Diana, Principessa delle Amazzoni, è stata cresciuta sulla segreta isola di Themyscira ed è stata addestrata per diventare un’invincibile guerriera. Quando Steve Trevor, pilota e spia americana della Prima Guerra Mondiale,
precipita col suo aereo sulle sponde dell’isola, Diana lo salva e decide di recarsi nel mondo esterno per mettere fine al conflitto, convinta che sia causato dal malvagio dio Ares. Intraprende così il percorso che la porterà a diventare Wonder Woman.

Definire Wonder Woman un’icona d’emancipazione femminile è tanto giusto quanto riduttivo. Comparsa per la prima volta nel 1941, la Principessa delle Amazzoni è stata creata dallo psicologo William Moulton Marston su suggerimento della moglie, la progressista Elizabeth. I tratti da pin-up dell’eroina furono ispirati a quelli di Olive Byrne, studentessa e assistente di Marston con la quale lui e la moglie avevano una relazione aperta.

Marston era anche l’inventore della macchina della verità e sostenitore della tesi secondo cui l’attrazione amorosa porterebbe ad uno stato di ideale sottomissione verso l’autorità amata. Elementi questi traslati nel Lazo della Verità di Wonder Woman, strumento spiccatamente bondage che impedisce di mentire a chi ne è avvolto.

Era frequente, nelle storie dell’epoca, trovare Diana legata e sottomessa da aguzzini maschi. Certo, alla fine Wonder Woman trionfava sui suoi avversari ma quelle sequenze pruriginose dal sapore sadomaso erano uno dei motivi del successo della serie. Col passar del tempo, le vicende della supereroina hanno perso tale ambiguità ed hanno assunto tratti più convenzionali, mantenendo però una certa natura progressista, ad esempio reiterando la natura saffica delle amazzoni.

Wonder Woman si è imposta al grande pubblico attraverso la celebre serie tv anni ’70 con Lynda Carter ma non è mai stata protagonista di un proprio lungometraggio cinematografico fino ad oggi. Alla faccia dell’emancipazione, il personaggio è stato introdotto nell’attuale DC Universe cinematografico in un film intitolato a due uomini, Batman v Superman: Dawn of Justice, nel quale il suo ruolo diegetico era pressoché nullo ma completava la concettuale trinità in una metafora cristologica didascalica fino alla nausea.

La trasposizione è affidata a Patty Jenkins, mancata regista di Thor: The Dark World, laddove il dio del tuono può essere considerato la controparte di Wonder Woman nella trinità Marvel completata da Captain America-Superman e Iron Man-Batman. La regista ha avuto il vantaggio di non dover confrontarsi con precedenti iterazioni cinematografiche della supereroina e non è stata costretta a reinventarla. Ha inoltre avuto la coerenza di realizzare un film a se stante nel quale il resto del DC Universe viene a malapena citato, nel prologo e nell’epilogo, e viene evitata anche la consueta scena fan service durante/dopo i titoli di coda.

L’ambientazione della Prima Guerra Mondiale può rimandare a Captain America, eroe del secondo conflitto bellico che si ritroverà poi, come l’amazzone, ad affrontare le forze del male ai giorni nostri. Tuttavia, la regista struttura il film più sull’impronta del Superman di Richard Donner, con tanto di citazioni esplicite nella scena dell’agguato nel vicolo e nella gag comica della porta girevole.

Superman aveva in Christopher Reeve e Margot Kidder due protagonisti misconosciuti mentre Gene Hackman e Marlon Brando, stelle di prima grandezza, avevano il ruolo di comprimari. Qui, a onor del vero, nomi di assoluto prestigio non ce ne sono. L’israeliana Gal Gadot aveva finora mostrato le sue qualità estetiche più che quelle attoriali ma sfaccetta con buona resa una Diana ingenua ed infantile, lontana dalla più smaliziata e matura Wonder Woman del presente, latrice dell’inevitabile retorica sull’amore.

Chris Pine, col suo mascellone e gli occhi glaciali, viene spesso accusato di essere inespressivo. Qui si rivela il migliore del cast, si toglie la divisa della Flotta Stellare di Star Trek ed indossa quella del soldato Steve Trevor e si carica sulle spalle la componente emotiva della storia allacciando la relazione sentimentale con Diana. Il pubblico si ritrova a fare il tifo per i due come accadeva con Superman e Lois nel film del ’79 ed è già un gran risultato in confronto al tono freddo e distaccato dei recenti film DC-Warner. I duetti comici sono a tratti teneri e a tratti imbarazzanti, soprattutto per quel che concerne le allusioni sessuali.

La prima parte è naturalmente dedicata alle origini della supereroina. La Basilicata e la Costiera Amalfitana hanno fornito le scenografie per Themyscira dove Diana cresce tra l’apprensione della protettiva madre Ippolita (Connie Nielsen) e il severo addestramento della zia Antiope (Robin Wright). Gli spiegoni sulla mitologia delle amazzoni sono didascalici sull’impronta dei fumetti anni ’30-40.

Restano però delle domande a cui la sceneggiatura fornisce vaghe risposte. E’ imbarazzante che Themyscira sia protetta da una sorta di schermo invisibile ma chiunque possa oltrepassarlo e trovare facilmente l’isola. Anche i poteri di Wonder Woman risulteranno incomprensibili al pubblico generalista. E’ invincibile, tanto forte da distruggere un edificio a mani nude eppure vulnerabile ai proiettili. E’ una donna guerriera con capacità sovrumane? E’ una semi-dea? E’ una dea? Il segreto svelato alla fine creerà ancor più confusione.

Monodimensionali i due villain. Danny Huston viene promosso da malvagio maggiore dell’esercito nella saga degli X-Men al Generale Ludendorff dell’esercito tedesco. Il suo braccio destro è il dr. Poison (la spagnola Elena Anaya) la cui scarna caratterizzazione rappresenta la più grossa occasione sprecata della trasposizione. Nel fumetto si tratta di un personaggio disturbato e sessualmente ambiguo che odia le donne e gode nel sottometterle. Nel film è un convenzionale scienziato pazzo che crea armi di distruzione di massa.

Se Captain America aveva gli Howling Commandos, Trevor ha dalla sua un team multietnico composto dal franco-marocchino Saïd Taghmaoui (il cui personaggio potrebbe essere in qualche modo collegato ai Blackhawks), dallo scozzese Ewen Bremner (lo Spud di Trainspotting) e dal nativo americano Eugene Brave Rock. La corpulenta Lucy Davis è la controparte femminile dell’Otis di Superman nel suo ruolo di alleggerimento comico. L’evoluzione di Sir Patrick Morgan (David Thewlis, il Remus Lupin di Harry Potter) è prevedibile ed è già stata ampiamente spoilerata.

Il realismo, il tono dark e la fotografia ingrigita si adattano al drammatico scenario dell’Europa afflitta dalla guerra e sono in linea con i precedenti episodi della saga rispetto ai quali, tuttavia, l’opera denota un maggior sense of wonder ed azzecca un paio di potenti apici emotivi, sempre ispirati al sopracitato film di Donner: il momento in cui Wonder Woman si rivela al mondo per affrontare i tedeschi sul campo di battaglia belga e l’epica reazione nello scontro finale.

Le sequenze di combattimento sono sostenute da ottime coreografie e dall’evocativa colonna sonora di Rupert Gregson-Williams a cui viene integrato il tema iconico di Junkie XL introdotto in Batman v Superman. Rallenty e post-modernismi di regia, tuttavia, denotano più lo stampo produttivo di Snyder che un forte sguardo autoriale della regista.

La cgi mediocre grava soprattutto sulla battaglia con Ares e ci troviamo di fronte, come in Batman v Superman e in Suicide Squad, ad un altro pupazzone digitale e ad una battaglia fatta soprattutto di scariche d’energia decisa da chi picchia più forte e non dall’astuzia della supereroina.

Il pubblico apprezzerà la decisa correzione di rotta nella costruzione del DC Universe cinematografico anche se c’è ancora molto da lavorare e il film non è esente da difetti. Per ora, Wonder Woman convince più di Batman, Superman e della Suicide Squad e Patty Jenkins dimostra un approccio al materiale originale più azzeccato rispetto a quello di Zack Snyder e David Ayer. Forse Marston aveva ragione sulla maggior affidabilità delle donne.

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