Supereroi Le Leggende Marvel 8

Autori: Jason Aaron (testi), Ron Garney, Yanick Paquette (disegni)
Casa Editrice: Panini Comics
Provenienza: USA
Prezzo: € 9,99, 18 x 28, pp. 224, col.

Come ho già avuto modo di affermare, non sono un estimatore della produzione Marvel attuale, quella, per intenderci, realizzata sotto l’egida di Joe Quesada e ora finita nelle mani di Axel Alonso. Riconosco, certamente, che negli ultimi anni i fumetti della Casa delle Idee sono stati caratterizzati da molte novità, sia per ciò che concerne gli autori che si sono occupati dei Marvel heroes, sia per ciò che concerne i contenuti.

Tuttavia, ritengo che l’etichetta statunitense abbia copiato e utilizzato malamente certe intuizioni della DC, sovente ignorando anni e anni di continuity e trascurando le caratteristiche psicologiche di numerosi personaggi storici. A volte ho avuto pure la sensazione che determinati sviluppi nelle trame siano stati provocati dalla ricerca di facili effetti sorpresa e di colpi di scena fini a se stessi, mai realmente motivati da un punto di vista narrativo.

Per giunta, l’insistenza esasperata che la Marvel dimostra nello sfruttamento sempre degli stessi, risaputi characters (Uomo Ragno, X-Men, Wolverine), peraltro protagonisti di comic-book eccessivamente mainstream (per non dire stupidi), specie se paragonati a quelli più adulti di precedenti ere editoriali, me la rende piuttosto indigesta.

Non che sia tutto da buttare. Le storie di Ed Brubaker, per esempio, vanno tenute d’occhio. Lo stesso dicasi per quelle di Matt Fraction. E non si può negare che ci siano sceneggiatori abili attualmente impegnati a dare il loro apporto al Marvel Universe. E tra essi bisognerebbe, almeno a un livello ipotetico, includere Jason Aaron, una delle rivelazioni del comicdom statunitense, autore dell’ottimo Scalped della DC/Vertigo.

In casa Marvel, Aaron si è concentrato prevalentemente su Wolverine, Ghost Rider e il Punitore. Nello specifico del mutante canadese, confesso che Logan non è mai stato in cima alla mia lista di personaggi favoriti. Ne riconosco, ovviamente, l’importanza e sicuramente, grazie a Claremont, un eroe minore inventato da Len Wein ha ottenuto lo status di character di primo piano. E non sono mancate storie di Wolverine di grande qualità.

Ma come si deve giudicare il lavoro di Aaron? Una prima idea si può averla leggendo l’ottavo volume della serie Supereroi Le Leggende Marvel che include i nove episodi iniziali del serial Wolverine: Weapon X (già conclusasi in America e sostituita da un nuovo mensile, chiamato semplicemente Wolverine, sempre scritto da Aaron).

Rilevo con rammarico che Aaron, indubbiamente capace di delineare ottime story-line, con Logan non ha fatto altro che riproporre i consueti cliché e luoghi comuni che lo rendono ripetitivo e noioso. Nella prima sequenza, illustrata da Ron Garney, Aaron presenta un Wolverine rissoso e arrabbiato, pronto a fare a pezzi chiunque, coinvolto nelle prevedibili macchinazioni di società senza scrupoli, super agenti e organizzazioni spionistiche più o meno deviate. E non c’è nemmeno un pizzico di analisi psicologica e tutto rimane a un livello piatto e superficiale, con un Logan che sembra la parodia di se stesso, in un’apoteosi di mutilazioni e sangue. E neanche le apparizioni di Maverick o di una giornalista che interagirà con Logan servono a risollevare l’interesse per una trama di fatto soporifera.

Le cose vanno relativamente meglio con la seconda story-line, ambientata in un allucinante manicomio, con Wolverine trasformato in paziente e alle prese con un agghiacciante medico (o così, almeno, sembra). In questo caso, Aaron, ogni tanto, fa intravedere qualcosa della carica eversiva e incisiva da lui dimostrata in Scalped. Ma, nel complesso, pure stavolta il comic-book si rivela commerciale e stupido, con situazioni che sono meri pretesti per mostrare scazzottate e risse a tutta pagina e ovvie guest star come Psylocke e Nightcrawler. Per giunta, Aaron cade in un errore (che, in verità, fanno anche altri suoi colleghi), e cioè quello di ritenere che la violenza esplicita conferisca automaticamente un’aura di maturità adulta in un fumetto. Ma non basta vedere uomini sbudellati per considerare ‘maturo’ un serial. Dal canto mio, ritengo che tali dettagli denotino il tentativo di compiacere, invece, un pubblico di bambinoni non ancora cresciuti che sono tutto tranne che maturi.

La parte grafica è valida e sia Ron Garney che Yanick Paquette fanno un buon lavoro, con interessanti soluzioni grafiche e un efficace lay-out. E sono i disegni che mi spingono a dare una sufficienza stiracchiata a questo volume che, comunque, rappresenta un esempio significativo di ciò che è la Marvel di oggi: la Casa delle Banalità. Peccato.

Voto: 6 –

telegra_promo_mangaforever_2

10 Commenti

  1. Può anche darsi. Ma non credo che i reboot in sé siano causati dalle eventuali banalità delle serie mensili ma, più semplicemente, da motivazioni di mercato. Ovviamente anche in casa DC ci sono opere mediocri ma mi sembra che il livello generale sia comunque migliore rispetto a quello Marvel. E, come ho scritto nella recensione, ho l’impressione che negli ultimi anni, diciamo da Civil War in poi, la Marvel non abbia saputo fare altro che mimare, se non scopiazzare, certe atmosfere narrative già ampiamente utilizzate in precedenza dalla DC. Parere personale, ovviamente.

  2. Trovo la recensione ingenerosa.
    Aaron è molto bravo a creare una situazione “classica” con cui restituisce al personaggio di Wolverine alcune caratteristiche sopite da tempo. Non deve sfuggire nella prima saga che Logan non si confronta apertamente con gli “uomini di adamantio”, ma piuttosto usa tattiche di guerriglia, così come nella seconda è incapace di uscire da solo dai guai. Già questi due spunti rendono il volume originale rispetto alla produzione degli ultimi anni del canadese.
    PS: aprire la recensione di storie particolari (non cicli) evidenziando fuori contesto un generale malcontento sull’attuale produzione Marvel (il periodo evidenziato tra l’altro è piuttosto ampio) IMHO la fa sembrare poco obiettiva perché il giudizio finale sembra un sostegno dell’ipotesi iniziale.

  3. Premesso che, a mio avviso, le recensioni obiettive non esistono poiché sempre frutto di impressioni soggettive e non oggettive, l’inizio della mia recensione fungeva semplicemente da prova della mia onestà intellettuale. Perlomeno era questa la mia finalità. Venendo ai tuoi rilievi, non sono convinto che gli elementi da te evidenziati siano prova dell’originalità delle storie di Aaron. Ciò che ho letto in quel volume mi sa di visto e rivisto. Rammento numerose occasioni in cui Wolvie, ridotto a malpartito, ha avuto bisogno di aiuti esterni: nella prima sua sortita a Genosha, viene messo al tappeto dalle milizie genoshane e imprigionato e ci vogliono Jean Grey e gli altri mutanti per toglierlo dai guai; quando fu crocefisso dai Reavers, toccò alla piccola Jubilee l’onere di aiutarlo… e potrei continuare. Quanto al resto, la psicologia di Logan mi sembra piatta e schematica e questa è una delle pecche che imputo alla Marvel attuale. Tutto o quasi è diventato risibile e infantile, specie se confrontato alle produzioni più profonde e mature di epoche precedenti, quando molti serial potevano contare sull’apporto di autori del calibro di De Matteis, Claremont, Peter David… e per ciò che concerne Aaron finora in casa Marvel non ne ha imbroccata una. Opinione personale, naturalmente.

    • Le storie che citi sono di quasi 30 anni fa. Non è che ogni storia che esce di Devil la paragono con Miller per dire che è meno originale, o per una dei Fantastici 4 scomodo Lee-Kirby. In ogni caso ho fornito anche io il mio parere, ed è che muovi ad Aaron una critica ingiusta, associabile a parecchi scrittori del wolverine dell’ultimo periodo (way e bendis in testa) ma non ad Aaron.

      PS: io non critico il tuo giudizio finale, (quello personale) su cui non concordo ma vabbhè c’est la vie, io critico le argomentazioni con cui arrivi a quel giudizio. In una recensione anche se a parlare è una persona ritengo l’obiettività fondamentale.
      Tra l’altro quello che dici “in generale” della Marvel puoi pensarlo ma riportarlo mentre recensisci un prodotto Marvel in particolare diminuisce l’autorevolezza di quanto esponi nella recensione (prendila come una critica costruttiva). ;)

      Ciao

  4. Quanta nostalgia nel leggere quella triade di autori di una Marvel che fu e a cui, senza scomodare Frank Miller, mi sentirei di aggiungere anche Ann Nocenti.
    A proposito, il suo “Impazziti” non è così distante dalla seconda storia del volume recensito.

  5. Tranquillo, Wolvie, avevo capito il senso del tuo intervento. Puntualizzo solo che, per quanto mi riguarda, quando leggo qualcosa, che sia Marvel o DC, trovo difficile non inserire una singola opera in un contesto più ampio ed ecco perché magari faccio riferimento a storie di trent’anni fa. Può anche darsi che, avendo letto un sacco di roba, trovi sempre più difficile sorprendermi e appassionarmi a qualcosa. E nel caso dell’Aaron di casa Marvel, ahimé, non riesco proprio a dare un giudizio positivo.
    Venendo a Guttolo, anch’io apprezzo la Nocenti ma non l’avevo citata perché, a mio parere, di livello davvero superiore per la Marvel degli eighties e non mi sentivo di considerarla un’autrice standard. Vale almeno per il suo Daredevil. La saga Cani Impazziti può avere qualche analogia per ciò che concerne l’ambientazione, però siamo su un altro livello, secondo me. Innanzitutto c’era una maggiore analisi psicologica, che nella storia di Aaron è assente. E poi ci sono differenze di finalità: la Nocenti voleva denunciare il sistema delle cliniche psichiatriche e delle conseguenti gerarchie di controllo. Aaron, invece… a mio modesto parere, ha solo imbastito una trama basata su mutilazioni e squartamenti vari… ciao :)

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui