Rinfrancato economicamente dagli altri due Pusher, quindi, nel 2008 Refn può sfogare anima e corpo nel biografico Bronson. Il film, incentrato sulla vita del noto criminale inglese, è un inno al grottesco, all’ironia più maniacale e alla violenza sfrenata.

E’ l’opera della consacrazione internazionale (al punto da meritarsi la nomina di “L’Arancia Meccanica del 21esimo secolo”), premiata in tutto il mondo per la geniale regia, così ossessionata dalla perfezione stilistica che pur di raggiungerla soffoca la sceneggiatura, incentrata solo sugli schiamazzi e le esuberanze di un Tom Hardy che con la sua folle interpretazione venne notato da un certo Christopher Nolan.

Valhalla Rising fu accolto dagli applausi della critica, ma ancora una volta passò quasi inosservato al botteghino. Recentemente Refn ha dichiarato (ecco il “controcorrente” di cui si parlava all’inizio) che i suoi film sono ad uso esclusivo di persone acculturate, che vogliono usufruire del cinema non per passare il pomeriggio ma per comprendere mondi diversi.

E probabilmente è per questo motivo che il botteghino sembra rigettarlo, anno dopo anno. Ma a lui non può importare di meno: non fa cinema per la massa, lo fa per i critici, per farsi apprezzare, per farsi ricordare da tutti quanto è bravo e con quanto talento piazza la cinepresa nei set e nelle location.

L’eccezione che conferma la regola è Drive, prima collaborazione con Ryan Gosling voluta da Gosling stesso, che richiede espressamente Refn per la regia del film. L’attore decolla con il ruolo del taciturno protagonista, Refn vince la palma d’oro per la miglior regia a Cannes e il film è pure un successo di pubblico, con 80 milioni ricavati da una produzione costatane appena 15.

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Dopo Drive Hollywood lo chiama, lo brama, ma lui rifiuta con testarda ostinazione e assoluta, affascinante arroganza. Ritorna a Cannes con il chiacchieratissimo Solo Dio Perdona, un quasi western che è anche un quasi kung-fu movie e che è sopratutto un revenge movie e uno sputo in faccia alle avances hollywoodiane.

La pellicola è l’esaltazione dell’ermetismo poetico, intervallata da una violenza brutale e iperrealista di cui Refn coglie l’evidente bellezza con immagini forti e pittoriche, e dal tema freudiano del rapporto madre/figlio, esplorato al limite dell’ossessivo/compulsivo nelle scene fra Gosling e Kristin Scott Thomas.

Il film viene accolto da imprecazioni, fischi, applausi, strette di mano, prese di posizione, insulti allo schermo. Cosa che succede esattamente allo stesso modo con The Neon Demon, accusato addirittura su Twitter di strumentalizzare la settimana arte e contagiarla con scene di depravazione, cannibalismo e necrofilia.

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