Si giunge alla metà degli anni ottanta, con l’uscita di capolavori assoluti che hanno rivoluzionato il fumetto americano e mondiale, nella sempre più accesa sfida tra Marvel Comics e DC Comics!

Ma insomma, mi chiederete, per ciò che concerne la prima metà degli anni ottanta, è stata la Marvel o la DC, secondo te, a produrre i fumetti migliori? La volta scorsa scrivevo che la risposta sarebbe arrivata dopo la disamina di alcune opere a dir poco determinanti per l’evoluzione dei comics a stelle e strisce (e non solo). Riepilogando brevemente, è indubbio che, all’inizio degli eighties, sia la Marvel sia la DC scelsero consapevolmente la strada dell’innovazione per uscire da una crisi narrativa e commerciale, portando a maturazione i fumetti supereroici.

Autori come Chris Claremont, Frank Miller e Alan Moore contribuirono a svecchiare i comic-book. Nel 1985, inoltre, la DC, che fino a quel momento subiva la concorrenza del più semplice e lineare Marvel Universe, cancellò radicalmente decenni e decenni di storie, facendo ripartire da zero il suo universo, con la fenomenale Crisis On Infinite Earths di Marv Wolfman e George Perez.

E la DC non si fermò. Prima di ragionare sugli sviluppi editoriali post-Crisis, bisogna però considerare che la casa editrice di Superman e Batman pubblicò altre due opere di rilevanza mondiale. Per dissapori con l’allora direttore editoriale della Marvel, Jim Shooter, molti cartoonist passarono alla concorrenza. Tra essi, Frank Miller che, comunque, non aveva attriti con Shooter ma preferì optare per lo status di autore freelance. La DC, quindi, consapevole del clamoroso successo di vendite del suo Daredevil, lo accolse a braccia aperte. Il primo contributo di Miller alla DC fu lo sconcertante Ronin, di genere cyberpunk, in cui gli influssi dei manga, già accennati nella run del Diavolo Rosso, erano palesi.

Ma Ronin fu l’antipasto. Attirato dalla possibilità di scrivere una storia dell’eroe di punta della DC, Batman, l’autore del Maryland realizzò Dark Knight Return: un capolavoro ancora oggi di indiscutibile attualità; la rilettura, in chiave revisionista, del mito del Cavaliere Oscuro, in una versione malinconica e crepuscolare che sconvolse ed entusiasmò un pubblico trasversale, di gran lunga superiore a quello dei comics. Infatti, le vicende futuribili di un Bruce Wayne invecchiato che, dopo essersi ritirato, ritorna in gioco, furono fuori dagli schemi, per ciò che concerneva le trame di Batman. Dark Knight Return ebbe un riscontro di vendite e di critica clamoroso e di esso se ne occuparono persino i canali televisivi e le riviste non specializzate. E se già con Alan Moore si era intuito che i fumetti non erano necessariamente roba per ragazzini, il Batman milleriano costituì la conferma di tale impressione. Con il senno di poi, l’opera di Miller rappresentò il primo, importante tassello della nuova, nascente Batmania (che sarebbe poi culminata con la pellicola di Tim Burton).

E Moore? Il Bardo di Northampton, già celebrato per Swamp Thing, scrisse, per i disegni del penciler Dave Gibbons, Watchmen, forse il fumetto di supereroi a tutt’oggi più importante in assoluto. A rendere rivoluzionaria la maxiserie non furono solo le caratteristiche psicologiche dei personaggi (più negative che positive: esasperazione, quindi, degli eroi imperfetti immaginati da Stan Lee nonché dell’ambiguità morale essenziale nei nuovi superuomini in calzamaglia) ma la concezione stessa dell’opera. Chiunque abbia letto Watchmen sa a cosa mi riferisco: una miriade di stili espressivi, a cominciare dal monologo interiore; piani paralleli di narrazione; citazioni filmiche, letterarie, fumettistiche e meta-fumettistiche (con il sentito omaggio di Moore alla Golden Age dei comics di pirati del grande Joe Orlando!) e, soprattutto, l’inserimento di veri e propri testi di matrice letteraria in appendice a ogni episodio: pagine di diario, capitoli di libri, interviste, saggi, pubblicità, articoli di giornale e così via. Oggi potrà sembrare risaputo ma, all’epoca, tutto ciò fu innovativo.

In svariate occasioni, Moore ha affermato che la serie, secondo lui, fu fraintesa, specie da numerosi colleghi. Era certamente molto eversiva, a livello di tematiche e di situazioni descritte; e, in un certo qual modo, aprì la strada ai prodotti ‘for mature readers’ successivi, imperniati sulla violenza e a volte sul sesso. Tuttavia, ciò che Moore e Gibbons tentarono di fare (peraltro, riuscendoci) fu proprio quello di perseguire nuovi modi di narrazione. Sia come sia, Watchmen, più di Dark Knight Return, ebbe il merito di attirare l’attenzione nei confronti del medium fumetto da parte della critica accademica (il prestigioso Times Literary Supplement in seguito inserirà Watchmen nella lista dei cento migliori romanzi in lingua inglese scritti nel Novecento!) e letteraria e lo stesso Moore fu considerato degno di essere messo allo stesso livello dei principali romanzieri internazionali.

Ora, bisogna ammettere che una casa editrice che pubblica opere di questo spessore non può certamente essere considerata di secondo piano. Di conseguenza, direi che Marvel e DC, per la prima metà degli eighties, sono da giudicare, qualitativamente alla pari. Però la presenza nel catalogo DC di Watchmen e di Dark Knight Return conferisce un valore aggiunto all’etichetta di Superman e Batman.

E dopo il 1985? A mio modo di vedere, le cose mutarono. La DC si concentrò sulle testate scaturite dagli eventi post-Crisis. Superman fu affidato allo straordinario John Byrne che, con la miniserie Man of Steel, e sui mensili regolari, fornì origini più plausibili all’Uomo d’Acciaio e lo rese al passo con i tempi, con episodi divertenti e godibili, accolti con favore dai fans. Wonder Woman finì nelle mani dell’abile George Perez, che si occupò pure dei testi, e che enfatizzò l’elemento fantasy e mitologico mai del tutto approfondito in era pre-Crisis, con gusto e raffinatezza notevoli. Batman, invece, almeno in principio, fu appannaggio di Miller che, con David Mazzucchelli, riscrisse le origini del Cavaliere Oscuro (dopo averne narrato lo zenith) in un altro gioiello, Batman Year One. Alan Moore, dal canto suo, riprese un fumetto iniziato in Gran Bretagna, V for Vendetta, portandolo a conclusione e regalando ai lettori un’altra gemma inestimabile; e ideò The Killing Joke, suo ultimo lavoro per la DC, in cui, in una chiave ancora una volta revisionista, rappresentò, con l’ausilio degli incredibili disegni di Brian Bolland, un Joker agghiacciante che fa addirittura finire su una sedia a rotelle Barbara Gordon, la Batgirl in assoluto più amata. Poi Moore, sempre meno disposto a subire i condizionamenti di una major, non scrisse altro per la DC e si dedicò ad altri capolavori, sovente realizzati in ambito indipendente.

E il resto della produzione DC, quella della seconda metà degli anni ottanta? Come giudicarla? E la Marvel? Entrambe le etichette continuarono il loro dissidio ma, ripeto, qualcosa si modificò nuovamente e le due case editrici, pur dedicandosi prevalentemente ai supereroi, intrapresero politiche editoriali per certi versi analoghe e per altri differenti; e ciò, ovviamente, non mancò di influenzare i rispettivi parchi testate. E di questo ragionerò nella prossima puntata di Comics World.

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1 commento

  1. Questo sito è inguardabile. Troppe.pibblicità invadenti che si aprono ogni momento. Inoltre le vostre classifiche sono scomodissime da visualizzare in quanto costringono a girare pagine su pagine e a subire continue pubblicita oltre ad un inutile perdita di tempo. Capisco volerci mangiare ma una voracità simile dovrebbe essere illegale.

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