Loveless di Andrej Zvjagincev | Recensione

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Una coppia scoppiata pronta al divorzio deve affrontare l’improvvisa scomparsa di un figlio, dodicenne ribelle che un giorno decide di scappare di casa.

Passato in rassegna a Cannes 2017 (dove, presentato in concorso e in anteprima, è stato incoronato col Premio della Giuria) arriva anche in Italia Loveless, il nuovo film di Andrej Zvjagincev. E viste le temperature antartiche che si stanno abbattendo sul bel paese (per lo meno dalle mie parti), l’Academy Two non poteva scegliere periodo migliore per distribuirlo.

Del resto non è solo un cinema glaciale quello di Zvjagincev, ma anche implacabile nei confronti di una Madre Russia che evidentemente lui reputa senza speranza (l’Italia sta andando in quella direzione, occhio): il freddissimo cineasta siberiano già negli straordinari Leviathan ed Elena ci raccontava di questa Russia decadente fatta di palazzoni grigi e paesaggi desolati quasi da fine del mondo, che riflettevano la cupezza interiore e l’inevitabilità di un destino quasi sempre avverso per i personaggi che la popolano.

Con Loveless Zvjagincev ci spiega – come se ce ne fosse stato bisogno – che il suo cinema è agli antipodi rispetto a quello americano: qui non siamo negli Stati Uniti, non c’è nulla di spielberghiano, nel suo cinema disincantato  quando una coppia scoppia il loro unico figlio non fugge di casa per diventare un affascinante truffatore che, dopo mirabolanti avventure vissute fuggendo dall’inesauribile ma tutto sommato affettuoso agente dell’FBI di turno, andrà in contro ad un caldo lieto fine; nel cinema disincantato di Zjagincev, dove il dramma esistenziale viene trattato coi toni dell’apocalisse, tanto inevitabile quanto imminente (“Secondo te ci sarà la fine del mondo?”/ “Sicuramente”) il lieto fine non è proprio contemplato.

Zhenya e Boris sono sposati con un figlio dodicenne ma nella loro vita non c’è più amore (probabilmente non c’è mai stato) e l’unica soluzione possibile è il divorzio: lei ha un amante da parecchi mesi, non vuole essere una madre, vive sui social e drinka tanto spesso quanto volentieri; lui pure ha un’amante, per giunta più giovane e più incinta, ma per la politica ortodossa dell’azienda per cui lavora il divorzio potrebbe essere un problema, perché se gli impiegati single non sono visti di buon occhio quelli divorziati possono direttamente dire addio a qualsiasi speranza di carriera.

In tutto questo contesto di generale aridità – sia emotiva che paesaggistica: tornano i palazzi grigi e anonimi, i frigoriferi vuoti, i parchi giochi sembrano quelli di Chernobyl – Alyosha, il figlio dodicenne, scompare nel nulla; nel senso che scompare proprio dal film, perché nel corso dei primi cinquanta minuti il montaggio se lo dimentica completamente (una trovata geniale, dato che in questo modo lo spettatore è talmente impegnato a seguire le vite di questi due genitori egoisti  e scellerati che finisce col dimenticarsi del loro bambino).

Dopo di che inizia una sorta di gara a chi riesce a lavarsi le mani più in fretta dell’altro: Boris – che promette amore eterno all’amante e al figlio che lei aspetta – minimizza la faccenda della scomparsa di Alyosha, e non si prende neppure la briga di uscire prima da lavoro per cercarlo; le istituzioni, che in Leviathan erano sia incompetenti che corrotte, qui sono incompetenti e menefreghiste (“I bambini di quell’età tendono a scappare di casa, dategli una settimana, dieci giorni al massimo, e vostro figlio tornerà alle comodità a cui è abituato”); la nonna materna soprattutto – in una scena drammatica e disarmante – non ne vuole sapere né della figlia né tanto meno del nipote scomparso, dando il là ad una serie di congetture e riflessioni sulle responsabilità e soprattutto sull’inevitabilità.

Che poi sono gli argomenti principali dell’opera: Zhenya è una pessima madre perché è stata cresciuta da una pessima madre, metafora che rappresenta alla perfezione ciò che l’autore pensa del suo paese e del miserabile destino che riserva a chi lo abita.

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