In un panorama horror fatto di pellicole che riciclano le medesime idee inzuppandole con jump-scare da strapazzo e poco altro, il regista affronta la sfida di creare un horror senza orrore, nel quale la paura non appare sullo schermo ma arriva dall’anima dei personaggi.

L’opera è una grande metafora sul mondo della moda (nel particolare) e sul consumismo della società contemporanea (in generale), nel quale i cattivi sopravvivono a discapito dei buoni, che vengono ingurgitati, fagocitati, cannibalizzati dal sistema: l’appariscentismo, la voglia di emergere che muove ogni individuo, pronto a tutto pur di riuscire e raggiungere i propri obiettivi.

Il concetto della dicotomia fra essere e apparire è classico e anche poco originale, eppure in Refn sembra (paradossalmente, anche il film vuole apparire) innovativo grazie al taglio registico visionario, con inquadrature piene di compiaciuto magnetismo e immagini dipinte da una caleidoscopica palette policromatica che si fregia della quasi onnipresenza scenica degli specchi, che mistificano il gioco delle prospettive e sottolineano la voglia di farsi belli.

La follia strabordante, il putiferio surreale e inquietante, il fascino delle angolazioni prospettiche, sono evidenziate da un cromatismo immaginifico fatto di arte elettronica e pop e luci al neon che impregnano lo schermo di accenti blu e cupi rossi e fucsia e bianchi bagliori, in un tripudio di splendore visivo che nasconde l’oscurità più nera e animalesca.

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The Neon Demon è il figlio della parentesi nel mondo della pubblicità in cui Refn, negli ultimi anni, si è divertito ad imprimere il suo tocco, con campagne pubblicitarie e spot per i più importanti marchi del mondo della moda e non solo (Gucci fra tutti, ma anche la Hennessy e il suo cognac X.O).

Non a caso ha iniziato a firmarsi NWR, come dicevamo prima, neanche volesse tramutare se stesso (e soprattutto il suo modo di concepire il cinema) in un marchio griffato in stile YSL.

Sarà sicuramente un fiasco al botteghino, The Neon Demon. Il giorno dell’uscita, in sala, ero da solo. Perché il cinema di Nicholas Winding Refn è un cinema volutamente per pochi: il regista, poliedrico, raffinato, vanitoso e istintivo, ama fare terra bruciata intorno a se, ama andare controcorrente.

E in un mondo – quello del cinema – che si ammanta di brand e si protegge dietro il sicuro successo economico delle “saghe”, è uno dei pochi autori (uso il termine nel suo significato più classico e intrinseco) che sa osare, e osa farlo.

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