Il giro di boa della stagione che riassume tutti gli elementi caratteristici della serie e i punti di forza del suo racconto.

È incredibile come la terza stagione di Fargo La Serie stia accorpando tutte le caratteristiche del cinema dei fratelli Coen e della tv di Noah Hawley, elevandoli a nuova narrativa.

Il quinto episodio, “The House of Special Purpose”, è il perfetto giro di boa della stagione (infatti siamo a metà della storia). Tre dialoghi nel corso della puntata fanno luce in modo sorprendentemente esplicativo di ciò che di solito Fargo sottende.

“What is the point of you? You were supposed to be a fixer”

dice Emmit (Ewan McGregor) a Sy (Michael Stuhlbarg) in un confronto che serve a sviscerare il loro rapporto, come abbiamo capito finora molto stretto, eppure giunto al momento di rottura: la situazione sta precipitando, non c’è più tempo, e si inizia a darsi la colpa a vicenda.

Il fixer, il risolutore, è una delle due figure chiave dell’universo di Fargo: Sy lo rappresenta però a metà, poiché è molto più un risolutore inetto (l’altra figura chiave) che un fixer vero e proprio. Il risultato non potrà che essere tragico.

Varga (David Thewlis) ha preso il controllo dell’azienda di Emmit e non ha nessuna intenzione di andarsene, anzi ha piazzato due suoi tirapiedi in un ufficio per controllare costantemente la situazione. Ora vuole assicurarsi che Ray e Nikki (Mary Elizabeth Winstead) non siano più un problema: l’epilogo della donna sarà nel segno della neve e del sangue e aspettiamo di conoscere il suo destino nel prossimo episodio.

Nel frattempo, è proprio questa dicotomia bianco/neve e rosso/sangue, utilizzata fin dalla promozione del serial di FX, ad essere raccontata da uno dei tirapiedi a Nikki:

“That’s why snow falls white: to hide the blood”

Egli parla dell’infelice destino del popolo russo. Il sangue è nascosto dalla neve, che però può celare fino ad un certo punto il drammatico esodo che attende l’umanità, che non ha controllo sul proprio Destino, così come ciò che sta per succedere alla donna.

Un’altra figura che affascina gli autori è poi quella del self-made man, l’uomo americano che si è fatto da solo e dal nulla ha costruito un impero, ma chissà perché lo ha fatto sempre attraverso metodi loschi o comunque ambigui e pericolosi – ricordate la famosa valigetta del film presente nella prima stagione che fece la fortuna (rivelatasi poi letale) del personaggio di Oliver Platt?

È Nikki a fare il punto per convincere Ray ancora una volta a commettere un crimine: ricattare il fratello attraverso un finto sex-tape in cui appaiono loro due mascherati. “Cosa rende Emmit ricco e noi noi? Un furto. Tuo fratello ha rubato il tuo diritto di nascita (il francobollo), e ha costruito un impero sulla falsità”, aggiungendo:

“Self made man, my ass. That business is your business. That mansion is your mansion”

I nodi iniziano a venire al pettine anche per il caso dell’omicidio del patrigno a cui lavora Gloria (Carrie Coon) – oramai in collaborazione con l’agente Lopez (Olivia Sandoval): entrambe si scontrano con il nuovo capo Moe (Shea Whigham) nonostante tutti gli indizi mostrino più di una semplice coincidenza. Varga decide di gestire personalmente Ray e Nikki, e la “risoluzione” sfugge di mano a Sy.

L’agenzie delle entrate vuole fare un controllo sull’azienda di Emmit (attraverso il personaggio di Hamish Linklater) e l’uomo è disperato, ma Varga lo rassicura sulla presenza di falsi libri contabili (uno dei due continua ad avere tutto sotto controllo, l’altro più niente oramai).

L’inizio della fine è davvero cominciato, e non ci sarà nessuno a salvare i protagonisti dall’inettitudine di se stessi, più che dalle azioni degli altri.

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