Uno degli obiettivi del reboot DC è certamente quello di rendere più attuali storie e personaggi inserendoli in un contesto sociale credibile. Ecco dunque una serie che ci porta nella triste realtà delle odierne guerre in medioriente e che riecheggia le storiche testate belliche DC.

Men of War n. 1

Autori: Ivan Brandon, Jonathan Vankin (Testi). Tom Derenick, Phil Winslade (disegni). Matt Wilson, Thomas Chu (colori). Viktor Kalvachev (copertina).
Casa editrice: DC Comics
Provenienza: USA
Prezzo: $ 2,99

Pubblicata tra il ’78 e l’80 e durata 26 numeri, Men of war era una serie che raccontava le eroiche gesta dei soldati americani durante la seconda guerra mondiale. Era solo l’ennesimo titolo di una lunga sfilza di collane dedicate alle imprese degli alleati contro i nazisti e il più celebre tra i protagonisti, nel corso degli anni, è rimasto senz’altro il sergente Frank Rock e la sua compagnia Easy.

Buon sangue non mente e suo nipote è naturalmente in prima linea da qualche parte in medioriente, anche se non viene specificato esattamente dove ma ha poca importanza. Il giovane sceneggiatore Ivan Brandon introduce il personaggio al lettore attraverso un faccia a faccia a muso duro con i suoi superiori. Il caporale Rock viene elogiato per le sue capacità in combattimento e i risultati sembrano giustificare le sue insubordinazioni ma a lui non interessa alcun tipo di avanzamento di grado.

La storia sembra filare su binari abbastanza prevedibili quando Rock e i suoi compagni vengono lanciati in una zona calda alla ricerca di un senatore degli USA sparito durante alcuni negoziati. Qui c’è la svolta. Due superesseri si affrontano in un’area urbana. Non li distinguiamo. Non sappiamo chi sia il buono o il cattivo. E non ci interessa. Quello che conta è che il loro combattimento causa distruzioni immani. Ecco lo scenario realistico, i supereroi calati in una quotidianità tangibile. Ma qui abbiamo l’ottica opposta, non dalla parte del metaumano ma da quella del dell’uomo comune. Assistiamo ad una sorta di legge del contrappasso nel vedere i soldati vittime di una guerra, di uno scontro più grande di loro nel quale non è chiaro da che parte stare. Concettualmente perfetto.

La sceneggiatura è ben calibrata, i dialoghi agevoli, la battaglia costellata di esplosioni non vive di spettacolarità gratuita. I disegni di Tom Derenick funzionano a fasi alterne. Benissimo i primi piani, i dettagli dei personaggi e delle divise, meno curati i campi lunghi che risultano a volte piatti e privi di profondità. Fondamentale la colorazione di Matt Wilson che infonde all’ambiente un tono tra il grigio e il verde in un’atmosfera di realismo straniante stile Black Hawk Down, Matrix o Social network. Una dimensione cromatica in cui irrompono il fuoco delle esplosioni e le scie rosse e azzurre dei metaumani in azione.

L’albo si chiude con il primo episodio di Navy Seals, otto tavole scritte da Jonathan Vankin, romanziere, giornalista e autore di Brightest Day Aftermath: The search for Swamp Thing. La storia denota un approccio meno patriottico e più sincero verso la natura del conflitto. I disegni del veterano Phil Winslade, coadiuvato dal colorista Thomas Chu, si concentrano soprattutto sui personaggi. In alcune vignette, infatti, sfondo e contorni sono totalmente assenti.

Molto bella infine la copertina di Viktor Kalvachev che ci mostra un soldato con il volto in ombra a voler sottolineare la spersonalizzazione dell’essere umano nel conflitto bellico. In primo piano una macchia di sangue a forma di aquila, simbolo degli USA. Le tematiche dell’albo sono interessanti a patto che si tenga sempre a mente che si tratta comunque di un mezzo d’intrattenimento, al di là delle giuste riflessioni che storie di questo tipo possono e devono suscitare. Un avvio non eccezionale ma intelligente e incoraggiante.

Voto: 7

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