Dylan Dog e l’ex-ispettore Bloch giungono nella deserta cittadina di Wynbring, vicino all’aeroporto di Southend, per risolvere il mistero di alcune sparizioni. Appena arrivati, però, anche Dylan scompare e rimane intrappolato in una casa dove si verificano strani fenomeni. Mentre l’indagatore dell’incubo cerca una via d’uscita, Bloch, coadiuvato da Jenkins, tenta di svelare il mistero di Winbring.

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Intrappolare Dylan e gli altri personaggi delle sue storie in una sorta di limbo è una dinamica abbastanza ricorrente nella narrativa di Paola Barbato. In questo caso, la presenza determinante di un aeroporto rimanda tra l’altro a I Langolieri, racconto di Stephen King al quale l’autrice si era già ispirata per Il Settimo Girone (n. 202 della serie).

Dopo la storia fortemente metanarrativa del mese scorso, la Barbato propone stavolta una vicenda più convenzionale nello stile ma sempre piuttosto singolare nei contenuti. Una volta tanto, la sceneggiatrice decide di sbarazzarsi dello spiegone già nella prima parte della storia preparando il terreno per la parte più ludica del racconto. Il concept è un riuscito pretesto per dinamiche action alla Tremors, con i personaggi che non possono mettere piede sul suolo e devono così passare per i tetti delle abitazioni. Un problema per le vertigini dell’indagatore dell’incubo, fobia che poteva comunque giocare un ruolo più importante.

Le chine di Giampiero Casertano diventano una vivente entità catramosa che intrappola i protagonisti. Spettacolari vignettone con onomatopee esplosive rompono simbolicamente la quiete e la monotonia della convenzionale gabbia bonelliana. Il disegnatore è sempre magistrale nell’accentuare le peculiarità fisiche dei personaggi imprimendoli nella mente del lettore. Occhio in particolare a Myrtle che pare una Betty Page un po’ tamarra.

La sceneggiatura è molto dinamica, sostenuta da ottime trovate visive, sempre ampio uso di onomatopee e intere sequenze mute che rendono più scorrevole e ritmata la lettura. La Barbato fa ancora ricorso ai balloon pensiero, utili nella maggior parte dei casi, facoltativi in qualche occasione. Lampante la citazione cinematografica nella cover stilizzata di Angelo Stano.

Anche questo mese, magari in maniera più forzosa, si può trovare una chiave di lettura metatestuale alla storia, laddove Dylan e Bloch, nella loro attuale condizione transitoria, cercano di sfuggire ad una realtà cristallizzata ed immobile. Non c’è bisogno di scrivere capolavori tutti i mesi e la Barbato dimostra ancora una volta che si può realizzare comunque una buona storia di Dylan Dog con un paio di idee semplici senza impantanarsi in intrecci troppo complessi che, spesso, crollano sotto il peso della loro ambizione.

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