Marvel’s Jessica Jones: l’illusione del libero arbitrio – Recensione

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Dopo la prima stagione capolavoro di Marvel’s Daredevil, Netflix amplia la proposta del Marvel Cinematic Universe con Jessica Jones, ispirata alla serie a fumetti di Brian Michael Bendis e Michael Gaydos. Il risultato non è quello ottenuto dal Matthew Murdock di Charlie Cox e dal Wilson Fisk di Vincent D’Onofrio, ma è sicuramente la produzione Marvel che più gli ci si avvicina.

Che cosa fareste se il vostro peggior incubo fosse non solo reale, ma anche in grado di controllare la vostra mente e costringervi a fare ciò che vi ordina? Che cosa fareste se il vostro libero arbitrio fosse nelle mani di qualcun’altro? Se il vostro volere non fosse altro che un’illusione e voi il pupazzo nelle mani di un sadico?

Che cosa fareste se poteste uccidere il Male?

Queste le domande principali alla base di Marvel’s Jessica Jones, nuova serie televisiva targata Netflix che segue le vicende di una detective privata (Jessica, interpretata dall’ottima Krysten Ritter apprezzatissima in Breaking Bad) dotata di superpoteri.

Sviluppata da Melissa Rosenberg (sceneggiatrice della saga cinematografica di Twilight e di alcune serie televisive come Dexter, The O.C. Birds of Prey), la storia vede Jessica Jones alle prese con l’uomo che le ha rovinato la vita, Kilgrave (alias Uomo Porpora, per chi vive di pane e fumetti, anche se in effetti durante la serie non viene mai chiamato in questo modo), un malvagio, sadico, pazzoide capace di controllare la mente degli altri e convincerli a fare qualsiasi cosa lui voglia.

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Nei panni del crudele Kilgrave David Tennant (per amore di completezza ricordo che ha lavorato anche in Harry Potter e il Calice di Fuoco, anche se ogni persona presente su questo pianeta, viva o morta che sia, lo conosce per Doctor Who), la cui performance è semplicemente da applausi: il suo personaggio è inquietante, pericoloso e credibile, e la mimica facciale dell’attore, la sua voce e il suo sguardo allucinato sono da brividi.

Sostenere che Tennant rubi la scena alla protagonista sarebbe minimizzare il comunque ottimo lavoro della Ritter, ma bisogna essere onesti a dare a Cesare quel che bla bla bla. L’Uomo Porpora fa funzionare alla grande Marvel’s Jessica Jones, e molti hanno osato definirlo non solo il miglior villain dell’Universo Cinematografico Marvel, ma anche il miglior cattivo dai tempi del Joker di Heath Ledger. 

Affermazione azzardata? Forse. Sicuramente, però, il Kilgrave di Tennant può rivaleggiare ad armi pari con il Fisk di D’Onofrio.

E comunque, il fatto che il personaggio principale risulti oscurato dal suo antagonista rispecchia perfettamente il rapporto padrone/schiava che c’è fra Kilgrave e Jessica.

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L’ex supereroina è soggiogata dalla presenza del serial killer, ne è terrorizzata: ha passato un periodo della sua vita sotto la sua influenza, sotto il suo controllo, a fare quello che Kilgrave le ordinava di fare. E Kilgrave le ordinava di amarlo.

Per mesi Jessica è stata stuprata da lui, fisicamente e mentalmente, e oggi è un’ex supereroina che ha aperto un’agenzia investigativa per cercare di fare del bene, ma non è che ci stia tanto con la testa. Senza contare i problemi d’alcolismo e il pessimo carattere (è irascibile, sboccata, incapace di mantenere una relazione e predisposta ad allontanare le poche persone a cui vuole bene e che gliene vogliono) Jessica è ancora fortemente traumatizzata da ciò che Kilgrave le ha fatto, al punto che nel primo episodio, quando scopre che Kilgrave è tornato, la prima cosa che le viene in mente di fare è lavarsene le mani e fuggire.

Ma anche se non è più una supereroina, Jessica è una brava persona. Una persona buona. E così decide di affrontare i suoi incubi una volta per tutte.

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Quello in cui la serie pecca è che, a differenza di Daredevil, si sente la mancanza di personaggi secondari efficaci. A fare da corollario alla guerra fra Matt Murdock e Wilson Fisk c’erano i problemi di Foggy, le indagini di Karen e Ben Urich e le vicende personali di quest’ultimo, i colleghi malavitosi di Fisk e perfino Vanessa, che rendeva umano e stupendo il personaggio interpretato da D’Onofrio.

Qui abbiamo sempre l’impressione che si tratti di Jessica contro Killgrave, Kilgrave contro Jessica, che si scambiano di continuo i ruoli di cacciatore e preda. E funziona, certo. Durante i 13 episodi della prima stagione non ci si annoia mai. Ma alcuni personaggi secondari (i fratelli gemelli che abitano sopra l’appartamento di Jessica e tutte le loro stranezze, l’avvocatessa dal cuore di ghiaccio Carrie-Anne Moss/Jeri Hogarth e il suo matrimonio in declino) proprio non funzionano. O meglio, non contribuiscono alla trama.

In Daredevil tutto ruotava intorno alla guerra fra bene e male che stava scoppiando ad Hell’s Kitchen, mentre Jessica Jones è punteggiata da scene e sottotrame di cui, se tolte dall’equazione, non si sentirebbe la mancanza.

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Pregevole il lavoro della bellissima Rachel Taylor (che interpreta Patricia Walker, migliore amica/sorella adottiva di Jessica) il cui rapporto con la protagonista funziona alla grande. Bravissimo anche Mike Colter (Luke Cage) che rivedremo nei panni dell’uomo dalla pelle indistruttibile quando debutterà la serie a lui dedicata. E una gradita sorpresa anche l’allucinato Will Traval (non rivelerò l’identità del suo personaggio, anche se il suo nome suonerà familiare solo i fan dei comics Marvel).

Proprio il rapporto fra Jessica e Luke è una delle sottotrame migliori: i due sono legati più di quanto si possa sospettare all’inizio, e l’unica scena di vera tenerezza che si intravede nel mare di oscurità che la serie trasuda riguarda proprio loro due, a circa metà dell’ultimo episodio.

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Non sembra esserci bontà in Marvel’s Jessica Jones. La dubbia moralità d’intenti che si respirava in Daredevil qui se possibile è estremizzata dal desiderio di vendetta della protagonista. Le atmosfere da noir urbano sono opprimenti, e le tematiche trattate adulte ed estreme: si parla di disturbo post traumatico da stress, abusi sessuali e violenze psicologiche, dipendenza dalle droghe e alcolismo.

Un altro elemento importante è il colore viola. Kilgrave nei fumetti ha la pelle completamente porpora (per questo è conosciuto come Uomo Porpora) ma la produzione, piuttosto che cambiare digitalmente il colore della pelle dell’attore, ha preferito puntare tutto sulla fotografia, tempestando almeno l’80 % delle inquadrature (è una stima, non le ho contate per ovvie ragioni) con elementi viola, lillà, porpora: a lungo andare capiamo che quel colore è associato alla paura, al terrore che Jessica prova nei confronti di Kilgrave, al pericolo.

Una scelta vincente, che conferisce un’atmosfera immediatamente riconoscibile allo show, anche se la regia manca di quella frizzante originalità vista in Daredevil limitandosi a rimanere pulita e semplice senza mai arrischiarsi di provare a stupire.

Jessica Jones, se possibile, è ancor meno supereroistico di Daredevil (e già si faceva fatica a definire così il thriller/noir/crime/kung-fu movie che è Daredevil): è un noir metropolitano crudo e consapevole della propria essenza, che a tratti non ha paura a valicare il confine più estremo del genere per andare a braccetto con l’horror psicologico.   

Ci sono molte aperture per una futura seconda stagione (com’era prevedibile) e sapendo già come prosegue la storia di Jessica nei fumetti, non sarei meravigliato nel vederla tornare in Marvel’s Luke Cage. 

Per ora, l’unica cosa da fare è applaudire.

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