In una versione inedita, il personaggio di Lewis Carroll torna a viaggiare attraverso l’immaginario. Questa volta tra i pericoli della giungla!

L’idea che gli universi narrativi siano collegati fra loro, ovviamente, non è affatto nuova. La letteratura fumettistica, soprattutto mainstream, sul tema è varia e sterminata. Eppure quando è un grande classico della letteratura ad andare in trasferta è difficile togliersi dagli occhi quella certa aria di stupito divertimento dagli occhi.

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Lo hanno capito bene, evidentemente, Tebo, Keramidas e Nob, quando hanno deciso di spedire il personaggio di Carroll in un paese che proprio non è quello delle meraviglie.

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Oltre il classico cunicolo infatti, ad attendere Alice è il paese delle scimmie, l’habitat di un Tarzan che quanto pare, latita da un po’. Nello scenario di avventure tipicamente maschili (particolare sul quale gli autori non risparmiano battute nelle prime tavole) Alice è colta da una delle sue tipiche crisi di identità.

Sarà un mandrillo dal pelo bianco (evidentemente un animale guida candido è nel suo destino) a farle ritrovare prima la memoria e poi la strada di casa, attraverso un tronco d’albero che nel frattempo se n’era andato a spasso, ad un meeting di alberi magici…

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A leggerla bene questa storia, sembra, più che l’escursione fuori porta di un personaggio, l’intreccio di due logiche narrative apparentemente incompatibili: quella della favola onirica e simbolica di cui i libri di Lewis Carroll rappresentano uno degli esempi più noti, e il registro avventuroso e virile del racconto di Borroughs, immerso in una natura forse lievemente mitica, immaginata ma minacciosamente concreta e reale.

Entrambe storie di bambini perduti in terre ostili, a ben guardare. Entrambi resoconti di viaggio di un essere umano attraverso il grande Esterno di una natura selvaggia, eppure appartenenti da sempre a due filoni ben distinti dell’immaginario collettivo. In questo volume Alice finisce però per rompere il muro che separa i due universi, e così la logica dell’uno la segue invadendo e fondendosi con le regole dell’altro.

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Così una ragazzina parla con una scimmia armata di pistola che spara pezzi di legno; nel teschio di un enorme gorilla di nome Pong (notate qualche assonanza familiare?) vive un vecchio scimmiotto saggio che vede la realtà attraverso i fiumi di un pentolone, e una  Shere Kan nasconde uno stano segreto.

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In questo coloratissimo mash up di avventura e ironia Alice dovrà ancora una volta trovare la strada di casa attraverso un ambiente ostile, che questa volta non potrà dominare semplicemente con la consapevolezza di sé (come nella magnifica scena finale Di Alice nel Paese delle meraviglie).

In altri termini il grande esterno della foresta selvaggia (perché non colonizzata dalla civiltà) e il grande interno dell’inconscio (la parte “naturale” e non razionalizzata dell’uomo) si fondono in un immaginario ironico e scanzonato, a tratti delirante ma divertentissimo.  E soprattutto coloratissimo.

Lo stile estremamente cartoon di Keramidas si sposa perfettamente con i pastelli vivaci di Nob, restituendo alla storia proprio quell’atmosfera immaginifica e avventurosa di una giungla trasfigurata dal sogno di un bambino. O meglio, di una bimba.

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