Interview Magazine ha pubblicato un’interessante conversazione tra il regista di Guardiani della Galassia e il geniale fumettista scozzese.

Di seguito alcuni passaggi dell’intervista:

GUNN: Quand’ero piccolo, ho imparato a leggere con i fumetti, in particolare con Lillo, il figlio maschio di Lilli e il Vagabondo. E’ stato il primo e mi ha fatto innamorare dei fumetti. Qual è stato il primo fumetto della tua infanzia?

MORRISON: C’era Marvelman, di cui Alan Moore ha poi fatto una versione destrutturata (conosciuta in seguito come Miracleman.) C’erano tutte queste strane storie ma con i supereroi. Me lo porto dietro da sempre, da quando sapevo leggere a malapena.

GUNN: Hai iniziato a scrivere fumetti professionalmente quando avevi 17 anni mentre io mi attaccavo ai birra bong e me ne andavo in giro sui sedili posteriori in Missouri. Cosa ti ha spinto?

MORRISON: Tu vivevi, raccoglievi materiale. Io me ne stavo seduto in casa. Andavo ad una scuola per ragazzi, ero un ragazzino figlio della classe operaia in una brutta parte della città. Poi ho vinto una borsa di studio per una prestigiosa accademia maschile. Quando hai dodici anni sembra fantastico ma quando hai 14 anni, piangi contro le fottute pareti e ti chiedi “Dove sono le ragazze, dove sono le ragazze? Oh, Gesù Cristo.” Ma quello che amavo della scuola maschile era quel senso di ribellione. Era come nel film Se… di Lindsay Anderson. Scappavamo dalle finestre. Distruggevamo la proprietà. Quella ribellione era eccitante. Sostituiva la sessualità.

GUNN: Hai cominciato a scrivere fumetti a 17 anni. Come sei stato scoperto?

MORRISON: Sono cresciuto nell’Inghilterra della Thatcher ed ero disperato. Ero povero e mio padre era stato in carcere per le sue idee politiche. Volevo solo guadagnarmi da vivere. Ho trovato il modo di usare il mio scarso talento nel raccontare storie per guadagnarmi da vivere. L’ho fatto velocemente ed onestamente. E’ come il punk rock. Avevo 17 anni e i fumetti mi aspettavano. Era un gran momento per farlo. Lavoravo per una sorta di magazine underground scozzese chiamato Near Myths e poi facevo qualche commissione per la serie Starblazer pubblicata da D.C. Thomson. Nello stesso tempo sono emersi Alan Moore, Peter Milligan e Bryan Talbor. Ed erano tutti adatti, erano ragazzi britannici cresciuti coi fumetti americani ed erano bravi a dire la loro.

GUNN: Quando sono venuto a casa tua a Los Angeles mi stavi mostrando alcune tue sceneggiature nelle quali avevi disegnato le vignette. Le altre sceneggiature che ho visto, quelle di Alan Moore, quelle della Marvel, avevano solo il testo. E’ una cosa che fai solo tu?

MORRISON: Non posso parlare per gli altri ma, per me, viene tutto dall’immagine, dalla pagina e dalla costruzione della tavola. Quando tu scrivi una sceneggiatura riesci a visualizzare il film? Ci arrivi con le parole o con la tua visione?

GUNN: Quando scrivo una sceneggiatura, e credo sia una delle ragioni per cui trovo frustrante l’idea di sceneggiare e basta, non penso alla storia in termini di parole sulla pagina, penso in termini di immagini, come un fumetto. Lo penso in una serie di immagini.

MORRISON: Penso che David Lynch si senta allo stesso modo. Tutti noi partiamo da un’immagine. Partiamo da questa strana sensazione inconscia che porta a una certa emozione, ad un certo stato mentale.

GUNN: Quando scrivi una serie a fumetti, dipendi dal disegnatore. E’ una vera collaborazione. E’ qualcosa che ti limita o senti che possa liberarti, in un certo modo?

MORRISON: Dipende. Ho sempre avuto la fortuna di lavorare con gente molto brava. Cerco di scegliere i miei disegnatori quando posso. Ma anche quando non puoi farlo, è sempre l’approccio di qualcuno sulla storia. Ricordi che ne parlava William Burroughs in Third Mind? L’idea è che, quando due collaboratori si uniscono, fanno qualcosa di più che sommare le loro parti. Anche quando il tuo collaboratore non è esattamente sulla tua lunghezza d’onda salta fuori sempre qualcosa di nuovo. Non sono interessato al prodotto finito, mi interessano le sensazioni durante lo sviluppo del progetto. E’ per questo che non riesco mai a finire niente, davvero.

GUNN: Una delle ragioni per cui il tuo lavoro mi attrae è la componente metanarrativa e il postmodernismo. Borges, Pynchon e Donald Barthelmen mi hanno sempre influenzato. Anche tu ti ispiri a questi artisti?

MORRISON: Sicuramente a Borges. Non ho letto affatto gli altri autori ma sono cresciuto con questa idea che l’autore possa essere un personaggio della sua stessa opera. Sono cresciuto con la serie tv The Singing Detective scritta da Dennis Potter per la BBC.

GUNN: Sì, è fantastica. E’ una delle mie preferite.

MORRISON: Potter ha sempre messo se stesso nella scrittura. Era il mio genere. Non credo che il fottuto universo Marvel esista davvero. Ma credo che in questo mondo possiamo far accadere le cose più straordinarie in due dimensioni. Reagisco alla realtà. Cosa stiamo facendo qui? Cos’è un fumetto? Cos’è una storia? Non sto facendo finta che Peter Parker esista da qualche parte.

GUNN: Da una parte, la metanarrativa può fiaccare la storia e renderla meno realistica. Ma sotto un altro aspetto fa sentire le cose più vere.

MORRISON: Credo che conferisca alla storia il potere di cambiare la vita della gente. Sono stato piuttosto entusiasta nello scoprire che, in All-Star Superman, la scena in cui lui salva il ragazzino dal suicidio ha davvero salvato delle vite. E’ l’unico punto di forza di queste storie ridicole. Puoi toccare i sentimenti della gente e farli stare meglio.

GUNN: La tua serie DC, The Multiversity, mette insieme le 52 terre alternative del multiverso DC ed ha a che fare con le realtà alternative.

MORRISON: Quando Stan Lee ha realizzato il primo albo di Spider-Man era come se stesse parlando direttamente al lettore dicendogli: “Potrete trovare Spider-Man un po’ ingenuo ma state al gioco.” Mi piaceva l’idea di stabilire quella relazione col lettore, renderla un’arma, farla diventare oscura e incasinarla. Multiversity parla di questo, le idee che abbiamo in testa. Il denaro rappresenta la sicurezza, proteggiamo la nostra sicurezza dietro al Pentagono, dietro mura giganti. Ma nascondiamo ogni genere di idea nei nostri crani in questi spazi privati. Volevo scrivere di questo. Perché permettiamo questa invasione così intima?

GUNN: Una delle cose interessanti sul tuo lavoro è il delicato equilibrio tra il fottere la gente e il sincero desiderio di toccarla in profondità.

MORRISON: Mi piacciono le persone ma devi prenderle a sberle qualche volta. Voglio che possano elevarsi. Voglio che inizino a costruire astronavi e la smettano di fare la guerra. Tutto quello che puoi fare è usare il tuo lavoro per dire “Vi prego, fate astronavi, fate l’Enterprise e smettetela di bombardare l’Iraq.”

GUNN: Trovo difficile inserire questo genere di cose nel lavoro.

MORRISON: Non siamo diplomatici, non siamo politici. Ma se ti importa abbastanza, queste cose vengono naturali. Se t’importa delle persone, vuoi vederle fare bene, vuoi vederle raggiungere le stelle anziché uccidersi le une con le altre.

GUNN: Chris Burnham, il disegnatore della tua nuova serie, Nameless, ha detto di essere stato influenzato da Lovecreaft. La vedi così?

MORRISON: Un po’. Abbiamo provato a catturare le atmosfere di Lovecraft senza fare Lovecraft. Non ho mai fatto un fumetto totalmente horror prima e questo è il mio tentativo di farlo tutto in una volta. Siamo stati influenzati dalla mitologia polinesiana e dei maya e da alcune idee occulte ed esoteriche. E’ il mio fumetto più occulto da Gli Invisibili ed affonda le radici nel lato oscuro dell’Albero della Vita cabalistico, nei tunnel di Set, dove le aree più oscure dell’esperienza umana prendono forma. Si tratta di un imbroglione dell’occulto che viene chiamato in causa quando gli astronomi scoprono un asteroide chiamato Xibalba in orbita intorno alla Terra. E’ molto nichilista. Hai presente quando il personaggio di Matthew McConaughey in True Detective dice che gli umani dovrebbero smetterla di riprodursi perché creano solo altri orrori nell’universo? Tutto quel materiale viene da The conspiracy against the human race, un trattato filosofico pessimista di Thomas Ligotti, uno scrittore horror che soffre di anedonia. Insieme a Ray Brassier, il filosofo scozzese che ha scritto Nihil Unbound: Enlightenment and Extinction, fa parte della nuova corrente del realismo speculativo, nichilista e pessimista. Annhilator era fortemente influenzato da questi scrittori come anche Nameless, in un modo diverso. Volevo capire se il mio ottimismo può resistere contro le idee più pessimiste e corrosive sulla delusione e l’orrore di essere vivi e consapevoli in un universo entropico.

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