Dylan Dog n. 348: La mano sbagliata – Recensione

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All’apice del successo, la talentuosa e bellissima pittrice Anita Novak perde la mano dominante in un incidente. La mano sinistra prende a dipingere in maniera istintiva ritraendo immagini di morte. Quando una sua modella viene uccisa con modalità che richiamano un suo dipinto, Anita viene indagata per omicidio e decide di rivolgersi a Dylan Dog.

Dylan Dog 348_cover

La carenza di personaggi di contorno caratterizzati con tale efficacia da restare impressi nella mente del lettore è stato uno dei motivi che ha portato le storie di Dylan Dog ad un evidente calo qualitativo. Anita Novak non avrà le peculiarità di una Bree Daniels o di una Lillie Connolly, amori storici e indimenticabili di Dylan, ma è una dark lady molto ben congegnata e di sicura presa grazie al raffinato lavoro di scrittura di Barbara Baraldi, al suo esordio sulla serie regolare.

La sceneggiatrice si prende tutta la prima parte dell’albo per presentare la singolare back-story della pittrice raffigurata da Nicola Mari come una silfide sinuosa e dinoccolata, una donna con le sue inquietudini, le sue ombre e le sue fragilità. La storia è un thriller che mescola sangue ad erotismo, un incrocio tra Basic Instinct e Dario Argento, e il pretesto per tirare in ballo l’indagatore dell’incubo è solido e regge bene.

Nella seconda parte il triangolo sentimentale si completa con l’introduzione della pittrice Rita Leigh che forma con Anita una dicotomia fin troppo esplicita. La componente investigativa si fa qui un po’ più debole, si ripetono le dinamiche della prima parte, un altro omicidio, un altro interrogatorio. Per quanto la Baraldi tenti di intorbidire le acque, chi ha una certa esperienza con questo tipo di racconti, a questo punto, ha già intuito, almeno in parte, come stanno le cose.

Tuttavia la lettura trascina con buon ritmo ed è nella parte conclusiva che la storia fornisce gli apici emotivi di maggiore impatto, il thriller diventa psicologico, la scrittura si fa più affilata e s’intensifica la componente erotica con sequenze a tinte forti. Un Dylan affusolato e dallo sguardo malinconico si muove tra atmosfere dark e disturbanti, si stringe a sensuali figure femminili tra suggestivi giochi di luci e ombra, circondato da scenografie ricchissime e dipinti spaventosi di corpi straziati. L’angolazione d’inquadratura è sempre quella più efficace sul piano espressivo e i primi piani dei personaggi denotano forte intensità.

Mari ricorre ai grigi per i flashback e per lo spiegone finale, funzionale e inevitabile, mentre l’epilogo è un giusto, meritato pugno nello stomaco. Il singolare raccontino di Groucho è curioso seppure facoltativo e l’ispettore Carpenter ha un ruolo puramente d’appoggio. Si ha la sensazione che la sceneggiatrice fosse maggiormente interessata all’approfondimento psicologico dei personaggi e alla metafora sul triangolo vita-amore-morte rispetto all’intreccio investigativo che risulta più convenzionale e, di fatto, non è l’indagatore dell’incubo a risolvere il mistero.

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