Comics World N. 15: Marvel vs. DC in the 60’s (again)

Pubblicato il 19 Luglio 2011 alle 12:06

Come scritto nella puntata precedente, negli anni sessanta, dopo un periodo di relativa assenza, i supereroi tornarono nelle edicole, grazie, in particolare, a Julius Schwartz, storico editor DC che si rese responsabile della ricomparsa di Lanterna Verde e Flash in nuove versioni, e al leggendario Stan Lee che, alla Marvel, coadiuvato da Jack Kirby e Steve Ditko, sconvolse il mercato con i Fantastici 4, l’Uomo Ragno, Iron Man, Thor e altri straordinari characters tuttora apprezzati dai lettori.

I comic-book Marvel, nello specifico, ebbero un successo di vendita notevole e la volta scorsa scrivevo che sarebbe stato interessante ragionare su ciò che Stan Lee realizzò con il concetto del supereroe e con le convenzioni di questo particolare genere narrativo. Anche perché, in tal modo, si potrà forse rispondere alla domanda cruciale che assilla da decenni molti fans e cioè se sia migliore la Marvel o la DC.

Lee, prima di tutto, inserì i suoi personaggi nel mondo reale e, principalmente, a New York, città in cui l’autore risiedeva. Di conseguenza, l’universo Marvel, pur essenzialmente fantastico, aveva uno sfondo di autenticità e ciò contribuì a rendere più intriganti le vicissitudini di Spidey e compagnia. In casa DC, invece, a parte qualche eccezione, ancora oggi le avventure si svolgono in città fittizie; basti pensare alla Metropolis di Superman o alla Gotham City di Batman, chiaramente modellate sulle metropoli statunitensi reali, ma tuttavia inesistenti.

Da un lato, come, per esempio, ha affermato Morrison in diverse occasioni, avere a che fare con una città immaginaria può stimolare la creatività dell’autore mentre una reale limitarlo; ma, d’altro canto, vedere un supereroe agire in un contesto realmente esistente conferisce indubbio fascino a un fumetto supereroico. In ogni caso, Lee scelse questa strada e i risultati, in termini di vendite e di riscontro critico, gli diedero ragione. Il mondo reale, inoltre, implica un collegamento a determinati mutamenti sociali. Se leggiamo le storie dei Fantastici 4 dei sixties, per esempio, percepiamo l’era kennedyana; se analizziamo le storie dell’Uomo Ragno coinvolto nelle proteste studentesche, sentiamo l’atmosfera di tensione socio-politica presente nei campus americani dell’epoca.

Ciò non significa che gli avvenimenti di quel decennio non trovino spazio anche nei fumetti DC; ma furono, più che altro, a mio avviso, casi fortuiti, e non qualcosa di fortemente voluto, come avvenne in casa Marvel. L’altra caratteristica rivoluzionaria dei Marvel heroes fu rappresentata dalla loro psicologia: se Peter Parker o Matt Murdock vivono in un mondo identico al nostro, devono avere gli stessi problemi della gente comune. Gli eroi Marvel quindi amano, soffrono, affrontano un sacco di difficoltà. Peter Parker era assillato dalle ristrettezze economiche, dalle incomprensioni con i compagni di scuola e con le ragazze; altri Marvel heroes non se la passavano meglio. Erano ‘supereroi con super problemi’, tanto per citare una formula di Lee che avrà grande fortuna. In poche parole, il lettore aveva a che fare con esseri vincenti dal punto di vista supereroico ma perdenti spiritualmente ed emotivamente nella vita di tutti i giorni, dettaglio che favoriva il processo di identificazione tra i fans e l’eroe di turno.

Per giunta, Lee creò un universo narrativo coerente, in cui era facile orientarsi (perlomeno in quel periodo), contrapposto al DC Universe che, con la trovata apparentemente geniale delle terre parallele, a conti fatti risulterà, nel corso del tempo, cervellotico e complicato. E il sorridente valorizzò la cosiddetta continuity e collegò le vicende dei suoi eroi in un intricato, ma non confusionario, arazzo narrativo. I testi di Lee che, nei primi anni, si occupò di quasi tutti i serial, erano, per gli standard dell’epoca, anti-convenzionali e ironici, specie se confrontati a quelli più seriosi degli autori DC. Le storie vennero illustrate da penciler del calibro di Jack Kirby, con il suo afflato cosmico, dello Steve Ditko noir dell’Uomo Ragno e psichedelico del Dr. Strange e da altri disegnatori a modo loro in linea con le istanze visuali pop: basti pensare a John Romita Sr., per esempio. E non mancavano artisti più particolari, come l’ombroso Gene Colan o l’inquietante Gil Kane (che, comunque, lavorava pure alla DC).

In poche parole, i fumetti Marvel avevano personaggi umani e credibili in un contesto narrativo e visivo al passo con i tempi. Fantastic Four segnò un’epoca, per ciò che concerne i supereroi a carattere fantascientifico; Mighty Thor fu un originale mix di fantasy e sci-fi; Daredevil era una versione più camp e ironica di Batman; Amazing Spider-Man fu, grazie a Ditko, un meraviglioso esempio di hard-boiled applicato agli eroi in calzamaglia; Dr. Strange si allineava alle fascinazioni orientaleggianti e mistiche della gioventù non allineata; e non possiamo dimenticare opere più adulte e sofisticate come Silver Surfer, in cui si denunciavano le devianze della società americana, illustrato da un bravissimo John Buscema.

Non significa che la produzione DC non fosse valida. Malgrado tutto, il Flash di Carmine Infantino fu uno dei serial migliori e più appassionanti del decennio. Si videro molte cose buone sui mensili di Batman (popolarissimo grazie alla Batmania provocata dal classico telefilm kitsch ancora oggi, di tanto in tanto, trasmesso su qualche canale satellitare). Le storie di Lanterna Verde sono considerate dei classici. Per non parlare delle opere del grande Joe Kubert o della JLA (alla quale gli Avengers marvelliani dovevano molto). Superman, grazie a Curt Swan, dal punto di vista qualitativo non era da trascurare; e c’è chi ricorda con piacere le gradevoli avventure della Supergirl di Jim Mooney. E ricordiamoci che alla DC lavorava un penciler allora davvero all’avanguardia come Neal Adams (e che farà una comparsata in casa Marvel verso la fine dei sessanta/primi settanta).

È sufficiente leggere i suoi Batman, Deadman o Teen Titans per comprendere quanto fosse avanti (in un certo qual modo, alcune sue opere possono essere paragonabili, per carica eversiva e rivoluzionaria, a quelle del Silver Surfer di Lee/Buscema: per esempio, la sua run di Green Lantern/Green Arrow, da lui illustrata su testi di Dennis O’Neill). Oppure si può ragionare su Arnold Drake, sceneggiatore poco convenzionale che creò personaggi bizzarri come Deadman o la Doom Patrol (e si occuperà degli X-Men alla Marvel). Tuttavia, se dovessimo finalmente dare una risposta al quesito iniziale, come ci comporteremmo?

Be’, è indubbio che, negli anni sessanta, la Marvel superò comunque di gran lunga la DC, in tutti i sensi. E la sua produzione fu, in linea generale, la migliore. E ciò provocò conseguenze: nel decennio successivo, infatti, il mercato americano sarà dominato dalla Casa delle Idee, a scapito della concorrente (fu il periodo nero della cosiddetta DC implosion). O perlomeno ciò è vero per la prima metà dei seventies. Dopo la situazione si modificò. Ma continueremo il discorso alla prossima puntata.

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