Acceso sfogo del direttore editoriale di Bao Publishing!

Nel tardo pomeriggio di ieri ho letto il post-sfogo in cui Bao annunciava che Bitubì, l’incontro fra fumetterie e Bao Saldapress e Kleinerflug, non avrebbe avuto una seconda puntata, dopo la prima tenutasi a Milano il 30 marzo, in quel del Napoli Comicon per assenza di adesioni e risposte:

Io mi alzo alle sette del mattino. Percorro i duecento metri fino al mio ufficio e ci resto fino alle diciotto. Dopo cena rileggo le bozze che vanno in stampa il giorno successivo. Solitamente, spengo la luce verso l’una. Sette giorni a settimana, tranne quando mi costringono a osservare le feste comandate. Ogni anno percorro circa due volte la circonferenza del pianeta per cercare nuove possibilità di sviluppo per la mia attività. Questa è la mia vita. Ne vado fiero. È però anche la sola cosa che so fare a questo livello e la sola che vorrei fare per il resto dei miei giorni.
Il 30 marzo abbiamo convocato una riunione a Milano, nella nostra redazione, per parlare con i gestori delle fumetterie dei problemi legati alla distribuzione, alla comunicazione con gli editori, all’approvvigionamento dei titoli. La riunione era indetta da tre editori (BAO, SaldaPress, Kleiner Flug) e sono intervenute venticinque fumetterie. Un libraio ha preso l’aereo da Cagliari, un altro il treno da Caserta. È stata un’esperienza formativa, complessa, gratificante. Ci ha dato molti spunti per migliorare.
Avevamo promesso ai librai che per ragioni logistiche non potevano partecipare che avremmo rifatto l’esperienza durante il Napoli Comicon. Con l’aiuto dell’organizzazione ci siamo procurati una sala riunioni in un hotel nei pressi della fiera, convocando la riunione alle otto del mattino, per consentire a chi fosse presente come espositore di non rubare tempo al proprio stand e allo stesso tempo di intervenire al nostro incontro.
Ho personalmente spedito l’invito a 357 indirizzi mail (nessuno è rimbalzato, tutti sono andati a buon fine). E in cinque giorni ho ricevuto due adesioni. Una dal libraio di Caserta che era già venuto alla riunione di Milano.
Ovviamente la riunione non si farà.

Vorrei dire a chi non si è preso la briga di aprire quella mail, o di rispondere, o di prendere in considerazione di dedicarci due ore per capire come migliorare l’attività che dà loro da vivere che noi facciamo ricerca, innovazione, marketing intelligente, bei libri, credito a chi fa difficoltà a pagare le fatture, e perfino buon viso a cattivo gioco, ma che se le entità che fanno da tramite tra noi e i lettori non si impegnano a veicolare il nostro entusiasmo non è detto che potremo continuare per sempre a lavorare a questi livelli.

Quando sarete pronti a rimboccarvi le maniche e a parlare di come migliorare le cose, sapete dove trovarci.

La situazione è più complessa del: “promuovo un incontro = non ci viene nessuno”.

Premetto che l’iniziativa in sé per sé era ottima ovvero 3 editori incontrano le fumetterie per discutere di strategie di mercato e per raccogliere pareri e consigli reciprocamente; tuttavia è evidente che il modello americano da cui era mutuata questa idea era stato piegato al suolo italico senza tenere conto della “morfologia” dell’Italia del fumetto.

Mi spiego: primo incontro a Milano con adesione intorno ai 25 venditori. Piccola vittoria, ma certamente si poteva fare meglio. Però…però quante fumetterie da Reggio Calabria, Bari, Napoli, Palermo e così via potevano materialmente ed economicamente affrontare il viaggio?

Poche perché non tutti i negozianti hanno un giro di affari tali da poter comprare un biglietto aereo o chiudere il negozio perdendo una giornata di lavoro e arrivare a Milano con tutti i problemi logistici del caso.

Se la grande fumetteria, diciamo di Roma, non ha interesse ad incontrare Bao o Saldapress in quanto il suo giro d’affari non viene intaccato dalla problematiche della distribuzione etc, così non ha interesse la piccola fumetteria che acquista comunque le sue 100 copie di TWD bonellide perché sicuro di venderle ma non si sognerà mai di prenderne 150 rischiando l’invenduto.

Arriviamo quindi al flop del secondo Bitubì quello che si sarebbe dovuto tenere a Napoli Comicon.

Qui l’errore è a mio modesto modo di vedere legato a quello che dicevo poco sopra: piegare un modello americano alla realtà italiana.

Il “Retailer Road Show” è ormai una abitudine consolidata negli USA, Marvel e DC incontrano le fumetterie dentro e fuori le convention, l’enfasi tuttavia è sul “road” inteso come carrozzone itinerante per venire incontro alle fumetterie di ogni fascia e grandezza.

Il quadro mi sembra chiaro e conciso e gli errori che io scorgo sono due: il primo è ritenere le fumetterie pigre, il secondo è quello di pensare che gli espositori delle fiere siano tutte fumetterie.

La fumetteria non è pigra, la fumetteria è vessata da più fronti contemporaneamente. Dal contatto con un pubblico che non è istruito al fumetto, un pubblico tanto generalista quanto distratto.

Dall’editoria stessa con i suoi annessi e connessi: la fumetteria è tutt’oggi una entità ibrida non essendo né libreria né edicola la cui cifra è l’impossibilità di ottenere il reso così come quella di un caos distributivo che non è concorrenziale.

Sostenere che la fumetteria faccia un lavoro comodo, dal punto di vista commerciale e gestionale, sarebbe una bugia belle e buona e lo sarebbe ancora di più nell’epoca degli stores digitali e della lingua originale ad una portata di clic.

Non tutti i proprietari di fumetterie espongono alle fiere, posso citare un solo caso di fumetteria che si gira in lungo ed in largo l’Italia per esporre, e molte fumettari mancano da una convention da anni proprio perché non possono permettersi di chiudere il negozio nemmeno mezza giornata.

In questo flop vi è perciò una confluenza di tematiche che aleggiano pesanti perché “insormontabili”: il reso, la distribuzione, la concorrenza, gli sconti e così via.

Mi inorridisce però il primo commento al post sul blog:

E voi continuate a insistere sul mercato delle librerie generaliste. A parte rare ed encomiabili eccezioni le fumetterie sono postacci gestiti senza criterio e intelligenza. Più che luoghi adatti a diffondere e far amare il fumetto sembrano piccoli ghetti attorno ai quali gravitano sempre le stesse figure (spesso incastrate nelle loro rassicuranti letture, del tutto insensibili al nuovo).
Persone che neppure si sforzano di migliorare le condizioni del proprio settore e poi piangono la mancanza di lettori/clienti non meritano alcuna considerazione.

La fumetteria, seppur gradualmente e lentamente, anche in Italia sta assumendo i connotati di quel nexus per la cultura del nuovo millenio. Una cultura reale, globale transmediatica.

La fumetteria è il punto di scontro per una cultura del fumetto in Italia che non riesce ad evolversi oltre l’edicola, luogo morente che ormai è stato soppiantato da internet, e cerca rifugio nella libreria di varia dove il fumetto è “un prodotto” nel marasma di “prodotti altri” che relegati ad un angolo dei supermarket multimediali perdono qualsiasi connotato proprio.

Ecco come il fumetto si gentrifica non essendo più seriale, e quindi in divenire, non è più terreno di confronto, serio o semiserio, non è più scoperta, non è più novità.

Il mio obbiettivo non è ostracizzare le librerie di varia, né fare una crociata contro l’approdo del fumetto nella suddetta, ma permettetemi di fare un paragone musicale: non si potranno fare per sempre tour nei grandi stadi perché il contatto con il pubblico avviene nei live club al chiuso.

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