Angoulême: Attriti tra Corea del Sud e Giappone per una mostra sulla prostituzione coatta

Pubblicato il 3 Febbraio 2014 alle 15:00

“Fleurs qui ne se fanent pas” (“Fiori che non appassiscono”), questo il titolo di un’interessante mostra dedicata al dramma delle donne coreane costrette dai Giapponesi a prostituirsi durante la seconda guerra mondiale.

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Nel corso della seconda guerra mondiale l’esercito imperiale giapponese costrinse, a seconda delle fonti, tra le 20.000 e le 400.000 donne, in prevalenza coreane, cinesi e filippine, a prostituirsi, assumendo il ruolo ipocritamente definito di “donne di conforto”. Questa storia, così controversa e poco conosciuta, trova oggi spazio in una mostra organizzata da vari enti privati e pubblici coreani all’interno del Festival di Angoulême.

La mostra propone un percorso fatto di tavole e vignette attraverso 3 sezioni che descrivono “Passato”, “Presente” e “Futuro” del dramma vissuto dalle donne coreane. Nella prima sezione, “Passato”, si delinea il contesto storico e sociale in cui si trovava l’Asia durante la Seconda Guerra Mondiale e le vicende che portarono all’istituzione di strutture per lo sfruttamento sessuale delle donne ridotte in schiavitù. La sezione “Presente”, invece, si concentra sulla vita delle vittime degli aguzzini Giapponesi, mostrataci in particolare attraverso l’opera di Jeong Ki-young e Kim Gwang-sung “Chanson de l’espoir du papillon” (“Canto della speranza della farfalla”). Nella sezione “Futuro”, infine, si auspica una maggiore trasparenza e riconoscimento delle vittime e della loro sofferenza, concentrandoci quindi sui processi politici e sociali legati all’ammissione dei crimini di guerra.

Nonostante il tema sia stato proposto direttamente dal ministero per i diritti della donna e della famiglia sud-coreano, l’organizzazione di Angoulême, tramite il delegato generale Franck Bondoux, ha garantito che agli artisti è stata lasciata completa libertà di espressione, escludendo di fatto ingerenze politiche. La puntualizzazione non è però bastata per evitare le rimostranze del Giappone. La mostra, ed in particolare la sua matrice politica, infatti, non sono andate giù al governo di Tokyo che, per bocca del suo ambasciatore in Francia, ne ha deprecato la realizzazione e sottolineato come rappresenti un ostacolo alle relazioni tra Giappone e Corea del Sud.

Nel 1992 il Giappone aveva presentato scuse officiali al governo di Seoul per le sofferenze inflitte alle donne coreane, scuse su cui però molti politici di rilievo avevano fatto marcia indietro, al punto che a più riprese sia il governo USA che i vescovi coreani esortarono Tokyo ad accelerare il processo di riconoscimento dei crimini commessi e a presentare scuse più decise.

Un pezzo di storia coreana trova finalmente spazio e riconoscimento anche in Europa, di nuovo grazie al fumetto, proseguendo idealmente la strada tracciata nel 2005 da “Il ponte di No Gun Ri” (Coconino), opera in cui Park kon-Ung denunciò la strage perpetrata dall’esercito americano nel 1950 che costò la vita a circa 600 Coreani.

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