Alla vigilia dell’uscita del 10° numero de Le Storie, per chiudere idealmente il discorso con Mexican Standoff, nona uscita della collana bonelliana, riportiamo alcuni passaggi della lunga riflessione che l’autore Diego Cajelli ha condiviso sul proprio blog.

«Non è una storia classica. Non è una storia semplice. Non è una storia scritta per piacere a tutti tutti» ha esordito lo sceneggiatore sulle pagine virtuali di Diegozilla.

«In effetti, non essendo classica, non è piaciuta ai lettori amanti del classico – ha continuato Cajelli – mentre lettori più avvezzi ad altre tipologie di fumetto l’hanno apprezzata di più. Il mio intento primario era quello di non scrivere una storia che scivolasse via, non mi andava di fare il compitino, volevo sperimentare e tentare qualcosa di diverso. La spaccatura nel pubblico me la sono andata a cercare».

«Con Mexican Standoff ho voluto lavorare su parecchi punti e consuetudini narrative. I più evidenti sono la commistione tra generi, l’assenza di “momento spiegotto” e la collocazione dei colpi di scena in momenti diversi dallo standard abituale» spiega l’autore, tra le altre cose, di Long Wei.

Anzitutto i colpi di scena: «È prassi nel fumetto usarne tre. Se vengono scritti seguendo “la norma”, ci sarà un colpo di scena attorno a pagina 30, un altro più o meno a pagina 60, e l’ultimo sul finale. Nel caso di narrazioni fumettose più cool, puoi trovarne un quarto, nelle ultimissime pagine, che contraddice il terzo colpo di scena creando tecnicamente quello che si chiama twist».

E In Mexican Standoff? «Li ho spostati, e li ho messi tutti e tre uno in fila all’altro nella sequenza finale. Questo ha spiazzato e incasinato di brutto i lettori».

Altra particolarità è l’assenza del cosiddetto spiegotto: «Spiegarti tutto quanto in modo pedissequo, per tre volte, in tre modi diversi, non è obbligatorio. Il punto di partenza è: quello che dovevi sapere te lo ha già spiegato qualcun altro in altre narrazioni. Ed è una scelta. Una mia scelta precisa. L’ho evidenziata nei momenti un cui, classicamente, doveva esserci il momento spiegotto, ma non c’è stato».

Quando? «Tutte le volte che Reyes inizia a raccontare qualcosa e Cipriano dice: no, fa niente, non mi interessa, andiamo avanti».

Cajelli si difende poi dalle accuse di aver scritto una storia incomprensibile: «Qualcuno ha detto che la storia non si capisce. Posizione legittima, ma va contestualizzata, perché non è vero che non si capisce in termini assoluti, dato che per qualcun altro la storia è stata chiara e comprensibile. La frase, quindi, va riformulata in: “io non l’ho capita”. L’unica risposta possibile è pazienza, non si può capire tutto, lo capirai un domani, oppure no».

Infine, una nota sulla commistione dei generi: «Chi ha apprezzato il volume ha evidenziato subito il problema che mi ero posto in fase di scrittura. Senza alieni, sarebbe stata la solita, già vista, magari buona, tarantinata. È proprio l’alternanza di generi che rende la storia quello che è, non un qualcosa di già visto, già sentito, rassicurante e noto. Si muove per archetipi puri, ma sulla la loro commistione che mi interessava lavorare. E comunque sì, sono arrivato un po’ lungo. Dieci pagine in più mi avrebbero fatto comodo».

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