In particolare con Batman-il ritorno, Burton nel ’92 se ne infischiò che il tono oltre modo dark e gotico, accentuato dall’inquietante colonna di Danny Elfman, avrebbe tenuto lontani i bambini dalle poltroncine del cinema, girando una vera e propria favola nera in piena sintonia con la sua filmografia; un oscuro gioco di maschere tra freak che coinvolge: un pipistrello (Batman, Michael Keaton) emarginato in secondo piano, una gatta (Catwoman, Michelle Pfeiffer) in crisi di identità, un pinguino (Oswald Cobblepot, Danny De Vito) vendicativo discriminato per le sue fattezze sulla scia dell’ Elephant Man di Lynch, un uomo ( Max Schreck, Christopher Walken) emblema della corruzione, dell’egoismo e dell’ipocrisia della pseudo-politica moderna e una società borghese ingenua, consumista e credulona.

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A volte gli stessi fumetti hanno una struttura e una trama tale da facilitare il processo di adattamento sul grande schermo: è quanto successo con i titoli dal forte respiro cinematografico scritti da Mark Millar, che hanno ispirato per la regia di Matthew Vaughn film godibilissimi come Kick Ass e Kingsman: Secret Service, dove la cura registica, la credibilità attoriale, l’intrattenimento puro e la violenza assicurano un perfetto connubio tra i due linguaggi artistici.

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Diverso il discorso da fare per i film d’animazione, in cui, oltre alla qualità filmica, è possibile garantire una maggiore corrispondenza al fumetto originale a causa di elementi estetici, prettamente formali e per la mancanza della credibilità scenica live action.

Lungometraggi d’animazione come ArrugasRughePersepolis e L’arte della felicità commuovono e fanno riflettere anche al cinema, mantenendo intatto le sensazioni, lo stile di disegno e la sensibilità dell’opera ispiratrice.

Ricollegandoci, dunque, alla domanda che dà il titolo a questo discorso generale, potremmo dire che “adattare” significhi conformare il fumetto al linguaggio cinematografico, valutando se il nucleo essenziale dell’opera originale, in qualità di mero supporto creativo, possa funzionare anche sul grande schermo, magari affidandosi  a registi e collaboratori che garantiscano passione nella cura dei dettagli tecnici e che non diano adito ad inutili ragioni di fan service.

È vero, sarebbe preferibile che un adattamento mantenesse intatto quanto meno lo spirito originale del fumetto da cui è stato tratto, ma se in caso contrario il film risultasse comunque perfetto sotto il profilo tecnico-visivo, sapete dove potrebbe essere messa la fedeltà al fumetto?

Potrebbe apparire soggettivo preferire un adattamento ottimo da un punto di vista cinematografico rispetto ad uno più fedele al fumetto, ma l’intento di questa umile riflessione è anche quello di invitare a saper distinguere la qualità tecnica di questo genere di lungometraggi dalle questioni di conformità al fumetto che oggettivamente non hanno nulla a che fare con il cinema.

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1 commento

  1. Un adattamento perfetto non garantisce la qualità, verissimo, ma snaturare un prodotto con una trasposizione “personale” degli autori e/o del regista che stravolgono l’opera originale ritenendosi in grado di creare un prodotto migliore non solo non garantisce la qualità ma anzi è l’anticamera per la mediocrità.
    Watchmen è e rimane un bel film, molto piacevole sia per chi ha letto il fumetto sia per i neofiti. Iron Man 3 è e rimane un film banale, anzi la parte del mandarino pur stravolta dal fumetto finisce per essere l’unico aspetto salvabile, di certo non lo sono il classico “coinvolgiamo un bambino” o il “facciamo 50 armature diverse così vendiamo merchandising” o tutto il resto.

    Veramente per F4 non esiste un altro attore che potesse interpretare Johnny Storm a parte la Torcia ? E soprattutto per quale motivo trasformare Victor von Doom/ Dr Destino in quel modo senza rispettare e sfruttare le notevoli possibilità del personaggio originale ?

    L’errore di Trank non è stato scegliere Jordan, ma cambiare la storia per giustificare tale scelte, molto più sensato sarebbe stato dire “ho scelto Jordan per le sue qualità, giudicatelo per la sua recitazione, non per il colore della pelle”, d’altronde a teatro chiunque può interpretare chiunque senza bisogno di inventarsi un Romeo immigrato africano.

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