Il sesto appuntamento con CinemaForever si lascia ispirare dal suo stesso soggetto, e decide di andare controcorrente: mettendo da parte i pezzi in programma su David Lynch, Ridley Scott e Francis Ford Coppola, anche per celebrare l’uscita del suo nuovo film The Neon Demon, parleremo del cinema artistico di Nicholas Winding Refn.

Chi si aspetta un film di facile visione eviti pure il mio cinema. O con me o contro di me. Fanculo il sistema e fanculo il pubblico.

nic-winding-refn

Controcorrente. E’ la prima parola che mi viene in mente se penso ad uno qualsiasi dei film di Nicholas Winding Refn (o NWF, la griffe con la quale ha iniziato a firmarsi, ma ci arriviamo).

Controcorrente perché in un panorama hollywoodiano fatto di blockbuster dozzinali, reboot e remake e sequel e prequel, Refn ha sempre avuto il coraggio – o il menefreghismo – di sfidare platee internazionali con film al limite dell’indecenza, freddi, glaciali – come il clima della sua Danimarca – dall’incedere lento e scomodo per chi concepisce il cinema come un luogo di ritrovo in cui passare del tempo con gli amici a sgranocchiare pop-corn.

Il cinema è, prima di ogni altra cosa, un’arte. E Refn questo ce lo ricorda in continuazione.

Innamorato di se stesso fino all’inverosimile, non ha mai temuto di paragonarsi a Narciso, tanto nella vita quotidiana quanto in quella professionale.

I suoi film sono fatti per essere guardati, non visti, interpretati e non capiti. Escludendo per un attimo gli esordi, dei suoi ultimi quattro lungometraggi solo uno (Drive) è supportato da un abbozzo di storia (un abbozzo, si, perché anche in quel caso la narrazione è concepita in maniera estremamente differente rispetto a quella a cui il grande pubblico è abituato, e nel corso dei 90 minuti circa si contano si e no 4 eventi significativi a pilotare la vicenda): gli altri, Bronson, Solo Dio Perdona e l’ultima fatica The Neon Demon sono, per stessa volontà dichiarata del regista, immagini fotografiche che si muovono.

La cura che sfoggia Refn nel posizionare la cinepresa è quella di un fotografo che vuole immortalare un’immagine, bloccandola nel tempo. E non a caso il tempo si dilata nei suoi film, con scene che più che riflessive sono statue, dipinti di luce e colori che stanno immobili solo per farsi ammirare. Ecco perché Narciso.

Poche battute, sceneggiature rosicchiate all’osso: mi viene in mente una battuta di George Miller, che parlando del primo Mad Max disse che la sua intenzione era stata quella di creare un genere di film muti ma col sonoro.

In Refn la narrazione prosegue per sensazioni, momenti, gesti (spesso iperviolenti) e un’accuratezza registica estremizzata ai limiti dell’inconcepibile. E se non siamo ai livelli ossessivi di Kubrick – lui una scena era capace di girarla anche cinquanta volte – poco ci manca.

winding-refn-09142011

Nicholas W. Refn è innamorato della forma al punto che questa, nei suoi film, arriva a sovrastare la sostanza. Generalmente, quando la sostanza è così scarna, ogni formalismo è superfluo o rischia di scadere nel ridondante. Eppure Refn va oltre questa semplicistica concezione: le sue opere stanno saldamente in piedi, reggendosi solo sulla bellezza formale.

I suoi lavori “pornografici”, ispirati cioè dalle pulsioni che lo eccitano e che diventano sfogo attraverso l’occhio freddo e imperturbabile della cinepresa, incantano registicamente e fotograficamente.

Nel ’96 una bozza di sceneggiatura per un corto viene notata da un produttore (tale Henrik Danstrup, che prima di incontrare Refn aveva avuto una carriera abbastanza dimenticabile) che decide di offrirgli 32 milioni (di corone danesi) per trasformare quel corto in un lungometraggio. Nasce così Pusher, il racconto della settimana più sfortunata di uno spacciatore di Copenaghen.

Il film diventa subito un cult underground, merito di una storia che rappresenta in maniera estremamente realistica il mondo della droga, narrata però con un senso del gusto da sommelier della regia. Grandissima importanza anche alle musiche, che avranno un ruolo fondamentale in tutta la carriera di Refn.

Nasce qui anche la sua strana maniera di girare le scene: in ordine cronologico, seguendo il copione, cosa molto inusuale (e controcorrente, ovviamente) ma che a detta di Refn serve per far immedesimare ancora di più l’attore nel proprio personaggio.

Non può non tornare in mente ancora Kubrick, che faceva ripetere ai suoi attori la stessa scena per decine e decine di volte, fino a che non si dimenticavano di essere su un set e di star recitando e si abbandonavano nel personaggio, diventavano il personaggio. Paragoni azzardati? Forse. Però …

cover1300

Il talento grezzo emerge in maniera assoluta nel primo lungometraggio, comunque. E il film viene talmente apprezzato che si merita ben due sequel (Pusher II: Sangue sulle mie Mani Pusher III: L’angelo della Morte) soprattutto perché le due opere che seguirono il primo capitolo della trilogia, il revenge movie Bleeder e lo straniante thriller Fear X con John Turturro, erano stati visti di buon occhio dalla critica ma entrambi avevano rappresentato un clamoroso flop al botteghino.

Continua a leggere, gira pagina

telegra_promo_mangaforever_2

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui