Stan Lee: “Ho sempre desiderato incontrare Walt Disney. È stato un mio idolo.”

Pubblicato il 27 Maggio 2016 alle 12:30

Stan Lee ha rilasciato un’intervista al D23, in cui ha parlato della sua infanzia, della Marvel e del rapporto con la Disney.

Durante la lunga intervista, il fumettista ha ripercorso la sua vita, a partire dall’amore per la lettura, fino alla nascita della Marvel, e di molti dei suoi personaggi iconici. Ma andiamo per ordine e partiamo dall’inizio, quando Stan Lee non era altro che un ragazzino:

Sono cresciuto a Manhattan, e per un paio di anni ho vissuto nel Bronx, poi sono tornato a Manhattan. Quindi sono un vero New Yorker.

Quando ero piccolo, ero un lettore accanito. Mia madre diceva spesso che amavo leggere mentre mangiavo, e se non avevo nulla da leggere, diceva che leggevo le etichette della bottiglia di ketchup o di mostarda.

Fin da piccolo ho sempre pensato che sarei diventato uno scrittore. Quando avevo 14 anni, e mi vergogno di ammetterlo, mi comprai una piccola ventiquattrore, che portavo in giro con me, sperando che mi facesse apparire come uno scrittore.

Ho iniziato a lavorare al Timely Comics quando avevo intorno ai 16 o 17 anni. Il mio primo compito è stato quello di eliminare tutte le linee a matita che rimanevano nelle tavole. Tornavo a casa ogni sera con un braccio dolorante.

In quei giorni, ogni fumetto avevo 2 piccole pagine con una storia che nessuno leggeva. E qualcuno mi disse “Vorrei che scrivessi una storia di due pagine su Captain America. Nessuna immagine. Solo parole.” Così l’ho scritta, ed è stata pubblicata. C’era scritto, “di Stan Lee.” L’ho tagliata ed appesa sui muri di casa.

Captain America fu particolarmente popolare durante la Seconda Guerra Mondiale, per poi perdere lettori alla fine del conflitto. Stan Lee spiega come ha reintrodotto il personaggio negli anni ’60:

Nel 1962, ho deciso di riproporre Captain America. Volevo renderlo diverso rispetto a com’era. Il suo mondo era il mondo degli anni 40, combatteva i dittatori e così via. Ed ad un tratto inizia a vivere nei giorni nostri. È una sorta di anacronismo, come se lui non appartenesse a questo periodo. È un supereroe problematico, che sta cercando di comprendere un mondo diverso in cui si è risvegliato. Poi è diventato popolare. Ed oggi è veramente popolare.

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