Nelle predecenti puntate di Comics World si è parlato degli anni ’60 del mondo dei comics, Sergio L.Duma, questa volta, si concentrerà sugli anni ’70, gli anni di Stan Lee, Kirby e Ditko!

Se, come scrivevo, negli anni sessanta la Marvel, a mio parere, ha superato di gran lunga la DC, dal punto di vista qualitativo e per ciò che concerne gli stilemi espressivi e narrativi dei comics supereroici, la situazione negli anni settanta ha assunto caratteristiche differenti, almeno per quanto riguarda la prima metà del decennio. Stan Lee, coadiuvato da penciler come Kirby, Ditko e altri, rivoluzionò i fumetti dei super-eroi e produsse pietre miliari della narrativa disegnata, benché in casa DC autori come Julius Schwartz (al quale si deve il ritorno in auge degli eroi in calzamaglia), Gardner Fox, Robert Kanigher o disegnatori all’epoca innovativi come Neal Adams produssero autentici gioielli.

Nei seventies, invece, dopo che i fumetti supereroici raggiunsero un livello di innovazione notevole (in casa Marvel non si possono non citare il Silver Surfer di Lee/Buscema e Nick Fury Agent of Shield dello psichedelico Jim Steranko), l’evoluzione, in un certo qual modo, si fermò. La Marvel, all’inizio del nuovo decennio, era ormai la dominatrice del mercato, a scapito della concorrente DC. Tuttavia, Stan Lee abbandonò la macchina da scrivere, per svolgere mansioni dirigenziali, e disegnatori che avevano dato un fondamentale contributo allo sviluppo del Marvel style, e cioè Jack Kirby e Steve Ditko, lasciarono la casa editrice, a causa di insoddisfazioni economiche e per contrasti con lo stesso Lee, e andarono a lavorare alla DC.

L’era di Lee, quindi, era finita e il Sorridente ebbe l’intelligenza di affidare il Marvel Universe a giovani sceneggiatori, più in linea con lo spirito degli anni settanta: Roy Thomas, innanzitutto; ma anche Mike Friedrich, Gary Frederick, Steve Skeates, Steve Englehart e altri, che riuscirono a scrivere storie al passo con i tempi, tuttavia partendo sempre e comunque dagli stilemi impostati da Lee. Thomas, in particolare, che già aveva iniziato a lavorare sul finire dei sixties, realizzò ottime cose con Avengers, Invaders, Fantastic Four e tante altre serie. La Marvel di questo periodo, fondamentalmente, si differenziò da quella del decennio precedente perché iniziò a pubblicare serial non sempre supereroici: in poche parole, la sperimentazione si concentrò sui concetti e sulle tematiche e non tanto sugli stilemi espressivi.

E infatti ci fu il boom dei comic-book horror, con Ghost Rider, Werewolf By Night, Monster of Frankenstein, che fecero conoscere un penciler come Mike Ploog; per non parlare del capolavoro Tomb of Dracula della magica coppia Marv Wolfman/Gene Colan o del Man-Thing di Steve Gerber. Non si può assolutamente trascurare il filone fantasy, con Conan The Barbarian a fare da apripista, fortemente voluto da Thomas, e che si fregiò delle stupende matite del preraffaellita Barry Windsor-Smith prima e di John Buscema poi. E non si possono non citare mensili anomali come Shang-Chi Master of Kung Fu, disegnato da Paul Gulacy, degno erede di Steranko; o il delizioso revival di Invaders, ambientato nella Seconda Guerra Mondiale e disegnato dal glorioso Frank Robbins.

Sul fronte dell’innovazione, si possono considerare le opere di Jim Starlin. Il suo lavoro su Captain Marvel e Warlock doveva molto alle suggestioni lisergiche del Flower Power e alle intuizioni di Steranko e forse rappresenta uno dei momenti più sperimentali ed eversivi dei comics a stelle e strisce. Lo sceneggiatore Steve Englehart, invece, si concentrò sulla realtà socio-politica dell’epoca, scrivendo run fortemente polemiche e angoscianti e il culmine di tale tendenza si ebbe con la sua descrizione del Marvel Watergate su Captain America.

Il serial Jungle Action, inoltre, imperniato sulla Pantera Nera, rappresentò il primo esempio di scrittura letteraria applicata al fumetto, e questo molto prima che Alan Moore facesse qualcosa di simile con Swamp Thing della DC. E ciò accadde grazie a Don McGregor che realizzò un lavoro di grande profondità, tutto tranne che di mero intrattenimento. Per il resto, i serial più famosi continuarono a presentare materiale interessante, benché si rifacessero, anche se in chiave più moderna, alle intuizioni già ampiamente approfondite da Stan Lee.

Comunque, come ho già scritto, la Marvel si impose, soprattutto con la varietà delle sue proposte (forse più ampia di quella odierna, sinceramente). E la DC arrancò. I dirigenti della casa editrice non avevano ancora ben compreso i Marvel characters e continuarono a presentare i personaggi classici senza cercare di innovare più di tanto. Certo, ci furono cose qualitativamente elevate. Il Batman degli anni settanta non era male e, spesso e volentieri, autori come Dennis O’ Neill scrissero storie pregevoli. Ross Andru, conosciuto anche per essere il penciler regolare di Amazing Spider-Man (non senza contestazioni di una parte dei fans che mal digerivano il suo tratto ostico, in antitesi a quello romitiano), è ricordato per la sua versione ‘terrena’ di una Wonder Woman che perdeva temporaneamente i poteri. Flash continuava ad essere valido e fu in questo decennio che nacque un gioiello come Swamp Thing di Len Wein e del leggendario maestro del macabro Bernie Wrightson.

E fu allora che Mike Grell si fece conoscere con Warlord, all’unanimità considerato uno dei migliori fumetti fantasy mai realizzati (ma il termine fantasy è riduttivo). E, soprattutto, in casa DC giunsero Kirby e Ditko e portarono il Marvel style alla concorrenza. Il primo realizzò la celeberrima Saga del Quarto Mondo, un capolavoro che, però, a un pubblico che già aveva metabolizzato le innovazioni kirbyane, sembrò una ripetizione. Tuttavia, New Gods, Forever People e altri serial erano godibili e lo stesso dicasi per il delizioso Kamandi. Ditko, dal canto suo, creò Shade The Changing Man, cercando di ripetere gli esperimenti visivi di Dr. Strange, nonché Creeper e Hawk & Dove; ma, nel complesso, non lascerà il segno. E infatti, dopo pochi anni, Kirby tornerà alla Marvel mentre Ditko si limiterà a collaborare, di tanto in tanto, con la Casa delle Idee e altre etichette indipendenti negli anni ottanta.

Oserei affermare, quindi, che, pure nella prima metà dei seventies, la Marvel superò la DC. Per giunta, ci fu il buio periodo della cosiddetta DC Implosion, in cui la casa editrice, per una serie di problemi economici, fu costretta a chiudere tantissime testate. Ma verso la fine del decennio la crisi si abbatté sull’intera industria fumettistica e nemmeno la Casa delle Idee ne fu esente. E ci fu pure una crisi creativa. Tra il 1977 e il 1980 furono distribuiti, forse, i fumetti peggiori in assoluto. Ma, in un mare di ciarpame, ovviamente non mancarono le gemme. Gemme che, per giunta, avrebbero contribuito a risollevare il fumetto, sia a livelli di mercato che a livelli di qualità. Per esempio, uscì un numero speciale degli X-Men, il Giant Size X-Men n.1. E il resto è una storia che ci condurrà direttamente agli anni ottanta. E ne discuteremo alla prossima puntata.

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