Secondo giro per la serie dedicata al velocista della DC. Dopo gli avvenimenti della scorsa serie, Central City viene invasa da criminali provenienti da una realtà parallela nota come Terra-2 capitanati dal pericoloso Zoom, uno spietato meta umano più forte e veloce di Barry Allen e intenzionato a rovinare le vite del Team Flash.

C’era molta attesa lo scorso anno per l’arrivo di The Flash, serie TV dedicata ad uno dei personaggi più famosi della DC Comics.

Pensato come spin-off dell’allora fortunato Arrow, la serie oltre che portare sul piccolo schermo le storie del velocista scarlatto, aveva l’arduo compito di espandere l’universo televisivo della DC/The CW introducendo nuovi supereroi ed elementi classici da comic-book come superpoteri e supercriminali (fino ad allora la serie con protagonista Stephen Amell si era limitato a mostrare criminali umani e avventure prevalentemente urbane).

Adeguatamente ai poteri del suo protagonista però, la serie è “partita in quarta”. Gli showrunner non si sono limitati a mostrare le origini del velocista e le sue prime avventure come supereroe, ma hanno deciso di introdurre fin da subito elementi dall’enorme responsabilità narrativa come viaggi nel tempo e realtà parallele facendo di The Flash il serial più fantascientifico e “fumettoso” in circolazione.

Con una trama ben delineata, personaggi forti e buone prove attoriali, la serie si è guadagnato subito buoni consensi e riscontri di pubblico superando, sia in rating che in qualità, la serie madre Arrow.

L’attesa per questa seconda stagione eguagliava quindi quella per la prima, soprattutto per il modo in cui si era conclusa (col mega cliffhangerone in cui Barry Allen si lanciava contro un varco temporale apparso sopra il cielo di Central City) e anche un po’ di pressione da parte degli showrunner nel dover replicare il successo dell’anno scorso proponendo qualcosa di nuovo.

Il risultato è una stagione ricca di avvenimenti, molto godibile e divertente anche se poco innovativa e con idee non sempre sviluppate al meglio.

Non è facile produrre una serie di quattro stagioni da 23 episodi su un vigilante urbano armato di soli arco e frecce così come non è facile trovare nuove sfide per una squadra di agenti segreti relegati in un universo di serie B, The Flash però aveva qualcosa, anzi molte cose, che gli altri serial supereroistici non avevano: i viaggi nel tempo, le realtà alternative, gli universi paralleli e tutto ciò che ne consegue.

Gli sceneggiatori avevano a disposizione un’infinità di elementi con cui giocare e con cui già avevano iniziato a familiarizzare nella prima stagione, purtroppo però si sono limitati ad usare le Terre dell’universo DC come facile scusa per riproporre lo stesso canovaccio dell’anno scorso.

Ancora una volta abbiamo come antagonista un velocista che vuole sfruttare le abilità di Flash solo che invece di venire dal futuro viene da una Terra parallela.

Ancora una volta abbiamo supercriminali che sbucano come funghi ma invece di essere frutto del famoso incidente alle STAR Labs sono abitanti di Terra-2.

Ancora una volta abbiamo un villain che si nasconde tra le file del Team Flash, l’anno scorso avevamo Harrison Wells/Eobard Thawne, quest’anno Jay Garrick/Hunter Zoolomon.

Ancora una volta troviamo Harrison Wells (l’ottimo Tom Cavanagh) a fare da mentore all’intera squadra solo che invece di essere la mascherata di un villain è un “antieroe” proveniente sempre dalla solita realtà parallela.

Insomma, tante le novità, tante le idee dal taglio fantascientifico sfruttate però nel modo più piatto e “sicuro” possibile (per la serie storia che vince non si cambia).

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Nonostante decida di rimanere nello proprio sicuro stagno, la serie riesce comunque a intrattenere, a volte addirittura a stupire ed emozionare grazie soprattutto ai suoi personaggi ed interpreti.

Grant Gustin si conferma un ottimo Barry Allen, un ragazzo che si porta dietro molte tragedie e molte responsabilità ma che nonostante tutto decide di mantenere accesa la sua luce eroica e la sua solarità riuscendo anche ad ispirare i cittadini della sua città (che, come conseguenza degli avvenimenti della scorsa stagione, ergeranno una statua in suo onore).

Tom Cavanagh è invece il secondo miglior acquisto della casting dopo Grant Gustin. Già l’anno scorso aveva dato prova della sua versatilità passando dal saggio e mite Harrison Wells al freddo e spietato Anti-Flash per tutta la durata della stagione. Quest’anno Cavanagh si è ritrovato a dare vita ad un nuovo personaggio caratterialmente diverso da quanto costruito l’ultima volta.

L’Harrison Wells di Terra-2 (o Harry come lo chiama Cisco nel disperato tentativo di non associarlo al suo ex maestro) è più distaccato e disinteressato verso i giovani scienziati delle STAR Labs, è unicamente focalizzato verso i propri problemi e non perde occasione per criticare i metodi del team.

Finirà ovviamente per affezionarsi alla squadra diventandone ancora una volta il mentore (oltre che l’ennesima figura paterna per Barry) ma lo farà usando metodi bruschi e per nulla accomodanti.

Jesse L. Martin è invece il graditissimo Joe West. La roccia su cui appoggiarsi e la figura paterna più grande nella vita di Barry Allen. Quest’anno anche Joe ha avuto i suoi problemi personali, causate soprattutto dall’arrivo di un figlio (Wally West) di cui non conosceva l’esistenza.

Il resto della squadra invece passa spesso in secondo piano, soprattutto le due ragazze Caitlin Snow e Iris West, relegate a comprimarie e costrette a ripetere un percorso narrativo molto simile a quanto visto l’anno scorso.

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Tra le new entry troviamo invece Teddy Sears nei panni di Jay Garrick prima e Hunter Zoolomon poi.
All’attore paiono andare scomodi i panni del falso Garrick.

Il suo personaggio si muove col pilota automatico lasciandosi trascinare dagli eventi senza mai esserne coinvolto appieno (che sia un’interpretazione voluta visto il tipo di personaggio o semplice svogliatezza recitativa è tutto da verificare).

Cambia totalmente registro una volta svelate le carte in tavola, come villain Teddy Sears sembra divertirsi di più e sembra voler dare di più al suo personaggio che purtroppo però non incide come la nemesi della scorsa stagione a causa di un piano un po’ confuso e in parte già visto.

Le altre due new entry sono i giovani Wally West e Jesse “Quick” Wells, personaggi dal futuro supereroistico (stando ai fumetti) ma che per ora appaiono poco approfonditi. In particolare Wally fa la figura di un Iris 2.0 con i continui piagnucolii, la storia personale a fare da riempitivo nelle varie puntate e l’ottusa cecità intellettuale che gli impedisce di capire che Flash è in realtà Barry Allen (anche con le prove sotto il suo naso).

Si spera che nella prossima stagione riesca a trovare il suo posto all’interno della storia ricevendo maggiore spessore (magari in vista del suo debutto come supereroe) o al massimo un ridimensionamento, come accaduto con la sorella Iris.

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Nonostante uno schema strutturato in modo simile alla scorsa stagione, la serie offre degli episodi e delle storie molto avvincenti e ben costruite.

In particolare spiccano i due episodi ambientati su Terra-2, un universo alternativo a metà tra il futuristico e il retrò anni ’50 con molti omaggi alla Golden e Silver Age del fumetto americano.

Visivamente accurato e narrativamente funzionante nei numerosi siparietti tra i protagonisti e i propri doppelganger e nelle disparate versione alternative delle storie dei personaggi (Barry sposato con Iris, Joe che odia Barry, Caitlin in versione Killer Frost, Deadshot in versione poliziotto incapace, ecc).

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Degno di nota anche il ventunesimo episodio, “The Runaway Dinosaur” che vede dietro la macchina da presa l’illustre ragazzaccio Kevin Smith, regista di film cult come Clerks, Dogma e Generazione X, sceneggiatore di fumetti (Freccia Verde e Diavolo Custode tra i suoi lavori più noti) e grande appassionato della nona arte (dopo questa esperienza di The Flash vorrebbe tornare per scrivere qualche episodio della quinta stagione di Arrow).

L’episodio diretto da Smith è il più metafisico (e metaforico) mai visto nella serie con Barry che incontra la Forza della Velocità impersonata di volta in volta dalle persone a lui più care (Joe, Iris e suo padre Henry). Una sorta di supereroistico “Canto di Natale” di Dickens che si conclude con un commovente incontro tra Barry e la madre Nora.

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La famiglia è stato un elemento centrale fin dal primo episodio della prima stagione (ben tre le figure paterne di Barry: il padre adottivo Joe, il mentore Wells e il padre biologico Henry). La morte della madre Nora è stato il motore trainante della prima stagione ed epicentro nell’intera vita di Barry, non è solo il motivo che lo spinge ad essere un eroe (come Peter Parker o Bruce Wayne) ma è la sua missione.

L’aver lasciata invariata la linea temporale (e quindi lasciato che la morte della madre si compisse ancora) ha segnato un grande punto di svolta e maturità nella vita di Barry Allen, per questo fa storcere un po’ il naso vedere alla fine di questa seconda stagione, il nostro protagonista tornare indietro nel tempo e salvare la vita della madre mandando in vacca non solo il suo percorso evolutivo ma anche tutto ciò che si era appreso sui paradossi temporali (oltre a spingere gli spettatori a chiedersi perché non l’abbia fatto prima dell’arrivo di Zoom o per lo meno prima che uccidesse suo padre).

La speranza per la terza stagione è che venga giustificata questa scelta e soprattutto che le conseguenze delle sue azioni possano dare vita a una trama più originale e ricca di colpi di scena, speranza in parte già ripagata dopo l’annuncio del titolo del primo episodio: Flashpoint (a buon intenditore…).

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