-Force per Liefield. I numeri uno di tali comic-book arrivarono a vendere milioni di copie, lasciando di stucco la stessa Marvel.

Ciò non fu privo di conseguenze: i tre illustratori, insieme ai colleghi Marc Silvestri e Jim Valentino, ansiosi di ottenere maggiori guadagni e, soprattutto, di avere il copyright dei character, abbandonarono la Marvel per fondare la loro etichetta: l’Image. Ma l’esperienza alla Marvel lasciò il segno. Il pubblico americano, infatti, incominciò a prestare maggiore attenzione ai disegni a tutta pagina, magari abbelliti dalle prime colorazioni al computer che incominciarono a prendere piede, e meno alle storie e ai testi. Sotto l’egida dell’editor in chief Bob Harras, infatti, si curò l’aspetto grafico di molte serie. Sintomatico fu, dunque, il fatto che Chris Claremont lasciò la casa editrice e le serie mutanti, dal punto di vista narrativo, vissero un periodo infelice, salvo riprendersi con l’avvento dell’ottimo Scott Lobdell.

La Marvel era ormai sinonimo di ‘commerciale’ e Harras non esitò, persino più del predecessore De Falco, a sfruttare i personaggi di successo. Ma scrisse pure una splendida sequenza di Avengers, con i disegni di Steve Epting. La casa editrice cercò di collegarsi alle nuove tendenze, come quelle della fantascienza cyberpunk, con la linea Marvel 2099, imperniata su eroi che agivano in un contesto futuribile. I prodotti più interessanti furono Spider-Man 2099, grazie ai testi di Peter David; Doom 2099, narrato dal trasgressivo Warren Ellis; e l’inquietante Ghost Rider 2099 di Len Kaminski e Chris Bachalo.

Nemmeno l’horror fu trascurato. Consapevole del successo della linea Vertigo della DC, Harras ripropose personaggi Marvel legati al mondo dell’occulto e del paranormale, approfittando del revival di Ghost Rider di Howard Mackie e Mark Texeira che ebbe buoni riscontri di vendite e che diede vita a mensili analoghi, benché di facile effetto. Molti di questi personaggi, come, per esempio, Morbius, erano negativi. E la Marvel diede spazio alla negatività. Del resto, già Punisher aveva un buon seguito e il Marvel Universe pullulò quindi di vigilanti e anti-eroi moralmente discutibili e gli scaffali delle fumetterie si riempirono di albi dedicati a Nomad, Venom, Terror Inc. e così via.

Però ci furono anche gioielli: Jim Starlin ritornò con Infinity Gauntlet, parzialmente disegnata da George Perez, grandiosa saga cosmica che riportò in scena Thanos e Warlock, e poi con due sequel meno riusciti. Scott Lobdell, coadiuvato da Chris Bachalo, rinnovò il genere mutante con la splendida Generation X. E non mancarono opere dai toni più adulti: l’angosciante Foolkiller del compianto Steve Gerber o Hellstorm di Warren Ellis. Inoltre, ci fu un capolavoro come Marvels, rilettura iperrealista della storia Marvel, raccontata da Kurt Busiek e illustrata dal magnifico Alex Ross. L’idea di Busiek fu quella di narrare una storia di supereroi dalla prospettiva dell’uomo della strada, un reporter del Daily Bugle, Phil Sheldon, e ciò conferì un tocco di umanità e plausibilità alla trama. Busiek, poi, continuò la sua carriera con lo stupendo Untold Tales of Spider-Man, comic-book in chiave ret-con ambientato nel passato dell’Uomo Ragno, e con Thunderbolts. Ma, per il resto, la Marvel scelse il mainstream.

E la DC? A causa della dilagante Batmania, non mancò di pubblicare serie, miniserie e one-shot sull’Uomo Pipistrello, alcune di ottima fattura; e neanche gli altri eroi storici come Superman o Wonder Woman furono trascurati. Per quanto riguarda il parco testate supereroico, comunque, la DC non si discostò dalla Marvel e anch’essa usò i crossover, gli eventi più o meno spettacolari, a volte fini a se stessi, e disegni in salsa Image, con una indubbia eterogeneità grafica, senza troppo concentrarsi sulle story-lines. Il grande successo commerciale la DC riuscì ad averlo con la saga della Morte di Superman, indubbiamente ben orchestrata e realizzata. Tutti parlarono di questo evento e persino il serioso New York Times se ne occupò.

Nel complesso, la DC, al pari della Marvel, si distinse per l’impostazione mainstream dei suoi mensili. Ciò che, però, la differenziò, in senso positivo, dalla Casa delle Idee, fu la linea Vertigo, creata da Karen Berger. Era stata lei a scoprire autori come Alan Moore, Neil Gaiman, Peter Milligan e Grant Morrison e a rendersi responsabile del rinnovamento degli eighties. Presto si rese conto che i serial scritti da questi autori si discostavano dalle altre testate e decise di creare una divisione editoriale per ‘mature readers’, svincolata dai codici censori, aperta alle sperimentazioni, anche le più radicali, e non necessariamente concentrata sui supereroi. Oltre ad includere serial già esistenti come Hellblazer, Animal Man, Sandman e così via, ne varò altri, iniziando con la miniserie di Neil Gaiman e Chris Bachalo di Death, uno dei personaggi più amati di Sandman.

La Berger vide giusto: la Vertigo fu accolta con favore e con questo marchio la DC pubblicò opere impensabili: il blasfemo Preacher di Garth Ennis; Fables del geniale Bill Wllingham; Lucifer di Mike Carey. Inoltre, apparvero serie di diverso genere: il noir di 100 Bullets di Brian Azzarello ed Eduardo Risso o il fantascientifico Y The Last Man di Brian K. Vaughan; e cartoonist non mainstream (Ann Nocenti, David Lapham, Kyle Baker, Dean Motter) ebbero l’opportunità di realizzare fumetti anti-convenzionali. Di conseguenza, la DC, rispetto alla Marvel, aveva una marcia in più e poteva vantare nel suo catalogo opere di intrattenimento supereroico e altre più adulte e sofisticate nella concezione. Ed è questo aspetto che mi spinge, anche in questa puntata, ad affermare che la DC, pure nei nineties, ha superato la Marvel.

E qui mi fermo. Potrei soffermarmi su ciò che è avvenuto dopo e che tutt’ora avviene. Ma mi manca il necessario distacco e, in definitiva, la situazione, in linea di massima, non mi sembra radicalmente cambiata. La DC oggi offre fumetti molto eterogenei. Forse quelli supereroici sono più facili di quelli Marvel; ma le serie ‘for mature readers’ ne costituiscono il fiore all’occhiello, sebbene la Marvel, nell’era di Joe Quesada prima e di Axel Alonso poi, stia cercando di fare qualcosa di simile con le linee Max e Icon. La Marvel cura maggiormente le serie di supereroi e Joe Quesada ha avuto il merito di aver svecchiato molti comic-book, modificato le atmosfere narrative e aver dato spazio ad autori come Brian Michael Bendis, Ed Brubaker, Jason Aaron, Mark Millar e Grant Morrison e alle loro opere pregevoli, come il Daredevil di Bendis, Captain America di Brubaker, la controversa run morrisoniana di X-Men, la stravagante X-Force/X-Statix di Milligan/Allred (forse il primo esempio di underground Marvel), le suggestive Inhumans e Sentry di Paul Jenkins e Jae Lee, e a collane tipo quelle Ultimate. Tuttavia, si mantiene, rispetto alla DC, a un livello più convenzionale. Ma magari è un discorso che riprenderò in altri contesti. Il viaggio si conclude qui.

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