Mazinga Z Infinity e i robot di Go Nagai

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I meriti del mangaka e dei suoi robottoni nella serialità manga e anime

Quando Gō Nagai portò sulla carta e successivamente in tv Mazinga Z rivoluzionò completamente i manga e gli anime. Non solo perché inventò di fatto un genere, il mecha, che si basava su robottoni che venivano pilotati all’interno da persone umane. Prima di lui ci fu Mitsuteru Yokoyama con Tetsujin 28 e Giant Robo, ma il primo era telecomandato, mentre il secondo riceveva comandi via radio: la novità fu quindi la guida dall’interno e la conseguente stretta connessione fra umano e macchina e il conseguente e determinante ruolo del pilota, su cui torneremo tra un attimo.

L’idea venne a Nagai mentre guidava un giorno nel traffico e si immaginò cosa sarebbe successo se dall’abitacolo fossero uscite dai lati due mani meccaniche e così avrebbe potuto scavalcare le altre auto in coda. Sicuramente più complicato e ingombrante del teletrasporto ma anche molto più entusiasmante. Con lo stesso entusiasmo unì antiche leggende e civiltà alla più moderna (per l’epoca, erano gli anni ’70) delle tecnologie, altro fatto singolare e originale, a cui si ispireranno moltissimi anime, saghe e videogiochi successivamente (basti pensare a Il mistero della pietra azzurra, per fare un esempio).

L’altro elemento peculiare fu introdurre espressioni di sesso e di violenza nelle sue opere, portando il genere shōnen ad un livello superiore, influenzando qualsiasi altro artista successivo. Gli shōnen (lett. “ragazzo”) sono una categoria di manga ed anime indirizzati a un pubblico maschile, generalmente dall’età scolare alla maggiore età.

Il fascino dell’unione del nuovo e del vecchio si esprime anche attraverso l’elemento religioso presente in Mazinga Z. Non ci sono solo influenze buddhiste e scintoiste nella saga; è bene notare come la storia prenda spunto dalla civiltà perduta dei Micenei: il villain della storia, il dottor Inferno, si impossessa di un ritrovato esercito di mostri meccanici durante una spedizione archeologica nell’isola greca di Bardos allo scopo di far tornare sulla terra i discendenti dell’antico popolo greco, costretti per secoli a rifugiarsi nelle viscere della Terra, e insieme a essi dominare il mondo. La più classica delle motivazioni – la world domination – unita al piacere e al mistero dell’antico, tutto da svelare.

C’è anche la religione di Zeus e dell’Olimpo in un mix di divinità greche e romane a dare nomi ai robot femminili della storia (Afrodite, Diana, Minerva). Una sorta di Wonder Woman al maschile, se vogliamo, dato che parliamo sempre di un’isola sconosciuta, dispersa e dimenticata. A proposito di supereroi, un cattivo che viene direttamente dalla Seconda Guerra Mondiale, uno scienziato nazista dedito a esperimenti oltre la comprensione umana: non vi ricorda un certo Captain America insieme a molte altre storie?

Gō Nagai ha avuto quindi anche il merito di essere un precursore dei tempi, delle storie, con un’invettiva non da poco. Soprattutto se pensiamo alla molta meno concorrenza seriale rispetto ad oggi, nonostante il vero e proprio boom vissuto dagli anime negli anni 80-90 in Italia grazie alle mattinate e pomeriggi dedicati ai cartoni animati. Non solo: consapevole o meno, la saga di Mazinga Z – e poi de Il Grande Mazinga e UFO Robot Goldrake – ben si prestava a un merchandise pazzesco parallelo alla trasmissione in tv e alla pubblicazione dei manga. Un piano di comunicazione a tutto tondo ben prima dei social media e di altre strategie di engagement sugli spettatori in tutto il mondo.

I robottoni sul grande schermo sono passati dal Giappone agli Usa e ora occupano ciclicamente le sale cinematografiche con la saga dei Transformers (un altro giocattolo, un altro merchandise, guarda un po’). Ma con quella che divenne una sorta di trilogia iniziale sui generisIl Grande Mazinga e UFO Robot Goldrake – Gō Nagai seppe ampliare il proprio bacino di riferimento, soprattutto con Goldrake: da un lato fu concepito subito come prodotto destinato anche ad un pubblico femminile (il genere shōjo). Dall’altro se il Grande Mazinger era un robottone che appariva nel finale di Mazinger Z per salvare quest’ultimo, divenendo così protagonista del sequel/spin-off, per fare da trait d’union con UFO Robot fu scelto il personaggio di Koji Kabuto (del tutto assente nel film che fungeva da “episodio pilota”) e lo stile dei robot fu modificato in corso d’opera per essere più vicino ai due precedenti anime.

In occasione del 45° anniversario, nel 2017 Mazinga Z si appresta a tornare, questa volta sul grande schermo distribuito in Italia da Lucky Red/Key Films, con il film Mazinga Z Infinity. Diretto da Junji Shimizu, scritto da Takahiro Ozawa e prodotto dalla Toei Animation, il film è ambientato dieci anni dopo il finale della serie e sarà al cinema dal 31 ottobre. Verrà presentato in anteprima mondiale il 28 ottobre alle Festa del Cinema di Roma nella sezione parallela Alice nella città come Evento speciale, per far tornare tutti bambini/ragazzi ancora una volta. In Giappone sarà distribuito con l’anno nuovo, il 13 gennaio 2018.

Nell’attesa, ecco cinque curiosità che forse non sapevate sull’universo di Mazinger Z:

1.
Il nome iniziale di Mazinga Z, per volere della Toei Animation, doveva essere Iron Z. In corso d’opera però la rete Fuji Television cambiò il nome in Energer Z e infine Nagai optò per Mazinga Z.

Questo nome è l’emblema del significato ultimo della storia raccontata: parte infatti dal termine giapponese Majin (魔神), esseri magici sia positivi che negativi: maji vuol dire demone mentre shin o jin significa divinità, quasi a indicare che Mazinga è una macchina così potente che può essere usata tanto per il bene quanto per il male, in base alle intenzioni del pilota.

Ecco quindi che la sci-fi di Nagai diventa umanissima ante litteram, ben prima di molti classici cinematografici del genere, ricordandoci che i “cattivi” sono spesso gli uomini e non le intelligenze artificiali. La particella ga in giapponese serve a marcare il soggetto majin, mentre la sillaba zi viene sostituita da ji che diviene la traslitterazione di come si pronuncia in inglese il nome del robot, Mazinger.

Parallelamente al nome, il robot subì delle modifiche alla struttura: inizialmente il pilota doveva entrare nel robot arrampicandosi sulla schiena nella testa a bordo di una motocicletta (come poi succederà con Diana A guidato da Sayaka). In corso d’opera però la motocicletta venne sostituita da un aeromobile con cui il pilota atterrava direttamente sulla testa del robot, agganciandovisi.

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