Jimmy McGill è sempre più Saul Goodman nella terza stagione dell’acclamato prequel di Breaking Bad. 

La vera forza di Breaking Bad non era tanto il cosa sarebbe successo (perché in Breaking Bad tutto quello che ti aspettavi sarebbe successo alla fine succedeva davvero) ma il come quello che sarebbe successo veniva raccontato.

Vince Gilligan è sempre stato attratto dai processi (intesi come processi di sviluppo, non come processi legali), dai piccoli dettagli che col passare del tempo diventano grandi e importanti e rovinosi. Le sue storie cuociono a fuoco lento, lentissimo, e una volta che il piatto è servito la pietanza ha un sapore squisito. Mi chiedo come sarebbe partecipare a un barbecue a casa sua: tutti lì ad aspettare con l’acquolina in bocca e i piatti vuoti protesti e lo stomaco brontolante, certi però che ne verrà la pena.

Ci eravamo lasciati al termine della stagione 2 con il grande tradimento di Chuck, che aveva segretamente registrato la confessione di Jimmy. Se ne era dedotto che Jimmy evidentemente non era il solo bricconcello doppiogiochista di casa McGill, ma anche che per Chuck l’unica cosa che conta è l’orgoglio; molto più importante dell’amore fraterno, come potrete vedere negli avvincenti 10 episodi di Breaking Bad 3. 

La cosa interessante della poetica di Gilligan è che le sue storie sono tanto prevedibili quanto avvincenti: in Breaking Bad era facilmente pronosticabile che, prima o poi, Hank avrebbe finito con lo scoprire il segreto di Walter; così come era quasi scontato che Walter alla fine, vuoi per il cancro, vuoi per il giro di affari in cui era andato a cacciarsi, sarebbe morto.

E in Better Call Saul Gilligan e il suo collaboratore Peter Gould ci hanno riproposto la stessa formula: sappiamo perfettamente che, prima o poi, il mascalzone dal cuore tenero Jimmy McGill lascerà il posto all’ambiguo (per non dire senza scrupoli) Saul Goodman. Eppure, settimana dopo settimana, vogliamo tornare a scoprire il nuovo tassello della storia. Vogliamo tornare a quel barbecue a casa Gilligan, dove la carne cuoce lenta e i piatti sono sempre vuoti. Vogliamo scoprire come mai il buon Jimmy, che ha così tanto a cuore le vecchiette da architettare piani machiavellici per auto-smascherare i propri sotterfugi, sia diventato l’avido Saul, che racconta aneddoti su Zanna Gialla e suggerisce di spedire la gente in Belize.

La novità assoluta di questa terza stagione è rappresentata ovviamente dal ritorno (o meglio, l’esordio) di Giancarlo Esposito nei panni del calcolatore Gustavo Fring. E infatti la scena d’introduzione del personaggio nel mondo della serie è assolutamente perfetta, e rappresenta uno dei picchi più alti di tutti i dieci episodi: Fring è un ombra, una macchia che si muove sullo sfondo di un tranquillo fast-food, mentre Jimmy si guarda intorno furtivo alla ricerca di qualcuno che è troppo in bella vista per essere notato. Una sequenza da studiare nelle scuole di cinema. Dieci e lode.

La story-line di Mike, purtroppo, è tornata ai livelli molto macchinosi della prima stagione, non solo nei toni ma anche e soprattutto per come si collega narrativamente al fulcro della storia (Jimmy): Banks è sempre fantastico nel ruolo, ma a differenza della stagione due (dove le linee narrative di Jimmy e di Mike erano perfettamente bilanciate) qui è sempre Odenkirk che ruba la scena, vogliamo sapere quasi esclusivamente del suo Jimmy, e le sequenze con Mike spesso sembrano un riempitivo aggiunto per saldare ancora di più il legame fra Better Call Saul Breaking Bad. 

Ciononostante è nella story-line di Mike che possiamo trovare la maggior parte delle inquadrature migliori, per stile e composizione. Quindi si, si tratta di uno di quei famosi casi da coperta corta, perciò va bene così.

L’atmosfera crime – e i veri momenti di suspense – viene trascinata dalla story-line di Nacho, che ho molto apprezzato: ormai stanco delle prepotenze dello spietato boss Hector Salamanca, il giovane malvivente dovrà prendersi dei grossi rischi per salvaguardare l’officina di suo padre. E torniamo al discorso di prima: sappiamo già come – prima o poi – si ridurrà Hector Salamanca, ma questo non fa che accrescere l’attesa in vista del momento in cui quel qualcosa accadrà.

Questa è la forza di Better Call Saul: è calcolatrice, ma affascinante e carismatica. Proprio come Jimmy. O dovrei dire Saul? 

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