Procede il confronto tra la produzione Marvel e quella DC e stavolta ci concentriamo sul periodo finale dei seventies e sulle prime avvisaglie delle innovazioni che sconvolgeranno il comicdom americano negli eighties!

Riprendo il discorso sulla diatriba riguardante i fumetti Marvel e DC e sull’eventuale superiorità di una delle due principali case editrici di comics a stelle e strisce. Come avevo scritto nella puntata precedente, nel corso degli anni settanta, la Marvel, a mio parere, superava, dal punto di vista della qualità e della varietà delle proposte, la DC, malgrado quest’ultima avesse comunque pubblicato opere pregevoli.

Al di là di ciò, però, nel corso degli anni si era insidiato un elemento fastidioso: una crescente crisi economica che spinse Marvel e DC a ridurre, per esempio, il numero di pagine delle storie (si arrivò ad averne appena diciassette: il minimo storico) e, nei casi peggiori, a chiudere numerosi mensili. A farne le spese maggiormente fu la DC che dovette subire il duro periodo della DC Implosion, in cui tantissimi comic-book, semplicemente, scomparvero di punto in bianco.

Ma, verso la fine dei seventies, ci fu pure un preoccupante calo inventivo. Non è che mancassero idee interessanti. Tuttavia, un po’ per la situazione poco florida del mercato, un po’ per una mancanza di ispirazione, serial Marvel intriganti come, per esempio, Omega The Unknown di Steve Gerber, Son of Satan, Black Goliath, Nova o Champions, tanto per citarne qualcuno, terminarono la loro corsa dopo poche uscite. E i comic-book più importanti iniziarono a vivacchiare. La punta più bassa la si ebbe con Dennis O’ Neill che forse scrisse le storie più brutte di Spider-Man in assoluto; o con le deliranti e assurde origini di Asgard, raffazzonate in maniera maldestra su The Mighty Thor, ad opera di Roy Thomas e Mark Gruenwald, tra gli altri. E alla DC le cose erano persino peggiori.

Kirby era tornato alla Casa delle Idee ma i pur validi Eternals, Machine Man e una nuova run di Captain America non rinverdirono i suoi fasti e il Re stava per cadere nel dimenticatoio. Tuttavia, i talenti emersero. Disegnatori come George Perez e John Byrne si fecero apprezzare dai fans. E un certo Chris Claremont scrisse il Giant Size X-Men n.1. Gli X-Men, originariamente, erano considerati personaggi minori e, a un certo punto, non furono più realizzate storie su di loro (malgrado il leggendario Neal Adams si fosse cimentato nell’illustrazione di episodi rivalutati solo dopo parecchio tempo) e la Marvel si limitò a ristampare i vecchi numeri. Tuttavia, si decise di concedere una nuova chance ai Mutanti X, affidando al veterano Len Wein il compito di scrivere una storia da pubblicare in uno special.

Wein, ritenendo che fosse il caso di cambiare la formazione del team, ideò una nuova squadra. A parte i classici Ciclope e Professor X, essa era composta da sconosciuti come Nightcrawler, Tempesta, Colosso, Wolverine… eroi che avrebbero, come tutti sanno, avuto in seguito un successo allucinante. In ogni caso, dopo l’uscita del Giant Size, Wein scrisse qualche altra storia per poi affidare l’incarico al giovane Chris Claremont. E nessuno avrebbe potuto sospettare che sarebbe stato Claremont (insieme ad altri colleghi) a risollevare le sorti del fumetto americano. Chris iniziò, quindi, a delineare vicende complesse e labirintiche, con l’apprezzamento dei lettori. Quando poi il penciler John Byrne sostituì Dave Cockrum alle matite, Uncanny X-Men, nel giro di poco tempo, divenne non solo il fumetto Marvel di maggior successo ma anche quello più venduto negli Stati Uniti.

Senza, forse, sospettarlo, Claremont e Byrne indicarono nuove strade da seguire, per ciò che concerneva la caratterizzazione dei personaggi: la distinzione manichea tra buoni e cattivi non era più così netta come in passato; anzi, uno dei motti dei comics americani fu ‘ambiguità morale’ e tipi come Wolverine non si esimevano dall’uccidere qualcuno, se necessario. La ‘Saga della Fenice Nera’ ebbe un effetto seminale: per la prima volta in assoluto, in un’atmosfera di pathos e tensione indicibili, un’eroina storica come Jean Grey si suicidava. Tale run, in un certo qual modo, diede il via al filone ‘morte e disperazione’, che impregnerà il comicdom con stragi, lutti e tragedie di vario tipo, forse con un pizzico di esagerazione. Dalla lettura degli X-Men, comunque, si intuiva che i comics stavano crescendo e diventando più maturi, nonché aperti a influenze creative e comunicative, sovente extra-fumettistiche.

Se Claremont continuò a scrivere le saghe degli X-Men e dei vari serial mutanti derivati, Byrne realizzò apprezzate run di Fantastic Four, risollevando le sorti del serial e riportando un feeling classico ma al passo con i tempi; e comic-book innovativi come Alpha Flight. Un altro importante autore, Walt Simonson, prese le redini di Mighty Thor, a un passo dalla chiusura, ed ebbe il coraggio di realizzare una pazzesca, lunghissima story-line in cui gli elementi supereroici venivano sostituiti da un forte tono fantasy, peraltro in ossequio a quello che era il canone ufficiale delle leggende norrene. Un altro talento, J.M. De Matteis, scrisse storie di Captain America di incredibile profondità, affrontando tematiche impensabili fino ad allora, come la rinascita del nazismo o l’omofobia. E questo fu solo il preludio delle opere altamente eversive che De Matteis avrebbe in seguito proposto.

Oltre a loro, il fumetto americano vide l’esordio di Frank Miller. Dopo qualche storiella su alcuni mensili, Miller si mise a disegnare Daredevil, su testi di Roger McKenzie; ma poi si occupò lui dei testi e realizzò un capolavoro, in cui, tra influenze di Will Eisner, Steve Ditko e Gil Kane, usò gli stilemi della narrativa hard-boiled di Chandler e Hammett, trasformando il mensile del Diavolo Rosso in uno stupendo gioiello noir. Fu Miller, inoltre, ad aprire la strada ai manga, poiché molte sue pagine, a volte prive di testo, risentivano dello stile illustrativo nipponico. Per non parlare delle situazioni Made in Japan, poiché Miller inserì nel cast il gruppo de La Mano, il sensei Stick e, soprattutto, la letale, amorale e sexy ninja Elektra, altro character fondamentale degli anni ottanta.

E Miller, forse più di Claremont, fece largo uso di personaggi spiazzanti: Bullseye, che era un villain di serie b, divenne uno psicopatico sconcertante per gli standard dell’epoca; Kingpin si trasformò in un intimidente mafioso, indubbiamente credibile; e in un episodio come ‘L’Ultima Mano’, Miller mostrò ai lettori sconvolti il sangue e le efferatezze di una battaglia senza esclusione di colpi. Claremont non fu da meno, e nel suo New Mutants, nel periodo in cui l’espressionista Bill Sienkiewicz iniziava a scioccare il pubblico con i suoi esperimenti grafici, propose un terribile schizofrenico come Legione, figlio segreto del Professor X.

E anche i disegni si modificarono: se, da un lato, autori come Byrne o Perez si collegavano ai maestri del passato, sebbene in maniera personale, altri, come, appunto, Sienkiewicz rivelarono l’influenza della pittura europea, della grafica e del design. In poche parole, la Marvel della prima metà degli anni ottanta conobbe un decisivo miglioramento. Ma la DC?

La DC non restò a guardare. Prima di tutto, bisogna puntualizzare che autori di primo piano del decenni precedente (Marv Wolfman, Roy Thomas, George Perez, Gene Colan e altri), per dissapori con il direttore editoriale Jim Shooter, decisero di andare a lavorare alla DC. Ma stavolta, a differenza di ciò che accadde nei seventies, la DC comprese che era necessario cambiare radicalmente le modalità espressive dei comics, proprio come stava facendo la Marvel.

E bisogna di nuovo tirare in ballo Len Wein che, a quanto pare, va considerato il padre delle innovazioni degli eighties (senza trascurare, comunque, in differenti contesti, Archie Goodwin). Wein aveva inventato Swamp Thing e, per evitare che la serie chiudesse, decise di cercare autori, magari non americani, in grado di apportare inedite prospettive. La sua scelta cadde su un giovane inglese; un tipo strano, a quanto si diceva, sia nel carattere che nell’aspetto: Alan Moore. E Alan Moore, al pari di Miller e Claremont, fu il simbolo della rivoluzione dei comics statunitensi, quando decise di occuparsi del mensile di Swampy. Wolfman e Perez, dal canto loro, studiarono con attenzione gli X-Men claremontiani e, in accordo con la DC, vararono un comic-book imperniato su una nuova versione dei Giovani Titani: New Teen Titans, appunto. E all’improvviso la Marvel capì di aver trovato un agguerrito concorrente. Uno che molti avevano dato per spacciato. Fu il principio del cosiddetto rinascimento americano dei comics, per la gioia di tutti i lettori. Però il discorso dovrà necessariamente essere approfondito nella prossima puntata.

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