Procede la disamina della produzione Marvel e DC. Si continua ad analizzare la prima metà degli anni ottanta, con l’arrivo del Magus Alan Moore nel comicdom americano e la pubblicazione di Crisi Sulle Terre Infinite!

Avevo concluso la puntata precedente accennando al fatto che, all’inizio degli anni ottanta, la DC, stimolata dalle sperimentazioni Marvel, decise di seguire la stessa strada, realizzando opere innovative e svecchiando i suoi comics, ricorrendo ad autori poco convenzionali. In ambito mainstream, sulla scia di Uncanny X-Men, la DC produsse New Teen Titans, della coppia Marv Wolfman/George Perez, imperniato su una nuova versione del gruppo di eroi adolescenti capitanati da Robin e che fu uno dei suoi mensili di punta. E, inoltre, tramite l’iniziativa di Len Wein (e di Karen Berger), un inglese, Alan Moore, iniziò a scrivere il comic-book horror Swamp Thing.

Ma prima dovrei puntualizzare che in quel periodo l’intero comicdom fu influenzato da nuove forme di narrazione, mutuate dall’Europa e, in particolare, dalla scuola francese di Métal Hurlant. Lo statunitense Heavy Metal, da questo punto di vista, cercò, a volte riuscendoci, di riproporne lo spirito. E va considerato che nacquero le case editrici indipendenti, non legate alle corporation, che esercitarono un ruolo non indifferente per ciò che concerne l’evoluzione dei comics. Autori come Dave Sim (quello di Cerebus) si fecero conoscere in quest’ambito, così come i fratelli Hernandez di Love and Rockets; altri, per esempio Howard Chaykin, provenienti dal mainstream (nello specifico, il Conan marvelliano), fecero le loro cose migliori proprio in contesti indie (basti pensare al suo American Flagg). E non bisogna trascurare Steve Rude, Matt Wagner e altri talenti che spesso collaborarono con Marvel e DC, pur rimanendo indipendenti nell’attitudine.

Inoltre, la Marvel, inaugurando il formato ‘graphic novel’, propose opere non in linea con i canoni imperanti (per esempio, la stupenda Morte di Capitan Marvel di Jim Starlin o Dreadstar, sempre dello stesso autore) e in seguito varò la linea editoriale Epic (una specie di antesignana della più celebre Vertigo) dedicata a fumetti più adulti e complessi, non necessariamente imperniati sui supereroi. Chiarito questo, passiamo ad Alan Moore. Lo scrittore di Northampton era dotato di un background diverso da quello dei colleghi americani: in lui convivevano lo spirito provocatorio del punk, gli interessi nei confronti della letteratura, della musica, delle arti in senso lato, nonché della sottocultura occulta ed esoterica collegata agli ambienti creativi inglesi meno allineati; in più non mancavano forti aneliti anti-thatcheriani e anti-reaganiani e, in generale, un impegno socio-politico; e Moore non era nemmeno esente da influenze underground.

Pur se differente da Miller, anche Moore inserì nei testi dei fumetti uno spessore letterario e, nel caso di Swamp Thing, erano presenti citazioni di romanzi, poesie, film e opere artistiche di vario genere. Nel giro di pochi numeri, il mensile della Cosa della Palude, a un passo dalla chiusura, attirò l’attenzione di un folto numero di lettori, spesso non avvezzi ai comics. Il comic-book si distinse, quindi, nel mercato americano, come uno dei prodotti più sofisticati e colti in circolazione, non solo grazie ai testi lirici di Moore; ma anche alle illustrazioni di Stephen Bissette, John Totleben e Rick Veitch, tra gli altri, inusuali per gli standard del periodo. Inoltre, Moore affrontò, con gusto e raffinatezza, un elemento finora assente: il sesso. Swamp Thing, infatti, fa l’amore con la stupenda Abigail (in un episodio passato alla storia, con forti rimandi alla cultura psichedelica dei sixties); e si iniziò ad intuire quella che sarebbe stata la strada della DC. La casa editrice, infatti, già prima della nascita della Vertigo, avrebbe scelto la trasgressione dei canoni narrativi e tematici, toccando argomenti considerati scottanti (è sufficiente pensare al putiferio che provocarono Wolfman e Perez quando mostrarono Robin e la bella Starfire a letto insieme!).

Per ciò che concerne la produzione DC della prima metà degli anni ottanta,  questa era di buon livello. I serial di Superman e Batman erano, tutto sommato, gradevoli e non scordiamoci che autori come Gene Colan e altri, provenienti dalla Casa delle Idee, spesso vi diedero il loro apporto. E characters come Flash, Lanterna Verde e Wonder Woman non se la passavano male. Rispetto alla Marvel, tuttavia, la DC aveva un problema, rappresentato dal suo universo. Nel DC Universe, infatti, c’erano, come ho scritto nelle prime puntate, terre parallele. Le principali erano Terra 1 e Terra 2. Ma ne esistevano diverse, ognuna con propri personaggi e, in alcuni casi, con doppioni di eroi esistenti in altre. Ciò rendeva incomprensibile la produzione DC e persino gli autori, a volte, si trovavano in difficoltà.

Di conseguenza, la DC decise di correre ai ripari. Ci doveva essere una sola terra, popolata da characters privi di doppie o triple versioni. Per giunta, la DC compì un’operazione più radicale: sarebbe dovuto accadere qualcosa che avrebbe azzerato il passato, dando modo alla casa editrice di far ripartire dal numero uno i mensili storici e di aprirne di nuovi. Operazione facile sulla carta ma ardua nella pratica. Però buona parte degli sceneggiatori fece del suo meglio per far culminare le storie in uno specifico avvenimento: cioè, una crisi di portata cosmica dal quale sarebbe poi scaturito un solo mondo. La story-line principale, intitolata Crisis On Infinite Earths, fu affidata all’estro narrativo di Marv Wolfman e alle matite di George Perez (segno che New Teen Titans funzionava davvero).

La maxiserie di dodici numeri fu pubblicata nel 1985 e Wolfman fece un lavoro enorme, riuscendo a rendere più coeso e comprensibile il DC Universe. Fu il canto del cigno della Silver Age, contrassegnato, peraltro, dalle morti drammatiche della Supergirl resa celebre da Jim Mooney nei sixties e, principalmente, dell’amatissimo Flash Barry Allen (che verrà sostituito da Wally West, ex Kid Flash). Crisis fu salutato, giustamente, come un capolavoro. Benché, a livello di vendite, venne surclassato dall’orribile Secret Wars di Jim Shooter, è annoverato tra le pietre miliari del fumetto americano.

E la DC, letteralmente, si scatenò, con una creatività e un livello di qualità che non si vedevano da anni. Il fatto che il DC Universe ricominciasse dal principio, infatti, consentì alla DC di rilanciare gli eroi storici Superman, Batman e Wonder Woman, di rinnovarne altri e di proporre creazioni più al passo con i tempi. Però, prima di prenderli in considerazione, dobbiamo altresì evidenziare alcuni fattori: innanzitutto, il successo di Crisis e di Secret Wars aprì la strada ai mega-crossover, eventi che coinvolgono a volte una sezione specifica di un universo narrativo, a volte l’intero universo nel suo insieme e che costringono il lettore a seguire parecchi albi. L’intento commerciale è evidente e in sé non sbagliato. Ma, nel corso del tempo, Marvel e DC hanno esagerato con quella che è ormai una consuetudine (ogni anno ci si aspetta un massacro mutante o un cataclisma di qualche tipo).

Inoltre, l’ansia di sconvolgere e scioccare il pubblico spinse le due etichette a inventare lutti e tragedie, magari fini a se stessi, e prese piede il cosiddetto filone ‘morte e disperazione’, simboleggiato da Uncanny X-Men di Claremont. Tali dettagli resero per certi versi la Marvel e la DC prevedibili. Al di là di ciò, però, è innegabile che in questa straordinaria stagione creativa i fans ebbero l’opportunità di scoprire opere memorabili.

Ma chi produsse il materiale migliore? Non posso rispondere ora. Poiché, prima di passare alla seconda metà degli eighties, è necessario concludere la disamina della prima parte del decennio. E, se abbiamo considerato Alan Moore (che, per giunta, scrisse le ultime, stupende storie del Superman pre-Crisis e si occupò pure di altro), non si possono trascurare accadimenti di grande importanza: innanzitutto, alcuni autori Marvel, in rotta con Jim Shooter, andarono a lavorare alla DC. Tra essi, Frank Miller e John Byrne. Alan Moore, d’altro canto, non pago di aver scritto l’innovativa Swamp Thing, conquistò, insieme a Dave Gibbons, il pubblico mondiale con Watchmen; e fu allora che Karen Berger, editor della DC, mise sotto contratto tutti gli autori britannici possibili e immaginabili, dando vita alla British Invasion. Solo dopo aver parlato di questo potrò dare il mio giudizio. E poi passeremo alla DC post-Crisis e alla produzione Marvel ad essa contemporanea. Quella della fase finale degli eighties, insomma. Alla prossima.

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