Sott’acqua nessuno può sentirti urlare.

Ho totalmente detestato il nuovo film di Johannes Roberts, regista inglese quarantenne molto esperto nel confezionare horror al massimo modesti, spesso e volentieri dimenticabili.

Il mio profondo fastidio nei confronti di 47 Metri viene dal fatto che la mia curiosità per il film è stata immediata fin dalla visione del trailer: l’interessantissimo concept che mescola Lo Squalo Buried di Rodrigo Cortés aveva fatto vibrare il mio senso di ragno cinematografico, che viene attivato da tutti quei film che, almeno sulla carta, possono sembrare potenzialmente interessanti.

Di solito è una lotteria. Qualche volta va bene (Autopsy, Here Alone, The Invitation), altre volte molto meno bene. Con questo survival-horror ibrido e insipido è andata malissimo.

Due sorelle, Lisa e Kate, decidono di partecipare ad un’escursione di cage-diving (immergersi nell’oceano all’interno di una gabbia) per osservare da vicino dei mastodontici squali bianchi. Quando il verricello che connette la gabbia alla barca si rompe, le due precipitano fino al fondale dell’oceano: a quarantasette metri di profondità e con poca riserva d’ossigeno, dovranno trovare un modo per risalire in superficie senza diventare cibo per squali.

Il film ha tantissimi problemi. Manca di ritmo, di suspance, la sceneggiatura è spesso contraddittoria (esempio: ci viene detto che non si può risalire verso la superficie troppo velocemente, o si rischia un’embolia, ma a volte questo consiglio viene seguito, altre volte no) e quasi sempre didascalica come un fumetto anni ’40.

I personaggi sono meno che monodimensionali – li definirei mezzidimensionali, perché sono per metà stereotipi e per metà deficienti – e non saremo mai in ansia per loro, né ci dispiacerà quando capiterà loro qualcosa di brutto. I due (due di numero) jump-scare piazzati in maniera scolastica sono totalmente prevedibili e totalmente inefficaci a causa delle atmosfere blande del film.

Inoltre il twist finale, patetico e sbagliatissimo ai fini narrativi, vi verrà spoilerato circa a metà film da uno dei suddetti mezzidimensionali personaggi.

Salverei soltanto la prima scena (40 secondi prima dei titoli di testa), con la bella trovata del vino rosso in piscina che profetizza il sangue che verrà versato nell’oceano. Un po’ poco però, direi.

47 Metri è l’ennesima dimostrazione di quanto sia facile distruggere l’ottimo concept alla base di un film. L’anno scorso Paradise Beach, con Blake Lively, aveva sapientemente mescolato l’idea de Lo Squalo con All is Lost di J. C. Chandor. Se adesso che sta arrivando l’estate avete voglia di vedere ragazze in costume che lottano con gli squali, il consiglio è quello di recuperare (o rivedere, perché no) il buonissimo film di Jaume Collet-Serra.

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